Tredici seconda stagione Netflix

Tredici: la forza dei ruoli secondari

Non posso scrivere questo pezzo senza parlare della trama della seconda stagione, quindi sì: se continuate a leggere vi beccate gli spoiler. Poi non ditemi che non vi avevo avvertito.

Tredici è un prodotto seriale che, nonostante i numerosi difetti, continua a interessarmi e incuriosirmi, tanto da essere la prima volta che qui parlo due volte della stessa serie tv.

Il tema principale della prima stagione è controverso e molto delicato: un’adolescente, Hannah Baker, si suicida, dopo aver subito ripetuti atti di bullismo da parte dei suoi compagni di scuola, enfatizzati dall’incapacità degli adulti di cogliere i campanelli di allarme.
Prima di togliersi la vita, registra nove cassette, indirizzate a ognuno di quelli che lei ritiene i colpevoli, e racconta gli episodi che li hanno visti coinvolti.

Il calderone della seconda stagione

Mi sono approcciata alla seconda stagione in modo molto scettico, perché temevo l’effetto allungamento del brodo, e purtroppo non mi sono ricreduta.

Qui assistiamo al processo che vede contrapposti i genitori di Hannah alla scuola, a cui fanno causa per la morte della figlia.
Lo spettro dei temi affrontati si amplia, e si focalizza soprattutto sulle molestie e gli abusi sessuali da parte del capo della squadra di baseball (Bryce Walker) nei confronti non solo di Hannah, ma di numerose altre ragazze, tra cui Jessica Davis, una degli accusati da Hannah nella prima stagione.

Oltre a questo si parla apertamente di dipendenze da droghe, problemi razziali, salute mentale, omosessualità, possesso di armi e stragi nelle scuole.
Sì, è un grosso calderone in cui c’è di tutto, e in cui alcuni temi sono trattati meglio, altri meno, e l’ultima puntata cerca di farne un riassuntone un po’ forzato.

Poche cose riescono ad essere d’impatto, come ad esempio, l’ultima scena dedicata al processo, in cui al discorso di Jessica contro Bryce si sovrappongono i racconti di abusi di tutte le donne protagoniste della serie.

Hannah e Clay di Tredici

Due protagonisti insopportabili
I due protagonisti (Hannah e Clay) sono ormai insostenibili.
Hannah, da morta, si manifesta all’amico, ma non si capisce a che scopo: non aiuta nello svolgimento della trama, né lo fa impazzire del tutto, come sembrerebbe nelle prime puntate.

Nella prima stagione era trapelato che Clay avesse sofferto di depressione, ma qui si trasforma all’improvviso in un piccolo eroe senza macchia e senza paura, che arriva persino, da solo e in maniera del tutto irrealistica, a sventare una strage al ballo della scuola.

Ruoli secondari che brillano
Come spesso accade, a protagonisti insipidi si contrappongono ruoli secondari notevoli.
In questo caso, due personaggi che secondo me funzionano molto bene sono quelli di Alex Standall e Tyler Down.

Alex Standall di Tredici

Alex Standall (interpretato da Miles Heizer)
Il personaggio più interessante da subito, nella prima stagionè stato ignorato da tutti, compresi noi spettatori, perché troppo concentrati sulla morte di Hannah.
Sono passati inosservati il disagio, il senso di colpa e la fragilità del più umano e realistico di tutti i personaggi, tanto che nessuno si sarebbe aspettato il tragico tentativo di suicidio dell’ultima puntata.

Nella seconda stagione, Alex dopo essere sopravvissuto, e l’attore affronta con garbo lo sviluppo del suo personaggio, la sua disabilità e la perdita di memoria causati dall’incidente, ma anche il rapporto contrastato con gli amici e con qualcosa che assomiglia all’inizio di un amore.

Nervoso ma placido, rassegnato ma combattivo, timido ma in realtà il più coraggioso di tutti: Alex vive un caleidoscopio di emozioni molto vere, ed è l’unico credibile di tutta la serie.

Tyler di Tredici
Tyler Down (interpretato da Devin Druid)
Quella di Tyler è una storia parallela a quella principale, e ha una parabola molto coerente e credibile: dalle prime accuse di stalking nella prima stagione, arriviamo a scoprirne il disturbo ossessivo-compulsivo e la passione per le armi.
E, dal primo momento in cui ne prende in mano una, sappiamo già come andrà a finire.

Vittima di un bullismo continuo, trova una parvenza di salvezza quando incontra l’amico punk e la ribellione (vabbè), con cui combina qualche guaio, come andare in giro per la scuola con una maglietta auto prodotta con scritto assholes.
Ma quello che i due architettano insieme è sempre troppo poco per lui, che vorrebbe un alleato per vendicarsi davvero degli stronzi della scuola.

Devin Druid è perfetto nel mostrarci la sua costante inquietudine che vibra sotto pelle e che non trova mai sfogo, ma anche la vergogna e l’incapacità di avere a che fare con le coetanee (la scena dell’appuntamento al cinema è da manuale), che acuisce ancora di più la sua infelicità.

All’apice della disperazione, sarà costretto a passare mesi al riformatorio e da lì tornerà solo in apparenza tranquillo, ma riflessa negli occhi avrà una nuova, inquietante, vacuità.

L’ultimo episodio di violenza che è costretto a subire, così crudo da farti distogliere lo sguardo, farà eruttare tutto il marcio e la sofferenza sepolta negli anni, e gli farà prendere la decisione di imbracciare il mitra e prepararsi alla resa dei conti.

E poi, diciamolo, Devin Druid ha la faccia adatta ai ruoli alla Edward Norton, e di fronte a lui vedo un futuro roseo fatto solo di assassini, psicopatici e alienati di vario genere.

Humor nero su Netflix

Una serie di sfortunati eventi e Santa Clarita Diet

Tornano i recuperoni delle serie tv, un po’ in ritardo rispetto alla loro uscita, ma nel mio cuore spero che non siate tutti come me, e che qualche titoli ogni tanto vi sfugga.

Prima facciamo un riepilogo delle puntate precedenti:
– Le serie sull’amore: Love e Lovesick;
– Le serie coi titoli espliciti: I love Dick e Fleabag;
– Due serie non c’entrano nulla l’una con l’altra ma che mi sono piaciute: The Marvelous Mrs. Maisel ed Easy.

Oggi invece parliamo di humor nero, anzi, nerissimo, e di attori dalla portentosa mimica facciale.

Una serie di sfortunati eventi

Una serie di sfortunati eventi – due stagioni, su Netflix
Ho conosciuto il talento di Neil Patrick Harris (e i suoi meravigliosi travestimenti di famiglia per Halloween) colpevolmente tardi.
Per anni mi è stato detto quanto fosse inaccettabile per una che basa la sua vita sugli insegnamenti di F.R.I.E.N.D.S. non aver visto neanche una puntata di How I met your mother.
Sì, adesso l’ho iniziata, vostro onore, lo giuro.

