Cosa sono i milioni quando in cambio ti danno le serie?

Freschi di polemica scoppiata durante il Festival Cannes se Netflix dovesse o meno far parte di una manifestazione che celebra i film pensati per il grande schermo, siamo subito passati alla successiva, che riguarda gli Emmy Awards, per i quali Netflix ha creato uno spazio sperimentale temporaneo di 24mila metri quadri a Beverly Hills, dedicato ai votanti del premio.

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Lì si sono tenuti una serie di incontri con le loro star di punta, tra cui Kevin Spacey che ha aperto le danze parlando della nuova stagione di House of Cards (con proiezione in anteprima della prima puntata), Jane Fonda e Lily Tomlin per Grace and Frankie, e il cast di Gilmore Girls.

Non solo, i visitatori hanno potuto vedere oggetti di scena di Stranger Things, Orange is the New Black, Umbreakable Kimmy Schmidt. Insomma, un Paradiso per gli appassionati.

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La polemica arriva dagli altri sfidanti che, naturalmente, non possono permettersi delle spese stratosferiche come il loro gigantesco rivale, adombrando anche l’ipotesi che l’investimento dovrebbe essere considerato come una forma di corruzione nei confronti di chi dovrà votare per i migliori show televisivi dell’anno.

Netflix dà fastidio, questo è sicuro. Si è infilata nelle pieghe di un sistema che era già in crisi di suo, con una formula di una semplicità quasi banale: tu mi paghi cinque euro al mese e puoi stare 24 ore al giorno davanti alla tv a vedere solo quello che ti interessa.
Mentre un biglietto al cinema, se va bene, lo paghi sei euro.

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Vi risparmio considerazioni sulla qualità dei film in uscita, sulla predominanza dei franchise (che pure, nel caso degli X-Men, adoro) e altri ragionamenti tecnici sull’industria cinematografica.

La faccenda è molto più semplice: Netflix ha il grano e non ha paura di usarlo per convincerci sempre di più che dobbiamo passare le serate a casa con le sue serie tv.

La sua proiezione di spesa per il 2017 solo per il marketing è di un miliardo di dollari, e servirà a spingere ancora di più i nuovi abbonamenti, che stanno subendo un fisiologico calo dopo il boom degli scorsi anni (stiamo comunque parlando di 100 milioni di abbonati in tutto il mondo in circa dieci anni di vita dell’azienda).

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Grazie a degli investimenti galattici riesce a creare delle campagne di comunicazione che riescono a tenerci incollati allo schermo creando un buzz pazzesco sui suoi prodotti e i suoi attori, prima, durante e dopo le uscite.
L’offerta è sicuramente di qualità, ma è tutto il contorno che ci avvinghia.

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Un esempio banale: penso solo a quanto stiamo discutendo in ufficio in questi giorni (e con che trasporto) di Thirteen Reasons Why, com’era successo mesi fa con How to get away with murder.

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Qualche esempio concreto?

Proprio per l’uscita della quinta stagione di House of Cards, Netflix ha assodato nientepopodimeno che Pete Souza, fotografo ufficiale degli Obama, per fare un finto servizio fotografico elettorale a Frank Underwood.

 

Fondamentale è in altri casi la personalizzazione delle campagne sulla base del Paese in cui vengono lanciate (avevo parlato di alcune iniziative dedicate al mercato italiano in cui sono stati usati efficacemente dei testimonial della nostra cultura pop).

She Rules, ad esempio, è la prima campagna dedicata al Ramadan pensata per celebrare le donne.
Qui sono state coinvolte influencer, imprenditrici e artiste arabe che ogni giorno pubblicano sui social uno dei loro personaggi femminili preferiti di Netflix che in qualche modo le ha ispirate.

In parallelo, è stata creata anche una campagna video con delle donne diversissime tra loro che, nelle difficoltà della vita, escono sempre vincenti (e naturalmente sono tutte abbonate a Netflix).

 

Di tutto un altro genere ma sicuramente di impatto è la campagna #narcosbills di Netflix Francia per il lancio della serie su Pablo Escobar.

Il punto di partenza è stato questo: il 90% delle banconote negli Stati Uniti e in Europa presenta tracce di cocaina.

E Netflix, che ha a disposizione uno dei più famosi trafficanti dei droga della storia, cosa fa?

