L’ultimo post dell’anno

Con l’ultimo post del 2017 vorrei tirare le fila dell’anno appena passato. Quest’estate avevo già fatto un bilancio parziale, un bilancino, dopo pochi mesi dall’apertura del blog, ma ora è il momento di fare sul serio.

Snoop Dogg

Che sono diventata freelance ve l’ho già raccontato, ma nel frattempo ho pure cambiato taglio di capelli e per i primi mesi del 2018 è in programma anche un trasloco (ma non voglio dire dove fino a quando non sarà ufficiale, perché a essere scaramantici non si sbaglia mai).

Cosa mi lascio alle spalle di questo 2017? 


È stato un anno densissimo di eventi, di persone, di studio, di cadute e risalite. Ma è stato anche un anno di conferme e nuove certezze, e cose belle di cui ho voluto circondarmi il più possibile. Perché un anno fa presto a scappare via, ed è meglio cercare di non sprecarlo.

Quindi, ecco il mio bilancio dell’anno appena passato.

Mappa di viaggio

Ho fatto due viaggi importanti, uno che rimandavo da anni (tornare a Londra) e l’altro, in una città scelta un po’ a caso e di una bellezza sorprendente (Vilnius). È stato anche l’anno in cui sono tornata di più a Venezia, nonostante il rimpianto di un Festival del cinema mancato.

Libro e caffè
Finalmente ho ricominciato a leggere, soprattutto in questi ultimi mesi, ma anche durante una varicella che mi ha sorpresa in primavera e nella scorsa, torrida, estate.

Tanti, ancora, compongono la mia biblioteca dei libri non letti, altrettanti sono ancora in wishlist, ma quelli che sono riuscita a finire sono:

Televisione vintage

Sono state decine le serie tv che ho divorato e di cui ho spesso avuto qualcosa da dire. Ma me ne sono piaciute altrettante, anche se non ne ho (ancora) parlato: Mindhunter, Dark, Big little lies, She’s gotta have it, Master of None, Santa Clarita Diet, Suburra

Secondo l’app del mio telefono dove ne tango traccia, finora ho passato più di due mesi della mia vita guardando serie tv.

C3PO Star Wars
I film visti quest’anno forse sono stati troppo pochi.
Ce ne sono alcuni che ho voluto a tutti i costi vedere in sala e che mi resteranno nel cuore: Logan, La La Land, Baby Driver, Dunkirk e, naturalmente, Star Wars – Gli ultimi Jedi.
E poi ci sono stati Jackie, Okjia, Blade Runner 2049, Arrival e l’ultimo, Wonder Wheel, visto qualche giorno fa in un cinema semi vuoto in un pomeriggio di pioggia.

Cuffie e vinili

È stato anche un anno di musica. Mi ha accompagnata non solamente dal vivo (Mac DeMarco, Ennio Morricone, i Jamiroquai), ma anche attraverso le serie tv e i film con una colonna sonora perfetta: The Get Down, Big Little Lies, She’s Gotta Have it, American Gods, La La Land e Babydriver.

E, last but not least, sono stati tanti anche gli album usciti nel 2017 che hanno scandito il passare dei mesi. Ve li lascio qui come ultimo pensiero, se avete voglia di finire l’anno con qualcosa di bello.



Se l’anno che sta per finire è stato per me un momento di semina, in cui ho messo le fondamenta, il mio augurio per il 2018 è che diventi quello della crescita e della costruzione. Buon nuovo inizio a tutti.

Una serie sui punti di vista: The Affair

The Affair è una serie dell’emittente Showtime (quella di Homeland, per dirne una) che non ha suscitato molto scalpore, ma che mi sento di difendere perché non solo credo sia molto ben fatta, tutto sommato realistica pur essendo fiction, e poi perché racconta le vicende dei protagonisti con un meccanismo piuttosto originale.

Alison e Noah The Affair

Si parla di due coppie, Noah e Helen e Cole e Alison, che si conoscono durante una vacanza al mare dei primi due a Montauk, la cittadina dove vivono gli altri due. Noah ed Alison iniziano una relazione, che si rivelerà causa di risvolti psicologici, ossessioni, inquietudini e conseguenze disastrose, e arriverà a provocare dei danni gravi anche ad altri membri della comunità.

Tra parentesi: il personaggio di Cole è Joshua Jackson.
A prescindere dal fatto che quando era un pischello in Dawson’s Creek ho sempre preferito il suo Pacey a quel lesso di Dawson, oggi, con piglio del tutto professionale, posso affermare che è diventato un gran bono.

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Avevo già scritto qualche pensiero su questa serie in tempi non sospetti (cioè prima di aprire il blog). Un anno fa dicevo questo:

The Affair è una storia di tradimenti e bugie.
Ma è soprattutto una storia di punti di vista, di ricordi, di interpretazioni, e se nella prima stagione ci vuole qualche puntata per capirne il meccanismo (vicenda vista da lui, subito dopo la stessa cosa vista da lei), dalla seconda in poi l’occhio è allenato e incuriosito a cogliere le differenze.

Nella prima stagione Noah ed Allison sono le uniche due voci narranti, e le differenze sono soprattutto di tipo seduttivo: nel ricordo di lui, lei ha un tubino nero sexy e lo provoca per prima, nel ricordo di lei, invece, è lui il seduttore, mentre lei è molto più goffa.