Ma nel frattempo ho anche visto l’altra fatica di NPH, Una serie di sfortunati eventi, serie dark tratta dai libri di Lemony Snicket.

Qui è l’a dir poco perfido Conte Olaf, che cerca in tutti i modi (e nascondendosi dietro tutte le identità possibili) di uccidere i ricchi orfani Baudelaire per rubarne l’eredità.
Assicuratevi di vederla in lingua originale per sentire la sua capacità di modulare i diversi accenti e tic per caratterizzare i diversi personaggi.

Conte Olaf e Violet Baudelaire

Ogni due puntate viene raccontato uno dei libri di Snicket (finora sono andati in onda dall’Infausto Inizio al Carosello Carnivoro).
Le ambientazioni si fanno via via più macabre e spaventose, e sono popolate da personaggi di una cattiveria disumana nei confronti dei poveri orfani. I tre Baudelaire possono contare solo su loro stessi, il loro ingegno e la loro intelligenza, e su pochi protettori che però finiscono sempre piuttosto male.
Ah, e poi c’è Sunny Baudelaire, la piccola dei tre, che si esprime solo a mugugni, ma sottotitolati, ed è spassosissima.

Sunny Baudelaire

 

Santa Clarita Diet
Santa Clarita Diet – due stagioni su Netflix
Drew Barrymore è uno dei miei miti dell’infanzia, e rivederla in una serie tutta sua mi ha riempita di felicità.
Qui è un’agente immobiliare che lavora con il marito (il dinoccolato re delle faccette Timothy Olyphant) e ha una figlia adolescente. Capita che però, una mattina, lei si svegli morta, o meglio, morta vivente, e che quindi non riesca a mangiare più nulla se non carne umana.
Come immaginerete, la cosa manderà un po’ in crisi la famiglia, che cercherà di trovare una soluzione al problema, creando delle situazioni esilaranti.

Santa Clarita Diet

La seconda stagione stacca notevolmente la prima (era da tanto che non sghignazzavo così), con i due protagonisti in stato di grazia, sempre più macchiette e impegnati in discussioni sempre più nonsense. E anche i personaggi secondari sono perfetti.

Santa Clarita Diet

Ah, vi avviso: è splatter, ma splatter-splatter, quindi non iniziatela nemmeno se siete sensibili al sangue e schifezze varie. Io, per dire, ho rischiato di fermarmi alla prima puntata: al solo ricordo mi viene ancora il voltastomaco… ma fidatevi! Giuro che è divertente!

 

Nina Simone negli anni cinquanta. - Tom Copi, Michael Ochs

Cinque documentari da vedere su Netflix

Non mi soffermo quasi mai sulla categoria “documentari” di Netflix, ma è forse una di quelle più complete e varie: si trovano biografie di cantanti, scrittori, sportivi, comici, inchieste giornalistiche, storie di grandi chef, di vite eticamente corrette e attivismo, di design, musica, personalità storiche e politiche.
Ecco alcuni dei miei preferiti.

What happened, Miss Simone?
What happened, Miss Simone?
Nina Simone non è stata solo una delle cantanti e pianiste soul più straordinarie della Storia, ma anche un’attivista per i diritti civili che ha marciato con Martin Luther King e Malcolm X, una donna dalla vita privata molto complicata a causa del disturbo bipolare di cui soffriva, sfruttata e picchiata dal suo compagno e manager.

Il documentario racconta con onestà la vita di una musicista gigantesca e fragile attraverso interviste, concerti e filmati di repertorio, e il contributo della figlia Lisa Simone Kelly, di amici e collaboratori della cantante.

Hot girls wanted: turned on

Hot girls wanted: turned on
Questa serie-documentario racconta il rapporto tra sesso e tecnologia da un punto di vista femminile, e di come l’uso di internet e dei social network abbia cambiato le relazioni tra le persone in maniera profonda.

Si parla di pornografia attraverso le storie di fotografe, registe, attrici e “reclutatrici” nel settore del porno, e delle difficoltà (e pericoli) di un’industria dominata dal punto di vista maschile.
O di come strumenti come Tinder permettano di incontrare persone nuove, che da un giorno all’altro si possono cambiare e sostituire come un vestito.

Dovresti venire in privato” racconta l’amicizia tra una cam-girl e uno dei suoi fan più fedeli, un ragazzo che non ha mai avuto una vera relazione e che confonde il loro rapporto con qualcosa di più romantico.

L’ultima puntata, “Continua a riprendere”, parla di adolescenti e dell’utilizzo morboso e incontrollato di Periscope, un’app per la condivisione di video, ed è un vero pugno nello stomaco.

Life, Animated

Life, Animated
Siamo negli Anni Novanta: Owen è un bambino che, dopo i primi tranquilli tre anni di vita, all’improvviso smette di parlare, e regredisce nelle capacità fisiche e motorie. La diagnosi di autismo colpisce la famiglia che si trova completamente spiazzata e inerme per anni, senza sapere cosa fare.

È il padre che un giorno trova la chiave per comunicare con lui tramite i film della Disney, che il bambino guarda in continuazione e conosce a memoria.
Owen ricomincia a parlare attraverso le frasi dei suoi personaggi preferiti, che non sono i protagonisti, ma quelli da lui definiti gli “ausiliari” (il primo è stato Jago, il pappagallo di Aladdin). Questi diventeranno la sua rete di protezione, e da loro imparerà piano piano un linguaggio per esprimere le sue emozioni.
Anni dopo, Owen è riuscito a prendere il diploma e ad andare a vivere da solo, a trovarsi un lavoro e a vivere una vita normale.

Life, animated, candidato agli Oscar del 2017, è un racconto delicato ed emozionante, che non scade mai nella ricerca della lacrima facile.

i-am-your-father

I am your father

Agli occhi del pubblico, le star della Saga di Star Wars sono tre: Harrison Ford, Carrie Fisher e Mark Hamill. Ma il primo personaggio che viene in mente pensando ai film di George Lucas è sempre Dart Vader.

Eppure, se vi chiedessi chi è l’attore che lo ha interpretato, quanti di voi saprebbero la risposta?

I am your father racconta la storia dello sfortunato David Prowse, l’attore che ha dato il corpo (ma non la voce, né il volto) al cattivo per antonomasia. Scelto per la sua fisicità imponente (è alto quasi due metri e, da giovane, era un appassionato di culturismo), al cinema aveva già interpretato Frankenstein.

Fu su di lui che venne modellato Dart Vader, ma sempre ridoppiato, mai coinvolto negli sviluppi della storia del suo personaggio, spesso sostituito dai suoi stunt-man e, soprattutto, non era sua la faccia nella famosa scena della morte.
E, probabilmente per un gigantesco equivoco, fu anche bannato dalla Lucasfilm e da tutti gli eventi ufficiali, .

Due registi spagnoli hanno cercato di ridare all’attore, ormai anziano, la gloria che merita.