Distribuisce tramite una serie di influencer centinaia di banconote da cinque euro sulle quali ha scritto con una polverina bianca, visibile solo se illuminata dalla torcia dello smartphone, l’hashtag #narcos.

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Inutile dire che la campagna ha avuto un’eco incredibile e una risposta social altissima, facendo salire la serie tv in trend topic per settimane.

 

 

Sì, Netflix ha decisamente scelto la plata. E sa come usarla.

Nessuno ci ridarà Don Draper

Le ragazze di Good Girls Revolt, un’altra serie tv che trovate su Prime Video, starebbero bene tra le pagine di Storie della buonanotte per bambine ribelli.

La piattaforma di Amazon, che mi sta dando parecchie soddisfazioni, come dicevo qui, mi ha stupita con un’altra serie scritta bene (anche se, purtroppo, non è stata rinnovata per una seconda stagione) che racconta le vicende della redazione del fittizio giornale News of the Week tra la fine del 1969 e l’inizio del 1970, momento di grande fermento e lotte per i diritti civili.

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Il titolo fa riferimento proprio alla parte femminile della redazione, che decide di fare causa alla testata, in quanto profondamente discriminata sul lavoro: le donne, infatti, non possono ambire al ruolo di reporter ma solo a quello di ricercatrici, che affiancano i giornalisti (e che, nella maggior parte dei casi, si limitano a mettere la firma su un pezzo praticamente già scritto) e hanno degli stipendi che sono meno di un terzo di quelli dei loro colleghi maschi.

La serie è piacevole, ma è sopratutto apprezzabile se, come me, siete dei nostalgici di Mad Men.
Good Girls Revolt, infatti, vi ricorderà sicuramente le dinamiche che avete amato della serie di AMC. Se, invece, Mad Men non l’avete mai visto, shame on you: vi impongo di recuperarlo.

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GGR deve moltissimo a Mad Men: il periodo storico è lo stesso (o, almeno, una parte di quello raccontato in MM) e alcuni personaggi della redazione raccolgono abbondantemente l’eredità delle loro controparti di Madison Avenue.
Qualcosa c’è anche di un’altra serie che omaggia i Seventies da un altro punto di vista: la (purtroppo) poco riuscita Vinyl di Martin Scorsese e Mick Jagger.

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Tutte e tre raccontano in maniera molto accurata lo stile un’epoca e i suoi avvenimenti (e sono un ottimo riassunto storico, se aveste bisogno di un ripasso prima di un esame), ma mentre GGR lo fa dal punto di vista giornalistico, e quindi l’attualità è il cuore di tutto il racconto (a un certo punto si cita anche la bomba in Piazza Fontana), per Mad Men gli avvenimenti della Storia sono un contorno e una scusa per raccontarci l’evoluzione del mondo della pubblicità. Vinyl, naturalmente, è talmente dettagliata nel raccontare la storia della musica degli Anni Settanta, che il resto viene lasciato per forza di cose in secondo piano.

Una caratteristica in comune tra tutte e tre le serie è indubbiamente la tendenza dei personaggi a bere superalcolici a qualsiasi ora del giorno.

Mad Men vive di atmosfere elegantissime: c’è una cura nei set e nell’abbigliamento dei personaggi quasi maniacale (per non parlare degli oggetti di scena, vere chicche per collezionisti) e a far diventare la stessa costumista Janie Bryant un’icona.
La scrittura è molto raffinata ma a volte un po’ complessa da seguire, e sicuramente soffre di una maggiore lentezza nel racconto.

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Good Girls Revolt è meno curata nei dettagli e negli ambienti, ma ha dei dialoghi, se vogliamo, più semplici e ritmati, e quello che qui succede in una stagione, Mad Men lo allunga in almeno il doppio del tempo.

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Ma passiamo ai personaggi principali, l’aspetto più divertente su cui improvvisare delle comparazioni.

La protagonista di Good Girls Revolt, Patti, ha da una parte l’aspetto, la leggerezza e la tenacia della Jamie di Vinyl.

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Ma è di fatto il corrispettivo di Peggy di Med Man, anche se lei qui riesce a raggiungere i suoi obiettivi in una stagione, mentre Peggy ce ne mette almeno tre per fare il salto da segretaria a copy e diventare una creativa veramente rispettata dai colleghi.