Nella seconda stagione la visione si allarga e comprende anche gli altri due angoli del quadrato: Helen e Cole, e i punti di vista si raddoppiano.

Helen e Noah The Affair

Le differenze non solo più solamente delle sottigliezze (i capelli erano raccolti o sciolti? Chi è stato il primo a sorridere?) ma cambiano intere parti del racconto, spesso si contraddicono.
Ma il risultato è sempre lo stesso, si va avanti senza intoppi e le differenze tra un ricordo e l’altro, pure così marcate in alcune scene, non compromettono l’esito della serie.

C’è poi un altro aspetto: chi racconta è una docile vittima, mentre la sua controparte è sempre più felice, o più cattiva, o più forte. Chi racconta vorrebbe fare pace, ma si trova in balia delle decisioni dell’altro, che lo prevarica o lo riempie di bugie.

Alison e Cole The Affair

Aggiungo che nella terza stagione la situazione si complica ulteriormente con l’introduzione di un ulteriore punto di vista, che stavolta non svelo per non anticiparvi l’evoluzione della trama.

Ancora oggi questa serie mi porta a ragionare sui punti di vista, sull’angolazione dalla quale due persone vedono la stessa cosa, e su quanto nel ricordo ci si metta spesso nella posizione di avere ragione. E ribadisco un’altra cosa su cui avevo già riflettuto:

Se la somma di tutti i particolari dà sempre lo stesso risultato, allora quanto importanti sono quei piccoli dettagli che a noi sembrano fondamentali, e che gli altri si sono dimenticati?
È un tradimento ricordarsi quello che è successo in un modo diverso, anche completamente opposto, dall’altr? Oppure in fondo non è così importante per lo svolgimento delle nostre vite, che vanno avanti comunque?

Questa cosa mi ha fatto sorgere un sacco di dubbi sul motivo universale su cui litigano le coppie: ricordarsi gli anniversari.

 

Un menu a base di film e serie tv

Da film e serie tv al cibo: ecco una scorpacciata di titoli

 

Come sarebbe una cena con i migliori piatti veneti a tema cinema e tv? Il menu ve lo abbiamo preparato noi: dagli antipasti fino al dopo cena, ecco come abbinare ogni portata a un film o una serie tv.

Pronti a mettervi a tavola con noi?

STREET FOOD
Quella di “mangiare per strada” è ormai diventata una moda, che in Veneto affonda le sue radici nella tradizione culinaria della regione. Che cosa guardare se vi viene voglia di un’ottima frittura o di un succulento hamburger?

Film

Il Big Kahuna Burger di Quentin Tarantino è un hamburger ormai mitico, preparato nella catena di fast food di ispirazione hawaiana che compare in alcuni film del re dello splatter. Il più famoso è quello che Jules (Samuel L. Jackson) addenta in Pulp Fiction.
Talmente famoso che qualcuno ne ha anche copiato la ricetta.

Serie Tv
Quale fast food è più famoso di Los Pollo Hermanos di Breaking Bad? D’accordo, era solo una copertura per il proprietario Gus Fring per il riciclaggio di denaro, ma chi non avrebbe voluto assaggiare quelle succulente alette di pollo fritte?
Se invece preferite una bella frittura di pesce, potete farvi una maratona di Gomorra, dove la trovate in una delle scene simbolo della prima stagione, resa celebre anche dal gruppo comico napoletano The Jackal.


LA ZUCCA
La zucca è la regina dell’autunno, e su Sgaialand avete l’imbarazzo della scelta delle ricette che la vedono protagonista. Anche se Halloween è già passato, la zucca non può che farci venire in mente una delle feste più americane che ci siano.

Film

Il film migliore da rivedere in questo periodo dell’anno è The Nightmare Before Christmas, capolavoro di animazione dark di Tim Burton.
Il protagonista, Jack Skeletron, dal Paese di Halloween viene catapultato nel mondo reale e decide di sostituire Babbo Natale con effetti disastrosi, ed è un personaggio ormai mitico.
La sua Ballata delle Zucche è un classico di Halloween.

Serie Tv
La serie tv di cui i fan aspettavano la seconda stagione da più di un anno è Stranger Things, un cult per gli amanti del cinema e delle atmosfere degli Anni Ottanta.
Siamo nel 1984 e la città di Hawkins sembra essere uscita dalla minaccia del Sottosopra (una dimensione parallela e malefica del mondo reale, dove nella prima stagione era scomparso Will, uno dei ragazzini protagonisti). Ma a un anno dalla sparizione, ricominciano degli eventi inspiegabili, come una strana malattia che sta distruggendo tutte le zucche.

I PRIMI PIATTI DI PASTA 
Paola Da Re è una padovana emigrata a Los Angeles, dove ha aperto Pasta Sisters, catering d’eccellenza che propone primi piatti e pasta fresca, e fa impazzire anche le star. Come resistere a un piatto di carbonara fumante?

Film
In Big Night, film di Stanley Tucci del 1996, due cuochi italiani emigrati negli Stati Uniti hanno aperto un ristorante in un paesino sulla Costa Est, ma gli affari non vanno bene.
La grande serata del titolo è quella in cui sembra debba arrivare un famoso cantante italiano a cena da loro. Una divertente commedia degli equivoci da recuperare.