Casting JonBenet

Casting JonBenet
I casi irrisolti di cronaca nera sono il mio guilty pleasure. Quando ho visto il documentario Amanda Knox, sempre su Netflix, ne ho discusso per giorni.

Conoscevo da tempo il caso della piccola JonBenet Ramsey, una reginetta di bellezza americana morta quando aveva solo sei anni.
Fu trovata strangolata nella cantina della casa dei genitori in Colorado, il giorno di Santo Stefano del 1996, e non si è mai scoperto chi fosse l’assassino.

Il caso, all’epoca, è stato oggetto di un grande scalpore mediatico e ha dato luogo alle teorie più variegate, dalla madre che avrebbe falsificato la lettera di riscatto trovata in casa, al sospetto ricaduto sul fratellino maggiore (che all’epoca aveva solo dieci anni), all’incarcerazione di un pedofilo che avrebbe confessato l’omicidio, ma forse solo per mitomania.

Tutti questi aspetti emergono nel documentario girato durante un immaginario casting per un film sul caso di JonBenet. La storia si compone in maniera originale attraverso le interviste alle persone del luogo che si presentano alle audizioni. Ognuno dà la sua opinione sull’omicidio, filtrata dalle esperienze personali, dalla conoscenza della famiglia, ma anche da traumi vissuti in prima persona.

In copertina: Nina Simone negli anni cinquanta. – Tom Copi, Michael Ochs Archives/Getty Images

The Marvelous Mrs Maisel e Easy

The Marvelous Mrs. Maisel ed Easy

Passati i Golden Globe, mi dedico all’attività più importante dopo ogni evento stellare: controllare i look del red carpet, che in questo caso sono stati incidentalmente più chic del solito perché le star hanno sfilato in total black a sostegno della campagna Time’s Up contro gli abusi sessuali.

Controllando la lista dei vincitori, ho scoperto che ha avuto un discreto successo una serie tv che per molto non mi ero filata di striscio, ma che ho appena finito con un certo gusto, e va la infilo nel mio terzo post del recuperone del weekend.

Binge watching

Il mio recuperone del weekend è fatto di serie brevi, al massimo un paio di stagioni, che in due giornate potete finire senza problemi. Di solito non sono tra quelle osannate dalla critica e sono rimaste in disparte rispetto ad altre ben più famose.

Per il primo weekend vi avevo proposto Love e Lovesick. Per il secondo mi sono buttata sul politicamente scorretto con I love Dick e Fleabag.

Per il terzo weekend di binge watching vi propongo come prima serie una coccola, qualche ora di puro divertimento senza troppo sbattimento. E come seconda, una serie antologica leggera ma che apre a qualche inaspettata riflessione.

Rachel Brosnahan as Midge Maisel

The Marvelous Mrs Maisel (su Prime Video)
I primi minuti del pilot di questa serie tv mi avevano ingannata: la protagonista Midge Maisel mi ha fatto subito pensare a una Kimmy Schmidt degli Anni cinquanta, ma molto più antipatica. Poi ho capito che avrebbe preso tutt’altra direzione.

Midge è una giovane casalinga ebrea di New York che viene mollata dal marito Joel, un aspirante comico che non ha molto successo. La sera dell’abbandono Midge si ubriaca, torna nel locale dove si esibiva Joel e fa letteralmente a pezzi la platea, scoprendosi una stand-up comedian molto più talentuosa del marito.

La stand-up comedy americana è molto più dissacratoria di quella nostrana e non fa sconti a nessuna categoria politica o religiosa, è scorretta in temi di sesso, famiglia, questioni razziali.

Questa serie artificiosa, strutturata quasi come un musical (ma dove nessuno canta o balla), ci racconta una stand-up comedy che prende in giro lo splendore e il benessere economico di quegli anni, ma anche una disuguaglianza femminile che in qualche modo stava già iniziando a incrinarsi.

I dialoghi serratissimi ricordano lo stile di Gilmore Girls, mentre le atmosfere, impeccabili e patinate, quello di Mad Men.

Non aspettatevi però dei personaggi strutturati e profondi: Midge e Joel sono quelli più riusciti, mentre i secondari risultano farseschi e macchiettistici (perfettamente in linea con la messa in scena), in alcuni casi forse eccessivi, e fanno solo da divertente contorno alla storia dei protagonisti.

La brava (e bellissima) Rachel Broshanan ha appunto vinto il Golden Globe per la miglior attrice protagonista in una serie tv comedy e la serie stessa si è portata a casa il premio come miglior comedy.

Piccoli Passi Easy

Easy (su Netflix)
A un primo sguardo, Easy rispecchia il suo nome: semplice, e per questo la prima stagione non mi aveva particolarmente entusiasmata. 
Come in ogni serie antologica, i personaggi sono sempre diversi di puntata in puntata (anche se qui e là scopriamo delle connessioni tra loro) e il fulcro di tutte le storie raccontate è riflettere sui rapporti di coppia.

La seconda stagione mi ha stupito perché porta la riflessione a un livello più profondo e non scontato. I protagonisti sono quasi tutti gli stessi, presumibilmente qualche anno dopo rispetto a dove li avevamo lasciati, e si scoprono nuovi intrecci tra una storia e l’altra.
I temi sono vari: dal tentativo di salvare un matrimonio che si è voluto aprire ad altre persone (Matrimonio aperto), al lavoro di una escort e il suo rapporto con i clienti che travalica l’aspetto sessuale (Secondo lavoro).
Le puntate più interessanti sono quella che si interroga su come ci si può rapportare con gli ex partner senza combinare troppi casini (Ricorda il tuo Twitter!), quella sulla gelosia che compare inesorabile anche quando si fa della propria vita un baluardo contro gli stereotipi (Lady Cha Cha), e quella sulla forza e la dolcezza del desiderio di maternità (Piccoli passi).
C’è poi La figlia prodiga, un’altra puntata che mi ha colpito e che esce dai confini tracciati dalla serie, una riflessione su cosa sia la vera bontà cristiana vista attraverso lo sguardo tagliente di un’adolescente ribelle.

E allora easy diventa solamente il tono con cui i personaggi si raccontano e lo stile di regia di queste brevi puntate, semplice ma non semplicistico.
Sfido chiunque a non sentirsi partecipe dei dubbi dei protagonisti. Ti intrufolano in mezzo a dialoghi che sembrano rubati da conversazioni di tutti i giorni, pieni di esitazioni, quasi recitati a braccio.
Ed è come guardare dal buco della serratura le nostre stesse debolezze.

 

 

 

 

Stranger Things Upside Down

Pronti a tornare nel Sottosopra?

La scorsa estate sono successe due cose. Una è già tristemente terminata, l’altra sta tenendo tutti in agitazione per il suo attesissimo seguito.
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La prima era The Get Down, cancellata dopo solo una stagione, a causa dei costi esorbitanti e dello scarso appeal sul pubblico. Io per non sbagliare continuo ad ascoltare la colonna sonora. Ma di serie cancellate prima ancora che me ne rendessi conto ho già parlato un bel po’.