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Anna Camp, che interpreta la bionda Jane in GGR, talmente fonata da sembrare l’automa della Kidman ne La donna perfetta, è una vecchia conoscenza (ha infatti recitato in qualche puntata di MM).

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Qui sarebbe il corrispettivo un po’ fiappo del mio personaggio preferito di sempre in Mad Men, Joan, con la quale condivide l’essere una well-educated girl dall’intelligenza raffinata e la capacità di tenere tutto sotto controllo da una posizione solo all’apparenza non di potere.

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Ma la complessità e la bellezza del personaggio di Christina Hendricks in MM sono inarrivabili, e per la bionditudine e il servilismo (almeno fino a un certo punto) della sua Jane, la Camp mi ha piuttosto ricordato January Jones e la sua insopportabile Betty Draper.

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C’è poi la parte maschile della redazione di News of the Week, che però è l’anello debole della storia. Sono quasi tutti piuttosto sottotono (a parte il buon Jim Belushi), e, diciamoci la verità, non potranno mai sostituire questi qui.

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Insomma, gente, non è umanamente possibile replicare un Don Draper.

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Un altro aspetto che accomuna le tre serie sono le bellissime ed esotiche mogli-trofeo dei capi, meticolosamente tradite e piuttosto disperate, dalla Megan di Don Draper (Jessica Paré in Mad Men) alla Talia di Finn (Odelya Halevi in GGR), alla Devon di Richie Finestra (Olivia Wilde in Vinyl).

Pick your favorite.

Per Good Girls Revolt mi sento di fare una menzione speciale a Grace Gummer, che (solo) in un paio di puntate è una Nora Ephron agli inizi della carriera, ma già chiaramente un passo avanti alle altre, non solamente come giornalista ma anche e soprattutto come piglio, intelligenza e schiettezza.

Dalla mamma Meryl Streep la Gummer ha ereditato un talento talmente naturale per la recitazione da farti dimenticare per un attimo che non è la vera Ephron, ed è un piacere guardarla.

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E per concludere, che ve lo dico a fare, di tutte e tre le serie non perdetevi le colonne sonore.

 

 


Update: da non vedere

Questo post nei miei progetti doveva diventare un paragone tra questa e un’altra serie dedicata alle donne ribelli, perché nel frattempo avevo dato una possibilità anche a Las Chicas Del Cable, prima serie spagnola prodotta da Netflix.
La tematica mi incuriosiva: anche qui ci sono delle donne che si ribellano contro l’ordine costituito, ma questa volta siamo a Madrid alla fine degli Anni Venti, in una compagnia telefonica.
Lo ammetto, ho mollato dopo due puntate.
È banale nella scrittura e nella costruzione dei personaggi, ed ha una protagonista che fa il pippone filosofico all’inizio e alla fine di ogni puntata come la peggiore delle Meredith Grey (e con la stessa espressività).
Mi ha infastidita poi per le scelte musicali a dir poco discutibili: gli attori fingono di muoversi a ritmo di charleston sulla base di un pop scarsissimo dei giorni nostri. Inaffrontabile.

Fleabag e I love Dick

Dopo Love e Lovesick, continua il mio viaggio tra i recuperoni delle serie tv minori, o per lo meno, non molto conosciute.
Amazon non si può ancora permettere di fare una vera concorrenza a Netflix, se non altro per il catalogo ancora molto limitato, ma devo dire che ultimamente anche questa piattaforma mi sta dando delle soddisfazioni (e sì, la mia vita sociale si assottiglia sempre di più).

Le due serie di oggi le trovate proprio su Amazon Prime Video, e come le altre due, hanno poche puntate brevi, al massimo di 25 minuti l’una. In un weekend senza programmi (o in una giornata di malattia, come nel mio caso) ve le bevete entrambe tranquillamente.

Le ho messe insieme perché sono politicamente scorrette, spiazzanti e tremendamente esplicite già a partire dai titoli (Dick sarebbe in realtà il nome di uno dei protagonisti, ma il doppio senso è naturalmente voluto).

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Fleabag

Serie tv del 2016, British fino al midollo, è tratta dall’omonima commedia teatrale di Phoebe Waller-Bridge, che è anche la protagonista.

Fleabag, letteralmente “sacco di pulci”, è il soprannome della protagonista che non ci svela mai il suo vero nome, e che dal teatro ha ereditato l’abbattimento della quarta parete, commentando con lo spettatore tutto quello che le succede.