Serie Tv
Master of None è un serie tv in cui il genio della comicità Aziz Ansari (già visto in Parks and Recreations) racconta la generazione dei trentenni senza fare sconti a nessuno.
La seconda stagione è girata in gran parte in Italia, ed è un atto d’amore per il nostro Paese, la sua musica, il suo cinema, e la sua cucina (i protagonisti vanno anche a cena all’Osteria Francescana di Massimo Bottura).

L’articolo completo è su Sgaialand Magazine.

Stranger Things Upside Down

Pronti a tornare nel Sottosopra?

La scorsa estate sono successe due cose. Una è già tristemente terminata, l’altra sta tenendo tutti in agitazione per il suo attesissimo seguito.
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La prima era The Get Down, cancellata dopo solo una stagione, a causa dei costi esorbitanti e dello scarso appeal sul pubblico. Io per non sbagliare continuo ad ascoltare la colonna sonora. Ma di serie cancellate prima ancora che me ne rendessi conto ho già parlato un bel po’.

Il secondo fenomeno del 2016 è stata Stranger Things, che da omaggio affettuoso agli Anni Ottanta è diventata un fenomeno e un cult che ha superato ogni aspettativa.
A Halloween tutti vogliono essere Eleven.


E proprio a Halloween uscirà la seconda stagione, anticipata mesi fa dalle prime immagini dal set che erano un nuovo esplicito omaggio ai film degli Anni Ottanta.

Stranger Thinks kids in Ghostbusters costumes

Anche con Stranger Things, tutto quello che fa da contorno alla serie, dai gadget all’attività promozionale, diventa quasi più importante delle puntate stesse. Ci permette di non dimenticarla, di tenere alte le aspettative e di continuare a parlarne. Game of Thrones è maestra in questo, ma Stranger Things nel suo piccolo non è da meno.

Qualche settimane fa sono uscite delle finte locandine (o meglio, delle meta-locandine) in cui i protagonisti sono stati ritratti come i poster dei più famosi film horror del passato. Chiaramente le vorrei tutte, perché, si sa, il gadget è il mio punto di non ritorno.


E venerdì 13 ottobre (quando, sennò?) è uscito il trailer finale della seconda stagione, che io non ho visto perché ho paura mi rovini la sorpresa, ma lo lascio qui per i meno sensibili agli spoiler.

Ma il vero fenomeno di questa serie sono i suoi giovani protagonisti.
Hanno fatto una quantità di servizi fotografici promozionali uno più bello dell’altro: se avessi dodici anni avrei i loro poster in camera, altroché boyband.


Non per nulla se la sono spassata anche con Nicolas Ghesquière, il direttore creativo di Luis Vuitton, che durante una sfilata ha anche usato uno dei finti poster su una t-shirt.

La maglietta fa schifo, ma il messaggio è chiaro: il Sottosopra va con tutto.

Luis Vuitton Stranger Things Tee

Nicolas Ghesquière and Stranger Things kids
I miei preferiti, comunque, sono questi tre.

Gaten Matarazzo. Che dire di lui? È un caratterista nato e ha un nome che lo porterà lontano (ti prego, Gaten, non usare mai uno pseudonimo).

Gaten Matarazzo

Il suo personaggio è stato anche oggetto di un’operazione di marketing in cui tanti Dustin in bicicletta hanno invaso New York per accompagnarei fan in risciò al Comic-On.

E guardate il suo riassunto in 7 minuti della prima stagione. Quanti cuori.

Poi c’è Finn Wolfhard, che è anche nel cast del remake di IT, uscito nella sale in questi giorni, e che ha una faccia facciosa alla Charlie Brown che per me è adorabile.

E, per ultima, la vera star, Milly Bobby Brown, che oltre a essere una giovane Natalie Portman, ad avere uno stile che LEVATEVE TUTTI, canta, balla e recita come un’attrice navigata.


Ah, è in arrivo anche il Monopoly della serie.
Cosa c’è di più Anni Ottanta di un board game?

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The Handmaid’s Tale e l’importanza delle parole

Ho finalmente preso coraggio: ho visto The Handmaid’s Tale. E a dirla tutta l’ho anche finito in meno di una settimana.
Sono stata bloccata per mesi perché il tema mi sembrava talmente forte che credevo di non essere in grado di affrontarlo. Non ho problemi con i drammi o i film violenti (amo Tarantino, fate voi) ma qui la faccenda è più complicata.

Poi ci sono stati gli otto Emmy e la consacrazione definitiva a una delle serie migliori degli ultimi tempi e la curiosità ha superato la paura.

Arrivata alla fine, confermo entrambe le cose: è una serie molto dura, anzi, durissima, e allo stesso tempo molto bella.
Penso che la vicenda della serie tratta dal libro di Margaret Atwood sia nota a tutti, per il riassunto eccellente come al solito mi affido a Serial Minds.

(…) il contesto è quello di un presente distopico, in cui inquinamento e radiazioni hanno reso sterili gran parte delle donne. Uno sconvolgimento radicale, che rischia di portare all’estinzione della razza umana (…) il governo degli Stati Uniti è stato rovesciato dagli appartenenti a un culto che rivendica una lettura letterale dell’antico testamento e che si prefigge un ritorno alle origini per salvare l’umanità. Questo ritorno alle origini comporta una totale sottomissione delle donne fertili, che vengono rese schiave dei maschi alfa della popolazione e costrette ad avere con loro rapporti sessuali per rimanere incinte. Sono le handmaids del titolo, tradotte in italiano come ancelle(…)
Vederla da donna è come beccarsi un pugno nello stomaco (e non immagino da madre), ed Elizabeth Moss (la Peggy Olson di Mad Men) è talmente brava che arrivi a sentirti dentro di lei.