Il secondo fenomeno del 2016 è stata Stranger Things, che da omaggio affettuoso agli Anni Ottanta è diventata un fenomeno e un cult che ha superato ogni aspettativa.
A Halloween tutti vogliono essere Eleven.


E proprio a Halloween uscirà la seconda stagione, anticipata mesi fa dalle prime immagini dal set che erano un nuovo esplicito omaggio ai film degli Anni Ottanta.

Stranger Thinks kids in Ghostbusters costumes

Anche con Stranger Things, tutto quello che fa da contorno alla serie, dai gadget all’attività promozionale, diventa quasi più importante delle puntate stesse. Ci permette di non dimenticarla, di tenere alte le aspettative e di continuare a parlarne. Game of Thrones è maestra in questo, ma Stranger Things nel suo piccolo non è da meno.

Qualche settimane fa sono uscite delle finte locandine (o meglio, delle meta-locandine) in cui i protagonisti sono stati ritratti come i poster dei più famosi film horror del passato. Chiaramente le vorrei tutte, perché, si sa, il gadget è il mio punto di non ritorno.


E venerdì 13 ottobre (quando, sennò?) è uscito il trailer finale della seconda stagione, che io non ho visto perché ho paura mi rovini la sorpresa, ma lo lascio qui per i meno sensibili agli spoiler.

Ma il vero fenomeno di questa serie sono i suoi giovani protagonisti.
Hanno fatto una quantità di servizi fotografici promozionali uno più bello dell’altro: se avessi dodici anni avrei i loro poster in camera, altroché boyband.


Non per nulla se la sono spassata anche con Nicolas Ghesquière, il direttore creativo di Luis Vuitton, che durante una sfilata ha anche usato uno dei finti poster su una t-shirt.

La maglietta fa schifo, ma il messaggio è chiaro: il Sottosopra va con tutto.

Luis Vuitton Stranger Things Tee

Nicolas Ghesquière and Stranger Things kids
I miei preferiti, comunque, sono questi tre.

Gaten Matarazzo. Che dire di lui? È un caratterista nato e ha un nome che lo porterà lontano (ti prego, Gaten, non usare mai uno pseudonimo).

Gaten Matarazzo

Il suo personaggio è stato anche oggetto di un’operazione di marketing in cui tanti Dustin in bicicletta hanno invaso New York per accompagnarei fan in risciò al Comic-On.

E guardate il suo riassunto in 7 minuti della prima stagione. Quanti cuori.

Poi c’è Finn Wolfhard, che è anche nel cast del remake di IT, uscito nella sale in questi giorni, e che ha una faccia facciosa alla Charlie Brown che per me è adorabile.

E, per ultima, la vera star, Milly Bobby Brown, che oltre a essere una giovane Natalie Portman, ad avere uno stile che LEVATEVE TUTTI, canta, balla e recita come un’attrice navigata.


Ah, è in arrivo anche il Monopoly della serie.
Cosa c’è di più Anni Ottanta di un board game?

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Nelle puntate successive.

Ultimamente il rinnovo o la cancellazione di una serie sono diventati dei problemi piuttosto seri per gli appassionati i fissati come me.

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Gli Upfront negli Stati Uniti (la settimana di maggio in cui i network presentano in anticipo i palinsesti della stagione successiva) sono diventati un appuntamento fisso, atteso con trepidazione da noi drogati di serie per capire se e quando avremo la nostra dose.

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La prima serie che mi è piaciuta particolarmente e di cui ho vissuto la cancellazione prematura è stata Bored to Death. All’epoca ero ancora una pivella in materia, era forse una delle prime che vedevo dopo aver imparato cosa fosse il binge watching da Mad Men e, nonostante il dispiacere (è una serie molto carina, recuperatela!) ancora non vivevo l’interruzione di una serie tv come una vera crisi.

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Ultimamente, invece, che ho una lista lunga così di serie da vedere, mi succede di non fare nemmeno in tempo ad aggiungerne una, che è uscito l’annuncio che era stata cancellata.

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Ho iniziato Sense8 quando già era stato concesso ai fan un finale extra di due ore, poi è arrivata Gypsy, la serie tv con Naomi Watts che fa la psicanalista con il vizietto dello stalking nei confronti dei suoi pazienti, e che ho visto nonostante sapessi che non sarebbe andata oltre la prima stagione.

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E adesso, neanche il tempo di scaricare la prima puntata, mi arriva l’annuncio della cancellazione di Blood Drive, quella che dovrebbe essere la Grindhouse delle serie tv.

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Non ho ancora adottato una strategia di difesa a riguardo: l’ultima puntata di Gypsy mi ha lasciata a bocca asciutta perché non era naturalmente pensata come una vera conclusione, ma un finale aperto a una stagione successiva. Nonostante sia una serie interessante e Naomi Watts valga sempre il prezzo del biglietto, ha senso usare ore della mia vita per una cosa che so che non avrà un seguito?

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A questo punto mi sento di fare un appello ai network.

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HBO, NBC, AMC, Netflix, CBS, Hulu, Showtime, e tutti gli altri, cercate di capirci. Il bello delle serie tv un tempo era la trepidazione con cui ci lasciavate alla fine della stagione. Non vedevamo l’ora che iniziasse quella successiva.

Ma ora, in un mondo di totale incertezza, in cui non siamo più sicuri se ci sarà, quella stagione successiva, non potete più tenerci sulle spine senza dirci cosa dovremmo fare della nostra vita e delle nostre serate.

Date una speranza a noi che vorremmo provare a guardare tutte le cose che producete ma che ormai abbiamo l’angoscia del finale aperto. Aiutate noi poveri addict, imparate anche voi a vivere ogni giorno con l’incertezza del domani, terminate ogni stagione come se fosse l’ultima.

Imparate a chiudere meglio quei maledetti finali.

Con affetto sincero, una vostra fan.

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Perché Ozark non è Breaking Bad

In un’intervista di Rolling Stone hanno chiesto a Jason Bateman, che è regista e protagonista della serie tv Ozark (su Netflix) quanto il suo Marty Byrd sia debitore del Walter White di Bryan Cranston.

Personalmente non ho mai pensato davvero che questa serie potesse diventare la nuova Breaking Bad, ma è stato inevitabile fare un minimo di confronto, visto il punto di partenza molto simile.

La storia, in breve, è quella di una famiglia di Chicago che si trova costretta a rovinare sulle coste del lago Ozark, nel Missouri (una riserva naturale di 36mila km quadrati, un luogo stupendo e adattissimo ad ambientare un thriller) a causa dell’attività di Marty, commercialista che si occupa di riciclare denaro per un cartello messicano.

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Il problema di questa serie è proprio il suo protagonista. Adoro Bateman dai tempi di Arrested Development, lo trovo un attore elegante e sofisticato, e allo stesso tempo molto comico.