La serie è una sad comedy, che, con uno humor nero unico nel suo genere, racconta la storia di questa broken woman trentenne che vive a Londra e gestisce un bar che aveva aperto con la sua migliore amica.
Fleabag è cinica, autolesionista, così politicamente scorretta da arrivare a fare delle battute a sfondo sessuale al medico che le sta facendo la palpazione del seno, e, soprattutto, incapace di gestire qualsiasi tipo di relazione, che sia sentimentale, sessuale o affettiva.
I personaggi che le ruotano intorno non sono da meno, a partire dalla matrigna che è un’insopportabile artista che passa il suo tempo a denigrarla in maniera più o meno sottile, gli improbabili amanti, o il fidanzato che la lascia in continuazione ma non si porta mai via il suo modellino di un dinosauro, per poterlo tornare ogni volta a prendere e potersi rimettere con lei.

Solo una battuta vi farà capire lo stile di questa serie, quando Fleabag ci introduce alla sorella:
È severa, splendida e probabilmente anoressica, ma i vestiti le stanno benissimo, quindi…”.

Il finale riesce a rimettere insieme tutti i pezzi della storia e ci fa capire come, grattando la superficie, sotto al cinismo e all’apparente durezza della protagonista, si nascondono ferite impossibili da rimarginare, e che un po’ di consolazione può arrivare dalle persone da cui meno ce lo saremmo aspettati.

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I love Dick

Quando ritrovo a sorpresa qualche attore che ho amato in un altro film o serie tv, mi sembra di incontrare un amico a una festa dopo tanti anni. Così mi è successo con Kathryn Hahn, protagonista di questa serie appena uscita, e che pochi giorni fa avevo lasciato nella parte del rabbino nella bella Trasparent, avevo rivisto di sfuggita in The Family Fang, un film che mi ha sorpreso per la sua delicatezza, per non parlare di quanto mi era piaciuta nel ruolo di consulente politica terrificante e opportunista in Parks and Recreations.

I love Dick è tratta dal libro omonimo, un cult del 1997 della letteratura femminista negli Stati Uniti della scrittrice Chris Kraus, che dà il nome alla sua protagonista.
Si tratta di un testo sperimentale in cui si rivolge, appunto, a Dick (di cui non ci dice mai il cognome, proprio per mantenere il doppio senso), scrivendogli delle lettere.

La storia vede una coppia di New York che si trasferisce a Marfa, un paesino del Texas: lui (professore esperto dell’Olocausto, cosa che porterà a dare a Chris in paese il nomignolo infelice di “moglie dell’Olocausto”) ha vinto una borsa di studio per terminare lì il suo libro. Chris è una regista i cui film sperimentali non hanno avuto un gran successo, e dovrebbe andare al festival di Venezia a presentare il suo ultimo lavoro, ma all’ultimo le verrà impedito e rimarrà anche lei a Marfa.

La coppia è in crisi, e viene sconvolta dall’apparizione di Dick, artista-cowboy che ha la faccia accartocciata e gli occhi blu di Kevin Bacon, ed è a lui che Chris inizierà a scrivere le sue lettere infuocate, sviluppando nei suoi confronti una vera e propria ossessione.
Se all’inizio la cosa è un gioco sessuale tra marito e moglie, con la camera da letto addobbata dalle lettere sempre più numerose, la morbosa fissazione di Chris per il cowboy intellettuale, solitario e scostante, la porterà a rendere pubblica la sua opera, facendo scattare un gioco di rivalse, imbarazzi, vendette, in cui chi è vittima diventa carnefice, e viceversa.

Gli attori sono perfetti, e lo è anche la location, in un deserto di cui si riescono a percepire gli sbalzi di temperatura e la sabbia negli occhi, tra roulotte arrugginite che fungono da case e una galleria d’arte con una curatrice che sembra appena uscita dal Moma.

Chris è protagonista di un vero e proprio percorso femminile e femminista che culmina nell’ultima puntata, un viaggio che è una riflessione sulle ossessioni e sui fallimenti, ma anche e soprattutto sul ruolo della donna, e l’impossibilità di categorizzare le infinite stratificazioni dei sentimenti e della sessualità.
Con un finale che lascia spiazzati.

 

Sei anni.