Aiutano molto la voce fuori campo che ci fa entrare nei suoi pensieri, i primissimi piani sul viso stravolto dal dolore e dal terrore, per non parlare della fotografia, la regia, le performance di tutti gli altri attori, tranne Joseph Fiennes che fa schifo sempre (bravissime Samira Wiley, ex Poussey di Orange is the new Black e Alexis Bledel, Rory di Una mamma per amica), che ti sbattono dentro la storia senza nessun filtro.

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La degenerazione autoritaria inventata dall’autrice è così spaventosa perché il germe di quello che è descritto lì è già insito nella nostra cultura.

Non parlo dell’America di Trump né dei regimi islamici a cui è stata paragonata, anche qui tante altre penne più autorevoli di me hanno già discusso delle somiglianze.

Sto parlando di qualcosa di meno evidente ma che serpeggia nel nostro quotidiano.

Facendo le debite proporzioni, non è che The Handmaid’s Tale ci spaventa così tanto, come, per altre cose, spaventa Black Mirror, perché ci sembra qualcosa che dall’oggi al domani potrebbe capitare anche a noi (ed è già la vita quotidiana delle donne in molti Paesi del mondo)?

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Per me parte sempre tutto dalle piccole cose. I piccoli gesti, le virgole, il tono di voce: sono loro che fanno la differenza. Sono il punto di partenza da cui poi potrebbe partire la degenerazione.

Per il lavoro che faccio so quanto un testo ben scritto sia il risultato di un fine lavoro artigianale, e non è mai la prima cosa che ti viene in mente. Perché un testo va lasciato risposare un po’ e ripreso in mano più volte, per vederlo con occhi diversi, snidare le magagne e renderlo scorrevole, chiaro.

Se una cosa piccola come una virgola può cambiare il significato intero di una frase, che forza incredibile può avere una frase intera?

Purtroppo mi sembra che in molti se lo stiano dimenticando, sia quando scrivono che, soprattutto, quando parlano.

Vi faccio qualche esempio.

Un po’ di tempo fa è uscito questo video sulla forza e l’importanza delle parole, nel senso proprio dei termini scelti per descrivere le donne.

 

E poi. Qualche giorno fa mi è stato detto: “femmine, tu provi a spiegarglielo dove sta la destra ma non lo riescono proprio a capire”. Era una frase completamente fuori contesto, che in un soffio aveva fatto due delle cose che detesto di più: generalizzare e categorizzare.

O ancora. Magari vi è capitato sul lavoro (o in qualsiasi altro posto, tipo il carrozziere) di avere a che fare con qualcuno che vi trattava con sufficienza e che ha cambiato completamente atteggiamento quando si è rivolto a un uomo.

Oppure di provare a parlare tranquillamente di sesso e sessualità ma venir bollata per sempre come la fissata, la pervertita, una di cui ridere, ma a te proprio non veniva da ridere e la volta successiva hai preferito startene zitta.

Beh, a me queste cose sono successe. Sono sciocchezze, direte, rispetto a violenze psicologiche e fisiche ben più gravi. Ma siamo sicuri che sia giusto ridere di questi atteggiamenti, invece di dar loro un peso diverso? Siamo sicuri che non sia da queste parole, da questi gesti che dovremmo ripartire per porre le basi di un vero rispetto?

Io vorrei sentirmi libera di esprimermi, nei limiti di quello che voglio condividere e con chi voglio condividerlo, senza che qualcuno mi dica che donna dovrei essere.

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Perché è partendo da un’affermazione innocente, come dire a una donna che è una pervertita, che poi si arriva a giustificare cose più gravi (era lei che non doveva mettersi la minigonna).

Ed è per questo che un universo degenerato come quello di The Handmaid’s Tale non è poi così impensabile.

Dimmi dove vai e ti dirò quale film e serie guardare

Ho raccolto alcuni luoghi raccontati nel magazine di Sgaialand e ho abbinato un film e una serie tv sulla base del tema del viaggio.
Ecco un estratto del pezzo.

La Terra delle Meraviglie offre scorci inaspettati e sorprese incantevoli per tutti i gusti e le passioni. Volete sapere quali sono le serie tv e i film perfetti per voi sulla base dei vostri luoghi preferiti? Scoprite quale film e serie guardare!

Dimmi dove vai e ti dirò chi sei…”: quante volte abbiamo letto questo invito su giornali e siti web, che ci prometteva di raccontarci qualcosa in più su di noi sulla base dei nostri ultimi viaggi?

Ebbene, Sgaialand Magazine fa molto di più: diteci quali sono i vostri luoghi preferiti della Terra delle Meraviglie e vi suggeriremo quali film e serie guardare.
Pronti a partire per il vostro prossimo viaggio?

1. Il Vittoriale degli Italiani
La maestosa villa che fu di Gabriele D’annunzio, sulla sponda bresciana del Lago di Garda, sarebbe perfetta come set per una storia fantasy, o addirittura un horror.