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Ma come contabile corrotto no, non ce la può proprio fare.
Non riesce a scrollarsi di dosso quell’aria da adorabile padre di famiglia in cardigan nemmeno quando assiste agli omicidi più efferati o quando si rende conto di aver messo la famiglia in totale pericolo.
Neanche nei momenti in cui il suo protagonista è costretto a prendere delle decisioni difficili o a inventarsi delle bugie disoneste da far schifo riesce a usare la freddezza necessaria, ma solo una gran compostezza.

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Bryan Cranston ha avuto la capacità di farci abituare, di stagione in stagione, al cambiamento graduale dallo sfigatissimo professore di chimica allo spietato Heinsenberg, e gli abbiamo creduto in ogni singolo istante.
Bateman, invece, rimane sempre un contabile e non diventa mai un vero delinquente.

 
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La puntata in cui è più convincente (esclusa l’escalation delle ultime due, le più riuscite della stagione, in cui ci sono i veri colpi di scena della serie) è l’ottava, Caleidoscopio, in cui, alternando alla storia i flashback del passato dei protagonisti, capiamo meglio come siamo arrivati sulle sponde dell’Ozark. Ma a quel punto è diventata un’altra serie, non è più un thriller ma un dramma familiare.
Che è poi quello che Bateman sa fare.

La stessa Laura Linney, che qui interpreta la moglie di Marty, non mi ha convinta molto. Sembra incerta sul da farsi ed è come se la sua recitazione resti sempre ferma sulla porta, come se non avesse il coraggio di calcare la mano e di far esplodere il suo personaggio come ci si aspetterebbe.

Ma, ancora una volta, ho come la sensazione che sia colpa di Bateman e della sua regia posata e delicata che non si spinge mai oltre (nonostante alcune scene che sarebbero sì degne di Breaking Bad).

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Bella invece la sotto trama del vecchio e insopportabile Buddy, che affitta alla famiglia in fuga parte della sua casa con l’unica clausola di poterci rimanere dentro (è un malato terminale e ha un’aspettativa di vita molto breve).
Altro personaggio riuscito è Jonah, il figlio minore della coppia, incompreso nei suoi gesti e nel modo in cui reagisce alla tragedia familiare, forse il più maturo di tutti e forse allo stesso tempo portatore di un segreto che ci viene solo accennato e chissà se ci verrà svelato nella prossima stagione.

La colonna sonora, poi, è molto bella e sorregge bene i momenti di tensione anche quando i protagonisti traballano.

 

Insomma, posso dire che Ozark è una serie che sulla carta sarebbe molto interessante, i personaggi sono davvero ben scritti e le loro storie non sono banali né scontate. Manca però qualcosa, e credo che quel qualcosa sia un regista un po’ meno buono di Jason Bateman.

Il dilemma dell’onnivoro

Okja è la produzione di Netflix che è stata presentata a Cannes e che ha scatenato le polemiche di cui avevo parlato qui.

La storia è quella di un’amicizia tra la piccola Mija, una ragazzina coreana, e Okja, super maiale creato in laboratorio da una multinazionale americana, la Mirando Corporation. Le due vivono con il nonno di Mija sulla cima di una montagna in un ambiente idilliaco e incontaminato.

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Per nascondere gli esperimenti fatti per creare quello che è il cibo del futuro e che risolverà il problema della fame nel mondo (ecologico e sostenibile perché sporca poco, mangia poco, e in più è buonissimo), l’azienda finge che questi super maiali siano stati trovati casualmente in natura, e li inviano a 26 piccoli allevatori in diverse parti del mondo, per farli crescere secondo i metodi tradizionali.

Amministratore delegato della Mirando è Lucy Mirando (Tylda Swinton), un robot travestito da Barbie, con un chiaro disturbo psichiatrico per il senso di inferiorità nei confronti della sorella, e che in questo progetto dei super maiali ripone tutte le sue speranze di riscatto.

okja

Passati dieci anni, uno di questi verrà premiato come il miglior super maiale del mondo, scelto appositamente dal veterinario superstar Johnny Wilcox (un Jake Gyllenhaal talmente fastidioso da essere perfetto).

Jake

Vincerà proprio Okja, che verrà strappata a un’inconsapevole Mija con la collaborazione del nonno corrotto. Questi, infatti, alla promessa di una lauta ricompensa, non si fa dire due volte che deve consegnare il super maiale, che lei considera parte della famiglia mentre lui solo un oggetto di scambio.

Contro la multinazionale, un gruppo di animalisti che vogliono smascherarne l’inganno, ma che non sono del tutto senza macchia e senza paura, capitanati da Jack, che ha la faccia paciosa di Paul Dano.

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Non ci sono dubbi che Okja sia un film animalista ed eco friendly.

Il super maiale è di fatto un cagnolone nel corpo di un ippopotamo, ed è studiato nei minimi dettagli per farci affezionare sin dal primo istante.

I protagonisti della multinazionale degli orrori non fanno nulla per suscitare la nostra simpatia, a partire dal veterinario Johnny Wilcox, star televisiva alcolizzata e in declino, il cui momento topico è la scena in cui, poco prima di prelevare brutalmente dei campioni di assaggio da Okja, piange disperato perché lui adora gli animali, ma anche perché non sarà lui a poterla assaggiare.

Le scene girate in laboratorio e quelle finali nel macello, anche se ci fanno intuire quasi tutto e niente è esplicito, sono crude e realistiche.

Ma il film, in realtà, non dà una risposta univoca e non si schiera in maniera incondizionata, e lascia grossi dubbi sui metodi e le convinzioni del gruppo di liberazione degli animali.

Questi si travestono da terroristi ma ci tengono ogni volta a precisare che non amano la violenza. Salvo che, al primo errore di uno di loro, Jack lo prende a cazzotti fino quasi a farlo svenire, perché i fondamenti dell’organizzazione sono sacri.

Il gruppo decide di sacrificare la povera Okja per permetterle di filmare di nascosto gli orrori del laboratorio, ma al costo di fare provare a lei stessa quegli orrori.

I buoni sono tutto tranne che degli eroi, anzi, sono più un gruppo amatoriale quasi completamente disorganizzato e talmente manichei che spesso si ricoprono di ridicolo.

Emblematico è il momento in cui uno di loro, che vuole ridurre al minimo il suo impatto ambientale e praticamente ha smesso di mangiare, quando è sul punto di svenire rifiuta persino un innocuo pomodorino, perché non sa come è stato coltivato.

In mezzo, le uniche veramente pure di tutta la storia sono la bambina e la sua migliore amica, che però appartengono a un mondo rurale e antico, una cultura del tutto diversa da quella occidentale, dove l’inglese non è arrivato, che è distante e faticosa da raggiungere, non solo per la differenza linguistica, ma anche fisicamente.

Insomma, il film sembra volerci dire che questo modello realmente rispettoso dell’ambiente e della vita, in cui l’alimentazione segue i ritmi della natura, non è replicabile nella nostra società, le cui esigenze sono eccessive per le risorse del nostro pianeta.