Ho già scritto tanto, indirettamente, di Girls.
Ho aperto il blog sapendo già che avrei parlato di Lena Dunham, l’ideatrice e protagonista della serie, che è l’unica celebrity che seguo assiduamente sui social network. Mi piace per moltissimi motivi e ho scelto i dieci più importanti.

Poi ho continuato parlando anche del mio amato Adam Driver e di come Girls sia stato l’inizio di tutto.

Ma non ho mai scritto apertamente di questa serie tv che mi accompagna da almeno due vite fa (o così mi sembra, a guardare indietro al 2011), e con la quale, in un certo senso, sono cresciuta. Una delle poche che ho seguito dall’inizio alla fine, anno dopo anno, un pezzetto alla volta.

Ho finito in questi giorni l’ultima stagione.
Mi ero tutelata dal farmi dell’auto spoiler non leggendone le recensioni, ho visto decine di foto di Dunham e delle altre attrici in lacrime durante gli ultimi giorni di riprese e ho seguito anche la sua Instagram Story in diretta con lei e Alison Williams che guardavano insieme l’ultima puntata (la cosa più millennial che abbia mai fatto).
E insomma ce l’ho fatta, è andata, e senza neanche accorgermene è finita anche questa serie.

Mi sono finalmente messa al computer non tanto per cercare di elaborare una critica di quello che ho visto, ma di mettere più che altro ordine nei sentimenti che Girls mi ha suscitato fin dalla prima puntata.

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Quando è uscita, e per tutta la sua durata, è stata inondata in parti uguali di critiche ed elogi. All’inizio ne parlavano come dell’anti Sex and City, per l’impalcatura di base che vede anche qui quattro amiche e la città di New York a fare da sfondo.
È stato chiaro a tutti dopo poco che le somiglianze si fermano a questo, e che le due serie non sono per nulla paragonabili.
Ma soprattutto è emersa subito la cosa più importante: Girls aveva appena dato il via a una nuova categoria di serie tv, quella del racconto onesto e senza pudore della generazione dei trentenni, che avrebbe aperto la strada ad altri prodotti di qualità come Master of None di quel geniaccio di Aziz Ansari.

Girls è diversa da tutto quello che c’era prima per varie ragioni.

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Prima di tutto, per l’utilizzo che Dunham fa del corpo, del suo e di quello dei suoi attori: se ne parla sempre tanto, di come lo pone al centro di tutto, mettendo a nudo in tutti i sensi i suoi personaggi, sbattendoceli in faccia nella loro intimità come se li stessimo osservando dal buco della serratura.
E questo non solamente in casa, mentre fanno l’amore, sono seduti sulla tazza o mangiano uno yogurt sul divano, ma anche in pubblico (penso solo a lei che, all’inizio di questa stagione, si leva la tuta da surf di fronte a un gruppo di sconosciute e sotto è completamente nuda).

Jessa Johansson in Girls


Il corpo è la scusa e la risposta a tutto, di ogni riflessione fatta, di ogni sbaglio e di ogni decisione presa, e Dunham ce lo fa capire con i suoi modi schietti e a volte anche disturbanti (American Bitch è in questo senso una delle migliori puntate della stagione, in cui ancora una volta il corpo, e la violenza sul corpo, sono usati come strumento di potere).

In seconda battuta, Girls ci porta a riflettere su un altro aspetto cardine della serie, cioè l’amicizia, che lei non racconta mai come un rapporto del tutto positivo e che, anzi, per la maggior parte del tempo è cattiva e totalmente privo di filtri.
Come il corpo, anche l’amicizia non viene mai addolcita o coperta, perché lei ce la vuol mostrare ripulita da ogni decorazione: nuda, cruda e crudele. E qui mi tocca fare un paragone con un’altra serie che per me resta sempre una pietra miliare, cioè F.R.I.E.N.D.S., in cui, per quante difficoltà ci siano, i rapporti restano sempre solidi e mai messi in dubbio.

Qui, invece, nel corso delle diverse stagioni il rapporto tra le quattro protagoniste, invece che migliorare e crescere con loro, non fa altro che diventare sempre più difficile.
Il primo finale di stagione (perché di fatto i finali di questa serie sono due, quello dedicato a loro quattro e quello per Hannah), nel bagno di casa di Shoshanna, è il perfetto riassunto della fine di questo rapporto e la Dunham mette in bocca proprio a quella che all’inizio sembrava la stramba del gruppo il discorso più sensato.