Film: Crimson Peak di Guillermo del Toro, 2015, con Mia Wasikowska, Jessica Chastain, Tom Hiddleston e Charlie Hunnam.

Siamo nell’Inghilterra del Diciannovesimo Secolo.
Il regista messicano, genio del genere fantasy, ci porta in una casa degli orrori, gotica e fatiscente, in cui la protagonista (Mia Wasikowska), aspirante scrittrice tormentata dalla morte della madre, si troverà intrappolata, succube dei suoi stessi fantasmi e del misterioso marito (Hiddleston).

Serie tv: Una serie di Sfortunati Eventi, 2017 (prima stagione, rinnovata, su Netflix), con Neil Patrick Harris, Patrick Warburton, Malina Weissman e Louis Hynes.

Tratto dalla serie di romanzi di Lemony Snicket, la serie racconta le sfortunate avventure dei tre fratelli Baudelaire, orfani e vittime del temibile Conte Olaf, che fa di tutto per ereditare la loro fortuna.
Neil Patrick Harris, che è stato l’indimenticabile Barney di How I Met your Mother, qui dà prova del suo talento camaleontico nelle diverse trasformazioni del Conte Olaf.

2. Le Ville Palladiane
La terra delle Meraviglie è costellate da ville maestose, opera di uno dei più grandi architetti della Storia. Queste ville erano la residenza delle famiglie nobili dell’epoca, e allora la mente vola subito a serie e film in costume, vero sfoggio di ricchezza e opulenza.

Film
: Maria Antonietta di Sofia Coppola, 2006, con Kirsten Dunst, Jason Schwartzman, Judy Davis.

Un classico del genere da vedere e rivedere, una Maria Antonietta pop e con la passione per i cupcake e le scarpe (ve le ricordate le Converse All Star che sbucano nella collezione della regina?). Il sodalizio tra la Coppola e la Dunst è uno di quelli più stretti della storia del cinema, e continua fino al 2017 con L’inganno, ultimo film della regista.

Serie tv: Z, the Beginning of Everything, 2015 (una stagione, non rinnovata, su Amazon Prime Video), con Christina Ricci, David Hoflin, David Strathairn.

Altra epoca, altra icona femminile: Christina Ricci è Zelda Fitzgerald, compagna dello scrittore Francis Scott Fitzgerald, essa stessa scrittrice, icona della moda e figura spregiudicata e libera nella New York degli Anni Venti.

Extra: “Palazzi del Potere – Palladio, l’architetto del mondo”. Presentato da Magnitudo Film alla 74^ Mostra del Cinema di Venezia, è un docufilm d’arte che racconta come lo stile dell’architetto vicentino abbia fatto il giro del mondo.
Potete leggere il resto dell’articolo su Sgaialand Magazine.

 

 

Nelle puntate successive.

Ultimamente il rinnovo o la cancellazione di una serie sono diventati dei problemi piuttosto seri per gli appassionati i fissati come me.

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Gli Upfront negli Stati Uniti (la settimana di maggio in cui i network presentano in anticipo i palinsesti della stagione successiva) sono diventati un appuntamento fisso, atteso con trepidazione da noi drogati di serie per capire se e quando avremo la nostra dose.

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La prima serie che mi è piaciuta particolarmente e di cui ho vissuto la cancellazione prematura è stata Bored to Death. All’epoca ero ancora una pivella in materia, era forse una delle prime che vedevo dopo aver imparato cosa fosse il binge watching da Mad Men e, nonostante il dispiacere (è una serie molto carina, recuperatela!) ancora non vivevo l’interruzione di una serie tv come una vera crisi.

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Ultimamente, invece, che ho una lista lunga così di serie da vedere, mi succede di non fare nemmeno in tempo ad aggiungerne una, che è uscito l’annuncio che era stata cancellata.

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Ho iniziato Sense8 quando già era stato concesso ai fan un finale extra di due ore, poi è arrivata Gypsy, la serie tv con Naomi Watts che fa la psicanalista con il vizietto dello stalking nei confronti dei suoi pazienti, e che ho visto nonostante sapessi che non sarebbe andata oltre la prima stagione.

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E adesso, neanche il tempo di scaricare la prima puntata, mi arriva l’annuncio della cancellazione di Blood Drive, quella che dovrebbe essere la Grindhouse delle serie tv.

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Non ho ancora adottato una strategia di difesa a riguardo: l’ultima puntata di Gypsy mi ha lasciata a bocca asciutta perché non era naturalmente pensata come una vera conclusione, ma un finale aperto a una stagione successiva. Nonostante sia una serie interessante e Naomi Watts valga sempre il prezzo del biglietto, ha senso usare ore della mia vita per una cosa che so che non avrà un seguito?

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A questo punto mi sento di fare un appello ai network.

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HBO, NBC, AMC, Netflix, CBS, Hulu, Showtime, e tutti gli altri, cercate di capirci. Il bello delle serie tv un tempo era la trepidazione con cui ci lasciavate alla fine della stagione. Non vedevamo l’ora che iniziasse quella successiva.

Ma ora, in un mondo di totale incertezza, in cui non siamo più sicuri se ci sarà, quella stagione successiva, non potete più tenerci sulle spine senza dirci cosa dovremmo fare della nostra vita e delle nostre serate.