Il tema è delicatissimo e attuale e mi ha fatto vacillare in più momenti, e mi ha lasciata in pensiero anche nei giorni successivi. La scarsità di risorse, il sovrappopolamento, l’orrore degli allevamenti intensivi che Okja descrive in maniera surreale ma nello stesso tempo molto realistica, sono tematiche all’ordine del giorno e non possiamo permetterci di ignorarle, ma non è possibile nemmeno aderire alla causa ambientalista e animalista senza mai porci delle domande sui metodi e le reali conseguenza delle nostre azioni.

Quando so che posso consigliare una serie

Mi entusiasmo facilmente e facilmente consiglio film o serie tv a chi mi chiede un parere (ma anche a chi non lo chiede). Credo sia dovuto in parte al fatto che, dopo anni di pratica e svariati buchi nell’acqua, ho imparato a selezionare, cercando di capire preventivamente quando un film è brutto.

Per esempio, analizzando i trailer che spesso anticipano già se sarà una cazzata ben confezionata o se varrà la pena di vederlo, oppure affidandomi alle recensioni dei mie portali di riferimento (Serialminds, ad esempio, è la mia bibbia per le serie tv).

Ormai ci sono registi e attori che conosco abbastanza per essere sicura che il loro lavoro mi piacerà, oppure non li sopporto a tal punto da non avere più voglia di vederne neanche uno spot di trenta secondi.

E poi, lo ammetto, ho anche dei personali influencer (anche se loro non lo sanno), persone che conosco e di cui mi fido, nel momento in cui si schierano a favore di una serie tv o di un film.

L’ultima volta è successo con Sense8.

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Appena ne ho letto un commento di amore totale e incondizionato, l’ho aggiunto immediatamente alla mia lista di cose da vedere su Netflix. E finita la prima puntata, in un attimo mi sono ritrovata ad essermi bevuta entrambe le stagioni.

Mi sono domandata più volte perché questa serie mi abbia così tanto emozionato e abbia scalzato dal podio delle mie preferite altre che pensavo di non rinnegare mai.

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Sense8 ha parecchi difetti, alcuni anche molto evidenti. Alcune storie non reggono come le altre e, soprattutto nella seconda stagione, la trama diventa sempre più complicata e compaiono dei personaggi nuovi che scompaiono poco dopo senza una reale necessità.

Non c’è dubbio che non fosse stata pensata per terminare con la seconda stagione (ma ormai molte serie iniziano ma non si sa se e quando finiranno), ma questo non giustifica alcune cose che oggettivamente non funzionano.

La serie, attentissima a costruire dei perfetti dialoghi “doppi” tra i suoi protagonisti da una parte e dall’altra del mondo, pecca in alcuni punti strutturali, che dovrebbero sorreggere in maniera realistica la trama e permetterle di volare alto appoggiandosi su basi solide.

Due licenze poetiche a mio parere un po’ troppo spinte, anche se funzionali alla storia?
La capacità di Will di auto disintossicarsi dopo un anno passato a farsi di eroina, senza nessuna ricaduta o crisi di astinenza, e il ricovero coatto di Nomi, tenuta legata a letto con una guardia fuori dalla stanza dell’ospedale, come se fosse internata in un ospedale psichiatrico, pur essendo perfettamente in grado di intendere e di volere.

Ma la realtà è che Sense8, seppure con qualche difetto di trama e più di un attore non proprio da premio Oscar, è stata capace di commuovermi ed emozionare come poche altre serie.

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La cosa che colpisce di più sono le scene in cui gli otto protagonisti si aiutano nei momenti di pericolo comparendo all’improvviso e sovrapponendosi tra di loro: da brividi.

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Ma, andando più sotto la superficie, questa serie è un racconto toccante sull’amore e la compassione, sull’empatia, la libertà affettiva e sessuale di amare chi cavolo ci pare e nei modi che vogliamo (perché l’amore non può vivere in categorie predefinite e standard, altrimenti non sarebbe amore ) e su come le differenze siano in realtà solamente nella nostra testa.

E ci racconta tutta la poesia che sta nei piccoli gesti, ma anche (e soprattutto, in questo caso) in quelli più eclatanti.

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Insomma, Sense8 è sì una serie di fantascienza, avvincente nelle sue scene di azione, esagerata e carnevalesca in alcuni momenti, ma è anche delicata e commovente.
La fantascienza che fa da contorno qui è solo una scusa, una cornice utilizzata per parlare di essere (ed esseri) umani.

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E questo lo fa toccando le tematiche dei diritti delle donne, degli omosessuali, dei transessuali, ma anche conflitti politici che pesano sulle spalle dei più poveri, corruzione, differenze religiose e culturali.

Tutte differenze che, alla fine, si trovano a parlare la stessa lingua, che permette la comprensione e l’unione di tutte queste anime, e che ci fa tornare la speranza in un’umanità che, forse, può ancora imparare la compassione.

Sherlock BBC

I am Sherlocked

Nell’ultimo post ho parlato delle community di fan, di che importanza hanno per le serie tv, e di quali mi sento di fare parte.
Oggi ad esempio è l’Amazon Prime Day e al momento sto aspettando che scatti l’offerta per il cofanetto con 12 dvd dei film degli Avengers.

Update: alla fine non li ho comprati, e mi sono accontentata della trilogia originale di Star Wars

La mia fandom preferita, perché deriva in maniera quasi comica da un ulteriore fanatismo per uno dei miei attori di riferimento, è quella delle serie tv Sherlock.

Benedict Cumberbatch Sherlock Holmes
Come era ormai chiaro quando ho parlato di Adam Driver, non mi piacciono le facce ordinarie, e Benedict Cumberbatch non è certo da meno. Lui, peraltro, è un altro per cui il doppiaggio dovrebbe essere illegale (guardate le sua pagina Wikipedia e contate il numero di doppiatori che gli si sono alternati).

Benedict Cumberbatch Sherlock Holmes
E poi Cumberbatch è il sex symbol che divide di più il pubblico: c’è chi lo trova inguardabile e chi irresistibile. Provate a indovinare da che parte sto io.

Benedict Cumberbatch e Janine Hawkins - Sherlock

A riprova del fatto che non sono né l’unica, né la più giovane, né tantomeno la più fissata, cercate solo su Instagram gli hashtag #cumberbunnies, #cumberbabes o il migliore di tutti, #cumberbitches: la comunità di sue adoratrici è molto ampia e creativa (e lo sa benissimo anche lui).

Ho iniziato a vedere Sherlock quando la serie era appena uscita, mi sono colpevolmente fermata alle prime due stagioni per poi recuperarle poco prima dell’arrivo della quarta, lo scorso gennaio.
Intorno alle nuove puntate c’è sempre un’attesa febbrile paragonabile a quella per l’uscita dell’ultima stagione di Game of Thrones. Sì, perché i fan di Sherlock sono sicuramente di meno di quelli di GOT, ma in proporzione sono altrettanto agguerriti.