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Non posso poi non fare accenno a un evento di questa stagione che in cuor nostro sapevamo sarebbe successo, prima o poi, anche se non sapevamo a chi né quali sarebbero state le conseguenze. Cioè che una di loro sarebbe rimasta incinta.

La stoccata finale data dall’autrice è stata proprio quella di decidere di dare questo compito alla sua protagonista, e il vero colpo di coda è stato il fatto che Hannah, questo bambino, lo tiene. A discapito di come l’abbiamo conosciuta in tutti questi anni (e ditemi chi di voi non puntava sul fatto che avrebbe preso un’altra decisione), riesce ancora una volta a stupirci.
Ancora, il bimbo non è figlio di qualcuno degno di nota (la puntata in cui, per un giorno solo, lei e Adam credono di poterlo crescere insieme era la cosa migliore da fare per dare il giusto addio anche alla loro storia), ma è infatti il suo breve crush estivo che la lascerà incinta e che la lascerà da sola a gestirlo.

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Che conseguenze ha questa decisione? Un’ultima puntata in cui, ancora una volta, corpo e amicizia sono al centro di tutto.
Marnie è l’unica che le rimane accanto, ma viene continuamente rifiutata e tiranneggiata.
 Il piccolo, invece, rifiuta lei e non vuole essere allattato, e questa è una nuova tragedia consumata sul corpo di Hannah, che adesso è una madre e non può più comportarsi con se stessa e con gli altri come ha sempre fatto.
Ma lo capirà, e noi con lei.

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Ammetto che inizialmente non volevo credere che Girls finisse in questo modo, mi sembrava un po’ sottotono rispetto al resto della stagione e non mi pareva giusto che non ci fosse nessun altro, a parte lei, Marnie e la madre, a salutarci.
Ma a qualche giorno di distanza ho capito che non poteva essere altrimenti, che nelle puntate precedenti era già stato dato il giusto commiato a tutti gli altri suoi protagonisti e che, in fondo, il centro di tutto è sempre stata lei, e con lei doveva finire.

Farewell, Hannah Horvath. Ci mancherai.

Deve migliorare.

Attenzione: c’è dello spoiler. Se avete Thirteen Reasons Why in lista tra le prossime cose da vedere, vi consiglio di tornare più tardi.

La mia adolescenza è stata, tutto sommato, tranquilla. Di certo non mi ha preparato alla vita reale, tant’è che quando sono uscita dal liceo non avevo gli strumenti per affrontare il dopo, e ne ho pagato le conseguenze, ma sempre nei limiti dell’accettabile.

Nelle ultime due settimane, del tutto casualmente, mi sono trovata di fronte al racconto di due adolescenze molto diverse tra loro, e che, pur partendo in un certo senso dalle stesse premesse (l’adolescenza è una premessa per antonomasia), arrivano a conseguenze opposte. 
La prima è quella descritta da Thirteen Reasons Why, serie di Netflix appena uscita e che ha da subito dato scandalo, e la seconda è quella del libro L’arte di essere fragili di Alessandro D’Avenia, che ho letto in parallelo alla visione della serie.

Update: pensavo di parlare delle due cose all’interno dello stesso ragionamento, ma, come spesso capita, mi sono fatta prendere dal racconto e rimando il libro di D’Avenia al post successivo.

La storia di Tredici dovreste ormai conoscerla: Hannah Baker è un’adolescente di un liceo americano che decide di togliersi la vita, ma prima di farlo registra sette cassette in cui ogni lato è dedicato a una persona che lei considera tra le tredici cause per cui si è tolta la vita.

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Tutte le persone coinvolte ascoltano le cassette per poi passarle al successivo nella lista. Noi vediamo tutto dal punto di vista di Clay, suo compagno perdutamente innamorato di lei e che, fino alla fine, non riesce a capire perché le cassette siano arrivate anche a lui.

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La serie racconta in un continuo crescendo di disperazione quello che Hannah ha subito nel corso di un paio di anni di scuola, veri e propri atti di bullismo dei suoi compagni. Dalle prime cose all’apparenza più innocue, fino ad arrivare alle terribili puntate finali (all’inizio delle quali, correttamente visto il target della serie, Netflix ha dovuto aggiungere una specie di Parental Advisory) in cui assistiamo allo stupro prima di una sua compagna, e poi di Hannah stessa, e poi al suo suicidio.