Date una speranza a noi che vorremmo provare a guardare tutte le cose che producete ma che ormai abbiamo l’angoscia del finale aperto. Aiutate noi poveri addict, imparate anche voi a vivere ogni giorno con l’incertezza del domani, terminate ogni stagione come se fosse l’ultima.

Imparate a chiudere meglio quei maledetti finali.

Con affetto sincero, una vostra fan.

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Perché Ozark non è Breaking Bad

In un’intervista di Rolling Stone hanno chiesto a Jason Bateman, che è regista e protagonista della serie tv Ozark (su Netflix) quanto il suo Marty Byrd sia debitore del Walter White di Bryan Cranston.

Personalmente non ho mai pensato davvero che questa serie potesse diventare la nuova Breaking Bad, ma è stato inevitabile fare un minimo di confronto, visto il punto di partenza molto simile.

La storia, in breve, è quella di una famiglia di Chicago che si trova costretta a rovinare sulle coste del lago Ozark, nel Missouri (una riserva naturale di 36mila km quadrati, un luogo stupendo e adattissimo ad ambientare un thriller) a causa dell’attività di Marty, commercialista che si occupa di riciclare denaro per un cartello messicano.

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Il problema di questa serie è proprio il suo protagonista. Adoro Bateman dai tempi di Arrested Development, lo trovo un attore elegante e sofisticato, e allo stesso tempo molto comico.

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Ma come contabile corrotto no, non ce la può proprio fare.
Non riesce a scrollarsi di dosso quell’aria da adorabile padre di famiglia in cardigan nemmeno quando assiste agli omicidi più efferati o quando si rende conto di aver messo la famiglia in totale pericolo.
Neanche nei momenti in cui il suo protagonista è costretto a prendere delle decisioni difficili o a inventarsi delle bugie disoneste da far schifo riesce a usare la freddezza necessaria, ma solo una gran compostezza.

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Bryan Cranston ha avuto la capacità di farci abituare, di stagione in stagione, al cambiamento graduale dallo sfigatissimo professore di chimica allo spietato Heinsenberg, e gli abbiamo creduto in ogni singolo istante.
Bateman, invece, rimane sempre un contabile e non diventa mai un vero delinquente.

 
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La puntata in cui è più convincente (esclusa l’escalation delle ultime due, le più riuscite della stagione, in cui ci sono i veri colpi di scena della serie) è l’ottava, Caleidoscopio, in cui, alternando alla storia i flashback del passato dei protagonisti, capiamo meglio come siamo arrivati sulle sponde dell’Ozark. Ma a quel punto è diventata un’altra serie, non è più un thriller ma un dramma familiare.
Che è poi quello che Bateman sa fare.

La stessa Laura Linney, che qui interpreta la moglie di Marty, non mi ha convinta molto. Sembra incerta sul da farsi ed è come se la sua recitazione resti sempre ferma sulla porta, come se non avesse il coraggio di calcare la mano e di far esplodere il suo personaggio come ci si aspetterebbe.

Ma, ancora una volta, ho come la sensazione che sia colpa di Bateman e della sua regia posata e delicata che non si spinge mai oltre (nonostante alcune scene che sarebbero sì degne di Breaking Bad).

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Bella invece la sotto trama del vecchio e insopportabile Buddy, che affitta alla famiglia in fuga parte della sua casa con l’unica clausola di poterci rimanere dentro (è un malato terminale e ha un’aspettativa di vita molto breve).
Altro personaggio riuscito è Jonah, il figlio minore della coppia, incompreso nei suoi gesti e nel modo in cui reagisce alla tragedia familiare, forse il più maturo di tutti e forse allo stesso tempo portatore di un segreto che ci viene solo accennato e chissà se ci verrà svelato nella prossima stagione.

La colonna sonora, poi, è molto bella e sorregge bene i momenti di tensione anche quando i protagonisti traballano.

 

Insomma, posso dire che Ozark è una serie che sulla carta sarebbe molto interessante, i personaggi sono davvero ben scritti e le loro storie non sono banali né scontate. Manca però qualcosa, e credo che quel qualcosa sia un regista un po’ meno buono di Jason Bateman.

Estate, andiamo

Da domani Al contrario si prenderà finalmente un po’ di ferie, ma potete continuare a seguirmi sulla pagina Facebook del blog, o sul mio profilo Instagram. Mi prendo qualche giorno per riposarmi e raccogliere le idee per la prossima stagione, la mia preferita, perché profuma di nuovi inizi e progetti.

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Quando scrivo, ci sono due cose che mi piace particolarmente fare: i bilanci e gli elenchi.
Per quanto riguarda i bilanci, dopo i primi tre mesi dal mio trasferimento virtuale in questo nuovo spazio posso dire che ho ricevuto da subito tante soddisfazioni. Piano piano sono arrivate anche le prime iscrizioni (grazie! Non me ne aspettavo così tante e costanti nel corso dei mesi), i commenti e i “mi piace”.
Queste prime interazioni mi hanno anche aiutata a indirizzare gli argomenti dei post, anche se vorrei potere aumentare un pochino quelli sui viaggi (ma questo, purtroppo, non dipende da me).

Per passare alle liste, invece, prima di partire vi lascio con quella dei mie consigli per le vacanze: cosa fare, leggere, vedere e ascoltare quando sarete in ferie.