Benedict Cumberbatch, Martin Freeman e Una Stubbs - Sherlock

La particolarità di Sherlock è che le stagioni escono molto distanziate tra loro: stiamo parlando di almeno due anni l’una dall’altra, per cui all’attivo, attualmente, ce ne sono solo quattro (e ognuna è di sole tre puntate): la prima è del 2010, quando ancora Cumberbatch e Martin Freeman, la sua spalla nel ruolo di Watson, non erano le superstar hollywoodiane che sono adesso.

Martin Freeman

Quindi, potete solo immaginare le aspettative con cui si arriva ogni volta alla nuova stagione.

Unica eccezione alla regola è stata la puntata speciale di Natale 2016, The abominable bride, l’unica ambientata nella Londra Vittoriana e che, oltre ad essere lo scioglilingua più complicato del mondo, è anche un capolavoro vincitore di un Emmy.

The Abominable Bride Sherlock

Cumberbatch si sta smarcando con difficoltà dall’essere identificato con il consulting detective più famoso della Storia, e questo solo grazie all’interpretazione di un altro genio, Doctor Strange.

Benedict Cumberbatch Doctor Strange

A dimostrazione del fatto che, per i fan più accaniti, Cumberbatch e il suo high functional sociopath Sherlock Holmes sono una cosa sola, basta vedere le centinaia di profili Instagram dedicati al suo personaggio e le opere di fan art di ogni tipo che si trovano online.

Moltissime, peraltro, sono a sfondo omosessuale, visto che una delle teorie più accreditate nella fandom è che Holmes e Watson siano in realtà innamorati, e ogni dettaglio dei dialoghi ed espressione dei protagonisti sono stati sezionati in maniera chirurgica per scovarne le prove. E anche questo, i diretti interessati, lo sanno bene.

Visto che avevo accennato ai gadget, posso dirvi che di Sherlock ho attualmente: i dvd delle serie, questi meravigliosi poster minimalisti dedicati alle puntate della seconda stagione, e già nel carrello per il prossimo acquisto i manga tratti dalla serie.

Forse un giorno arriverò a riempirmi la casa di action figures, chissà.

Benedict Cumberbatch Sherlock Holmes

Cosa sono i milioni quando in cambio ti danno le serie?

Freschi di polemica scoppiata durante il Festival Cannes se Netflix dovesse o meno far parte di una manifestazione che celebra i film pensati per il grande schermo, siamo subito passati alla successiva, che riguarda gli Emmy Awards, per i quali Netflix ha creato uno spazio sperimentale temporaneo di 24mila metri quadri a Beverly Hills, dedicato ai votanti del premio.

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Lì si sono tenuti una serie di incontri con le loro star di punta, tra cui Kevin Spacey che ha aperto le danze parlando della nuova stagione di House of Cards (con proiezione in anteprima della prima puntata), Jane Fonda e Lily Tomlin per Grace and Frankie, e il cast di Gilmore Girls.

Non solo, i visitatori hanno potuto vedere oggetti di scena di Stranger Things, Orange is the New Black, Umbreakable Kimmy Schmidt. Insomma, un Paradiso per gli appassionati.

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La polemica arriva dagli altri sfidanti che, naturalmente, non possono permettersi delle spese stratosferiche come il loro gigantesco rivale, adombrando anche l’ipotesi che l’investimento dovrebbe essere considerato come una forma di corruzione nei confronti di chi dovrà votare per i migliori show televisivi dell’anno.

Netflix dà fastidio, questo è sicuro. Si è infilata nelle pieghe di un sistema che era già in crisi di suo, con una formula di una semplicità quasi banale: tu mi paghi cinque euro al mese e puoi stare 24 ore al giorno davanti alla tv a vedere solo quello che ti interessa.
Mentre un biglietto al cinema, se va bene, lo paghi sei euro.

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Vi risparmio considerazioni sulla qualità dei film in uscita, sulla predominanza dei franchise (che pure, nel caso degli X-Men, adoro) e altri ragionamenti tecnici sull’industria cinematografica.

La faccenda è molto più semplice: Netflix ha il grano e non ha paura di usarlo per convincerci sempre di più che dobbiamo passare le serate a casa con le sue serie tv.

La sua proiezione di spesa per il 2017 solo per il marketing è di un miliardo di dollari, e servirà a spingere ancora di più i nuovi abbonamenti, che stanno subendo un fisiologico calo dopo il boom degli scorsi anni (stiamo comunque parlando di 100 milioni di abbonati in tutto il mondo in circa dieci anni di vita dell’azienda).

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Grazie a degli investimenti galattici riesce a creare delle campagne di comunicazione che riescono a tenerci incollati allo schermo creando un buzz pazzesco sui suoi prodotti e i suoi attori, prima, durante e dopo le uscite.
L’offerta è sicuramente di qualità, ma è tutto il contorno che ci avvinghia.

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Un esempio banale: penso solo a quanto stiamo discutendo in ufficio in questi giorni (e con che trasporto) di Thirteen Reasons Why, com’era successo mesi fa con How to get away with murder.

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Qualche esempio concreto?

Proprio per l’uscita della quinta stagione di House of Cards, Netflix ha assodato nientepopodimeno che Pete Souza, fotografo ufficiale degli Obama, per fare un finto servizio fotografico elettorale a Frank Underwood.

 

Fondamentale è in altri casi la personalizzazione delle campagne sulla base del Paese in cui vengono lanciate (avevo parlato di alcune iniziative dedicate al mercato italiano in cui sono stati usati efficacemente dei testimonial della nostra cultura pop).

She Rules, ad esempio, è la prima campagna dedicata al Ramadan pensata per celebrare le donne.
Qui sono state coinvolte influencer, imprenditrici e artiste arabe che ogni giorno pubblicano sui social uno dei loro personaggi femminili preferiti di Netflix che in qualche modo le ha ispirate.

In parallelo, è stata creata anche una campagna video con delle donne diversissime tra loro che, nelle difficoltà della vita, escono sempre vincenti (e naturalmente sono tutte abbonate a Netflix).

 

Di tutto un altro genere ma sicuramente di impatto è la campagna #narcosbills di Netflix Francia per il lancio della serie su Pablo Escobar.

Il punto di partenza è stato questo: il 90% delle banconote negli Stati Uniti e in Europa presenta tracce di cocaina.

E Netflix, che ha a disposizione uno dei più famosi trafficanti dei droga della storia, cosa fa?

Distribuisce tramite una serie di influencer centinaia di banconote da cinque euro sulle quali ha scritto con una polverina bianca, visibile solo se illuminata dalla torcia dello smartphone, l’hashtag #narcos.

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Inutile dire che la campagna ha avuto un’eco incredibile e una risposta social altissima, facendo salire la serie tv in trend topic per settimane.

 

 

Sì, Netflix ha decisamente scelto la plata. E sa come usarla.

Deve migliorare.