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Tredici è ufficialmente la serie più twittata di sempre. L’argomento è controverso e per questo troverete in rete opinioni di due schieramenti opposti: è pericoloso e sbagliato raccontare in questa maniera un problema così delicato, o, per contro, è giusto e necessario.
Alcuni articoli e tweet arrivano a dire che Tredici renderebbe “appetibile” un gesto così estremo come quello di togliersi la vita, se lasciato vedere a ragazzi particolarmente fragili.
Molti si scagliano contro il fatto che l’atto è raccontato come premeditato e pianificato nei minimi dettagli, mentre nella realtà si tratta di slanci improvvisi di persone disperate.

Non sono d’accordo in particolare con quest’ultima polemica, in quanto la struttura delle serie è solo un pretesto per entrare nella mente di una ragazza di 17 anni che decide di togliersi la vita, e di fronte alla quale nessuno riesce a capirne davvero il motivo.
L’escamotage di farcelo raccontare direttamente da lei in maniera così dettagliata rende il racconto più forte e più vero.

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Io penso che andrebbe vista, ma soprattutto dagli adulti, perché è una storia che ti fa aprire gli occhi su come spesso, anche senza volerlo, anche con una sola parola o un gesto piccolo, arriviamo a ferire gli altri, e di come bisognerebbe insegnare l’empatia anche ai più giovani, non solo a parole, ma soprattutto a fatti, prima di tutto con l’esempio.

La cosa che mi ha colpito di più mentre la guardavo è stato proprio il modo in cui sono state costruite le figure degli adulti (i genitori di lei, gli insegnanti, i genitori dei compagni, il counselor scolastico), che a diversi livelli non si accorgono di nulla.

I genitori di lei, per quanto affettuosi, sono troppo concentrati sulla crisi del loro negozio.

I genitori della sua compagna omosessuale, nonostante siano loro stessi una coppia di padri gay, non hanno la minima idea del conflitto che sta vivendo la figlia.
L’insegnante di comunicazione, che a un certo punto legge in classe una poesia anonima (che noi sappiamo essere di Hannah) che è un vero e proprio grido d’aiuto, non si fa alcuna domanda su chi l’abbia scritta e perché.

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E poi, una delle scene più angoscianti è quella in cui la protagonista, in un ultimo atto disperato prima di togliersi la vita, si rivolge proprio al counselor scolastico. 
Dopo avergli raccontato la sofferenza e la solitudine che ha vissuto in quegli anni (Amici? Quali amici?) riesce a dirgli tra le lacrime di essere stata stuprata. Lui non si scompone e le suggerisce di andare avanti con la sua vita, perché prima o poi dimenticherà.

La sensibilità di tutta la storia è lasciata in mano solamente a Clay, che sembra l’unico a rendersi conto della gravità di quello che è successo e che tenta in tutti i modi di sbloccare il meccanismo in cui sembra siano intrappolati tutti. Ed è anche l’unico che, alla fine, fa concretamente qualcosa perché i colpevoli vengano puniti e le vittime vengano protette.

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Mentre gli altri, fino all’ultimo, insistono sulla piccolezza dei loro gesti, sul fatto che Hannah si è uccisa perché lo ha deciso lei, e non per causa loro, insinuando spesso il dubbio che tutto quello che ha raccontato se lo sia inventato.
E c’è un momento, brevissimo, a metà stagione, in cui anche noi spettatori siamo portati a credere che lei si sia davvero inventata tutto, come a farci capire ancora di più quanto questo problema sia controverso e non possa avere un’unica risposta, o un’unica motivazione, o possa essere visto da una sola prospettiva. E anche come dei dettagli che per noi sono insignificanti o fraintesi possono invece avere delle conseguenze enormi per gli altri.

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Vediamo sì alcuni sprazzi di umanità da parte di altri ragazzi, ma perlopiù ricacciati indietro e non hanno mai una conseguenza reale.
Lo stesso Tony, il “buono” della situazione, che non è compreso nelle cassette di Hannah ma al quale lei le lascerà per primo, come testimone e garante che le cose vadano esattamente come lei vuole, è talmente fedele al dovere di eseguire gli ordini che non sarà quasi di nessun aiuto, e alla fine, quando decide di consegnare le cassette ai genitori di lei, lo fa sapendo di aver fallito.