Belle cose da vedere
Lisbona
Vilnius (prima e seconda parte)
La Biennale a Venezia
Into the Unknown a Londra
Il Museo della Follia a Salò

Belle cose da leggere
Milk and Honey di Rupi Kaur
La più amata di Teresa Ciabatti
L’arte di essere fragili di Alessandro D’Avenia
I fumetti di Ale Giorgini

Belle cose da ascoltare
Musica per supereroi
Black Girl Power
Pop senza vergogna dei primi anni Duemila
Musica per la colazione
Canzoni della felicità

Belle serie
American Gods
Sense8
Fleabag e I love Dick
Love e Lovesick
Girls

Bei film
La saga degli X-Men
Hidden Figures
Qualcosa a scelta dalla filmografia di Adam Driver
Okja

Buona estate a tutti allora, e grazie a chi sta dimostrando il suo affetto sincero nei confronti di questo progetto e che mi fa capire ogni giorno di più che sto facendo la cosa giusta.

Quando so che posso consigliare una serie

Mi entusiasmo facilmente e facilmente consiglio film o serie tv a chi mi chiede un parere (ma anche a chi non lo chiede). Credo sia dovuto in parte al fatto che, dopo anni di pratica e svariati buchi nell’acqua, ho imparato a selezionare, cercando di capire preventivamente quando un film è brutto.

Per esempio, analizzando i trailer che spesso anticipano già se sarà una cazzata ben confezionata o se varrà la pena di vederlo, oppure affidandomi alle recensioni dei mie portali di riferimento (Serialminds, ad esempio, è la mia bibbia per le serie tv).

Ormai ci sono registi e attori che conosco abbastanza per essere sicura che il loro lavoro mi piacerà, oppure non li sopporto a tal punto da non avere più voglia di vederne neanche uno spot di trenta secondi.

E poi, lo ammetto, ho anche dei personali influencer (anche se loro non lo sanno), persone che conosco e di cui mi fido, nel momento in cui si schierano a favore di una serie tv o di un film.

L’ultima volta è successo con Sense8.

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Appena ne ho letto un commento di amore totale e incondizionato, l’ho aggiunto immediatamente alla mia lista di cose da vedere su Netflix. E finita la prima puntata, in un attimo mi sono ritrovata ad essermi bevuta entrambe le stagioni.

Mi sono domandata più volte perché questa serie mi abbia così tanto emozionato e abbia scalzato dal podio delle mie preferite altre che pensavo di non rinnegare mai.

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Sense8 ha parecchi difetti, alcuni anche molto evidenti. Alcune storie non reggono come le altre e, soprattutto nella seconda stagione, la trama diventa sempre più complicata e compaiono dei personaggi nuovi che scompaiono poco dopo senza una reale necessità.

Non c’è dubbio che non fosse stata pensata per terminare con la seconda stagione (ma ormai molte serie iniziano ma non si sa se e quando finiranno), ma questo non giustifica alcune cose che oggettivamente non funzionano.

La serie, attentissima a costruire dei perfetti dialoghi “doppi” tra i suoi protagonisti da una parte e dall’altra del mondo, pecca in alcuni punti strutturali, che dovrebbero sorreggere in maniera realistica la trama e permetterle di volare alto appoggiandosi su basi solide.

Due licenze poetiche a mio parere un po’ troppo spinte, anche se funzionali alla storia?
La capacità di Will di auto disintossicarsi dopo un anno passato a farsi di eroina, senza nessuna ricaduta o crisi di astinenza, e il ricovero coatto di Nomi, tenuta legata a letto con una guardia fuori dalla stanza dell’ospedale, come se fosse internata in un ospedale psichiatrico, pur essendo perfettamente in grado di intendere e di volere.

Ma la realtà è che Sense8, seppure con qualche difetto di trama e più di un attore non proprio da premio Oscar, è stata capace di commuovermi ed emozionare come poche altre serie.

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La cosa che colpisce di più sono le scene in cui gli otto protagonisti si aiutano nei momenti di pericolo comparendo all’improvviso e sovrapponendosi tra di loro: da brividi.

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Ma, andando più sotto la superficie, questa serie è un racconto toccante sull’amore e la compassione, sull’empatia, la libertà affettiva e sessuale di amare chi cavolo ci pare e nei modi che vogliamo (perché l’amore non può vivere in categorie predefinite e standard, altrimenti non sarebbe amore ) e su come le differenze siano in realtà solamente nella nostra testa.

E ci racconta tutta la poesia che sta nei piccoli gesti, ma anche (e soprattutto, in questo caso) in quelli più eclatanti.

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Insomma, Sense8 è sì una serie di fantascienza, avvincente nelle sue scene di azione, esagerata e carnevalesca in alcuni momenti, ma è anche delicata e commovente.
La fantascienza che fa da contorno qui è solo una scusa, una cornice utilizzata per parlare di essere (ed esseri) umani.

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E questo lo fa toccando le tematiche dei diritti delle donne, degli omosessuali, dei transessuali, ma anche conflitti politici che pesano sulle spalle dei più poveri, corruzione, differenze religiose e culturali.

Tutte differenze che, alla fine, si trovano a parlare la stessa lingua, che permette la comprensione e l’unione di tutte queste anime, e che ci fa tornare la speranza in un’umanità che, forse, può ancora imparare la compassione.