Attenzione: c’è dello spoiler. Se avete Thirteen Reasons Why in lista tra le prossime cose da vedere, vi consiglio di tornare più tardi.

La mia adolescenza è stata, tutto sommato, tranquilla. Di certo non mi ha preparato alla vita reale, tant’è che quando sono uscita dal liceo non avevo gli strumenti per affrontare il dopo, e ne ho pagato le conseguenze, ma sempre nei limiti dell’accettabile.

Nelle ultime due settimane, del tutto casualmente, mi sono trovata di fronte al racconto di due adolescenze molto diverse tra loro, e che, pur partendo in un certo senso dalle stesse premesse (l’adolescenza è una premessa per antonomasia), arrivano a conseguenze opposte. 
La prima è quella descritta da Thirteen Reasons Why, serie di Netflix appena uscita e che ha da subito dato scandalo, e la seconda è quella del libro L’arte di essere fragili di Alessandro D’Avenia, che ho letto in parallelo alla visione della serie.

Update: pensavo di parlare delle due cose all’interno dello stesso ragionamento, ma, come spesso capita, mi sono fatta prendere dal racconto e rimando il libro di D’Avenia al post successivo.

La storia di Tredici dovreste ormai conoscerla: Hannah Baker è un’adolescente di un liceo americano che decide di togliersi la vita, ma prima di farlo registra sette cassette in cui ogni lato è dedicato a una persona che lei considera tra le tredici cause per cui si è tolta la vita.

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Tutte le persone coinvolte ascoltano le cassette per poi passarle al successivo nella lista. Noi vediamo tutto dal punto di vista di Clay, suo compagno perdutamente innamorato di lei e che, fino alla fine, non riesce a capire perché le cassette siano arrivate anche a lui.

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La serie racconta in un continuo crescendo di disperazione quello che Hannah ha subito nel corso di un paio di anni di scuola, veri e propri atti di bullismo dei suoi compagni. Dalle prime cose all’apparenza più innocue, fino ad arrivare alle terribili puntate finali (all’inizio delle quali, correttamente visto il target della serie, Netflix ha dovuto aggiungere una specie di Parental Advisory) in cui assistiamo allo stupro prima di una sua compagna, e poi di Hannah stessa, e poi al suo suicidio.

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Tredici è ufficialmente la serie più twittata di sempre. L’argomento è controverso e per questo troverete in rete opinioni di due schieramenti opposti: è pericoloso e sbagliato raccontare in questa maniera un problema così delicato, o, per contro, è giusto e necessario.
Alcuni articoli e tweet arrivano a dire che Tredici renderebbe “appetibile” un gesto così estremo come quello di togliersi la vita, se lasciato vedere a ragazzi particolarmente fragili.
Molti si scagliano contro il fatto che l’atto è raccontato come premeditato e pianificato nei minimi dettagli, mentre nella realtà si tratta di slanci improvvisi di persone disperate.

Non sono d’accordo in particolare con quest’ultima polemica, in quanto la struttura delle serie è solo un pretesto per entrare nella mente di una ragazza di 17 anni che decide di togliersi la vita, e di fronte alla quale nessuno riesce a capirne davvero il motivo.
L’escamotage di farcelo raccontare direttamente da lei in maniera così dettagliata rende il racconto più forte e più vero.

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Io penso che andrebbe vista, ma soprattutto dagli adulti, perché è una storia che ti fa aprire gli occhi su come spesso, anche senza volerlo, anche con una sola parola o un gesto piccolo, arriviamo a ferire gli altri, e di come bisognerebbe insegnare l’empatia anche ai più giovani, non solo a parole, ma soprattutto a fatti, prima di tutto con l’esempio.

La cosa che mi ha colpito di più mentre la guardavo è stato proprio il modo in cui sono state costruite le figure degli adulti (i genitori di lei, gli insegnanti, i genitori dei compagni, il counselor scolastico), che a diversi livelli non si accorgono di nulla.

I genitori di lei, per quanto affettuosi, sono troppo concentrati sulla crisi del loro negozio.

I genitori della sua compagna omosessuale, nonostante siano loro stessi una coppia di padri gay, non hanno la minima idea del conflitto che sta vivendo la figlia.
L’insegnante di comunicazione, che a un certo punto legge in classe una poesia anonima (che noi sappiamo essere di Hannah) che è un vero e proprio grido d’aiuto, non si fa alcuna domanda su chi l’abbia scritta e perché.

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E poi, una delle scene più angoscianti è quella in cui la protagonista, in un ultimo atto disperato prima di togliersi la vita, si rivolge proprio al counselor scolastico. 
Dopo avergli raccontato la sofferenza e la solitudine che ha vissuto in quegli anni (Amici? Quali amici?) riesce a dirgli tra le lacrime di essere stata stuprata. Lui non si scompone e le suggerisce di andare avanti con la sua vita, perché prima o poi dimenticherà.

La sensibilità di tutta la storia è lasciata in mano solamente a Clay, che sembra l’unico a rendersi conto della gravità di quello che è successo e che tenta in tutti i modi di sbloccare il meccanismo in cui sembra siano intrappolati tutti. Ed è anche l’unico che, alla fine, fa concretamente qualcosa perché i colpevoli vengano puniti e le vittime vengano protette.

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Mentre gli altri, fino all’ultimo, insistono sulla piccolezza dei loro gesti, sul fatto che Hannah si è uccisa perché lo ha deciso lei, e non per causa loro, insinuando spesso il dubbio che tutto quello che ha raccontato se lo sia inventato.
E c’è un momento, brevissimo, a metà stagione, in cui anche noi spettatori siamo portati a credere che lei si sia davvero inventata tutto, come a farci capire ancora di più quanto questo problema sia controverso e non possa avere un’unica risposta, o un’unica motivazione, o possa essere visto da una sola prospettiva. E anche come dei dettagli che per noi sono insignificanti o fraintesi possono invece avere delle conseguenze enormi per gli altri.

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Vediamo sì alcuni sprazzi di umanità da parte di altri ragazzi, ma perlopiù ricacciati indietro e non hanno mai una conseguenza reale.
Lo stesso Tony, il “buono” della situazione, che non è compreso nelle cassette di Hannah ma al quale lei le lascerà per primo, come testimone e garante che le cose vadano esattamente come lei vuole, è talmente fedele al dovere di eseguire gli ordini che non sarà quasi di nessun aiuto, e alla fine, quando decide di consegnare le cassette ai genitori di lei, lo fa sapendo di aver fallito.

È ancora Clay che alla fine esprime il pensiero che il cuore e il senso ultimo di tutta la serie:

Deve migliorare. Il modo in cui ci comportiamo con gli altri e ci prendiamo cura degli altri. In qualche modo, deve migliorare.

Come finisce? Con una piccola luce di speranza che occhieggia nel buio. Ma è come se gli autori ci lasciassero con tante questioni aperte, sulle quali forse ognuno di noi dovrebbe riflettere.