Le mie donne preferite della tv

Oggi ho deciso di fare un elenco delle mie serie tv preferite con un cast di sole donne.
Sulla scelta delle prime due non ho esitato: di Girls e Good Girls Revolt avevo già ampiamente parlato.
La terza è venuta da sé: Orange is the new Black è appena arrivata alla quinta stagione e ormai mi sono talmente affezionata alle detenute di Litchfield che non potevo non citarla.

Tra redazioni di giornali, carceri femminili, appartamenti newyorkesi, le protagoniste delle serie tv al femminile da recuperare quest’estate ci dimostrano come la forza e la bellezza delle donne abbiano mille sfaccettature.

L’afa non vi dà tregua, le ferie sono ancora lontane e usciti dall’ufficio avete solo voglia di buttarvi sul divano, accendere l’aria condizionata e iniziare una nuova serie tv?

Alcune delle più riuscite hanno come protagoniste delle donne straordinarie e fuori dal comune.

Ecco allora qualche consiglio da recuperare quest’estate.

Kimmy Schmidt

1. Umbreakable Kimmy Schmidt (comedy, tre stagioni su Netflix)

La storia: Kimmy è una delle quattro ragazze “talpa”, chiamate così perché tenute segregate per 15 anni da un predicatore che le ha convinte che all’esterno si stava scatenando l’Apocalisse.
Quando vengono finalmente liberate, Kimmy si ritrova a dover affrontare una nuova vita a New York, completamente impreparata ai cambiamenti degli ultimi decenni.

Perché vederla: Kimmy ha uno sguardo innocente e giocoso sul mondo che sarebbe bello riuscire ad imitare: il suo entusiasmo è spiazzante ed esilarante. E poi, il suo colore preferito è il fucsia!

Grace and Frankie

2. Grace and Frankie (comedy, quattro stagioni su Netflix)

La storia: Grace e Frankie non si sopportano: sono le mogli di due soci di lavoro e sono decisamente agli antipodi. Grace è algida e alto-borghese, i suoi capelli sono sempre impeccabili e la sua villa è una reggia. Frankie è una hippie dai lunghi capelli grigi, animalista e vegana. Le due si trovano a dover affrontare insieme la confessione dei due mariti di essere amanti da anni. Dopo le inevitabili (e spassose) difficoltà iniziali, diventeranno amiche.

Perché vederla: per capire come anche le differenze più inconciliabili possono riservare grandi sorprese e che il concetto di famiglia è molto cambiato e non può avere delle definizioni univoche. E poi per le due protagoniste, Jane Fonda e Lily Tomlin, che sono straordinarie e divertentissime.

Lena Dunham

1. GIRLS (drama, sei stagioni su HBO)

La storia: Quattro amiche a New York, quasi trentenni, alle prese con le difficoltà del lavoro, dei rapporti di amicizia e d’amore.

Perché vederla: Lena Dunham (scrittrice e protagonista della serie) è la migliore penna della sua generazione, e ne racconta il meglio e il peggio senza nessun pudore o filtro. Non aspettatevi Sex and the City, ma piuttosto il suo esatto contrario.
La sua protagonista, Hannah, ci fa capire come il corpo delle donne non ha (e non deve avere) un aspetto standard, ed il bello sta proprio nelle sue imperfezioni.

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3. Orange is the new black (drama, 5 stagioni su Netflix)

La storia: Piper Chapman è una biondissima ragazza di ottima famiglia che improvvisamente viene arrestata per essere stata tradita da una sua ex per un vecchio coinvolgimento in un traffico di droga, e si ritrova a dover sopravvivere all’interno del carcere federale femminile di Litchfield.
Nell’ultima stagione le detenute mettono in atto una ribellione e i ruoli tra prigionieri e aguzzini si ribaltano, con delle conseguenze inaspettate.

Perché vederla: seguire le storie delle detenute di Litchifield ci insegna che la normalità non esiste, ci fa riflettere sulla diversità, sulle differenze di razza e cultura, sulla capacità di adattamento dell’essere umano e sulle ingiustizie sociali.


Good girls revolt

2. Good girls revolt (drama, 1 stagione su Prime Video)

La storia: 1969, la redazione del giornale News of the Week è equamente divisa tra uomini e donne, ma solo a livello numerico. Le donne, infatti, non possono fare davvero le giornaliste, ma solo le ricercatrici, e si occupano di raccogliere il materiale per gli articoli che poi verranno firmati dai colleghi maschi (pagati più del doppio di loro).
Le ragazze decidono di organizzarsi e denunciare la testata.

Perché vederlo: perché non si finisce mai di lottare per i diritti delle donne, perché le giornaliste del News of the Week sono davvero delle tipe saghe, e poi, naturalmente, per la moda e la musica dei Seventies!

 

La lista potrebbe andare avanti all’infinito elencando anche le straordinarie protagoniste di serie tv non 100% al femminile: solo per citarne alcune, Daenerys Targaryen di Game of Thrones, Eleven in Stranger Things, Carrie Mathison in Homeland, o Peggy Olson in Med Man.
Sono tutte donne forti, non convenzionali e passionali che, nonostante le difficoltà, non perdono mai le speranza e la caparbietà.

Nel frattempo mi accingo a iniziare Glow, altra serie al femminile, questa volta ambientata nel mondo del wrestling degli Anni Ottanta e ideata dalle stesse menti che stanno dietro proprio a OITNB.
Le premesse ci sono tutte perché la ami: metto già in calendario il prossimo pezzo.