È ancora Clay che alla fine esprime il pensiero che il cuore e il senso ultimo di tutta la serie:

Deve migliorare. Il modo in cui ci comportiamo con gli altri e ci prendiamo cura degli altri. In qualche modo, deve migliorare.

Come finisce? Con una piccola luce di speranza che occhieggia nel buio. Ma è come se gli autori ci lasciassero con tante questioni aperte, sulle quali forse ognuno di noi dovrebbe riflettere.

Welcome to The Get Down

La scorsa estate ho avuto due grandi amori seriali:
Dustin di Stranger Things

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ed Ezekiel di The Get Down.

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Mi sono letteralmente bevuta entrambe le serie tv e sono andata in giro per mesi con gli occhi a cuore, dicendo a chiunque che per me erano i due capolavori del 2016.

Le seconde parti mi spaventano sempre un po’, quando si tratta di serie tv, soprattutto quanto le prime sono state così dirompenti, perché non è sempre detto che il livello rimanga tale. Di solito noto un calo, per poi vedere la ripresa nella terza.

In attesa che arrivi ottobre per vedere che ne sarà dei ragazzi di Stranger Things, la scorsa settimana Neflix ha fatto uscire sei nuove puntate di The Get Down (la seconda parte della prima stagione), che naturalmente ho già finito.

La serie è stata fortemente voluta dal regista Baz Luhrman, che, dopo dieci anni di studio per preparare questo progetto, è andato personalmente da Grandmaster Flash, uno dei fondatori dell’hip hop nonché la vera mente dietro alla serie (perché, di fatto, la storia è la sua), per parlargli della sua idea di dare finalmente valore al momento storico in cui è nato questo genere musicale.
Grandmaster Flash non è né simpatico né accomodante, e vi consiglio di leggere questa intervista per capire che tipo è e che cosa significa per lui The Get Down.

Siamo nel South Bronx alla fine degli Anni Settanta, e un gruppo di ragazzi, proclamatisi i The Get Down Brothers e capeggiati da Dj Shaolin Fantastic, stanno contribuendo alla nascita dell’hip hop.

The Get Down è incredibilmente interessante per un motivo fondamentale: la musica, che in quel periodo era in grande fermento creativo e stava passando dal monopolio della disco music alla nascita, appunto, dell’hip hop.
La colonna sonora è uno splendido mix tra la sfavillante disco, i beat dell’hip hop, accenni di latino americana, pop religioso, ballate romantiche e tutta la potenza del funk.

Online, oltre alla colonna sonora originale uscita la scorsa estate, trovate diverse playlist, in cui si alternano le cover realizzate appositamente per la serie (con l’inconfondibile voce di Nas, che ne è anche produttore esecutivo) agli originali degli Anni Settanta. Per immergervi appieno nelle atmosfere di The Get Down vi consiglio di ascoltarvi in particolare questa.

Per quanto riguarda la serie in sé, la prima parte scorre liscia come l’olio (nonostante una prima puntata un po’ confusionaria), in un crescendo di emozioni che culminano nella puntata finale con il primo entusiasmante concerto del gruppo.

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La seconda, invece, purtroppo ha confermato (in parte) la mia paura.
È passato un anno e ormai il gruppo si è consolidato, ma i singoli componenti devono affrontare nuove sfide personali e conflitti che li stanno trascinando verso la vita adulta.
Le puntate procedono un po’ a singhiozzi, soprattutto verso la fine, in cui sembra che si vogliano chiudere in fretta e furia tutte le questioni aperte nel giro di un paio di puntate.

Per fare la solita polemichina riguardo una serie che comunque resta una delle mie preferite, queste sono le cose che non mi hanno convinta delle ultime puntate:

  • l’aggiunta di alcune parti di storia disegnate a mo’ di fumetto, che rendono i protagonisti dei supereroi ma che più che altro distraggono, non aggiungono nulla e, sostituendo in alcune parti clou gli attori in carne e ossa, fanno perdere forza alla storia. Per una serie costata 120 milioni di dollari (la maggior parte in diritti musicali), sarà forse stato un espediente per contenere altri costi?;
  • Jaden Smith, il figlio di Will, che recita (poco, soprattutto in queste ultime puntate) nella parte di Dizzee, uno dei The Get Down Brothers e graffittaro psichedelico dalla sessualità fluida, che è sempre un po’ in disparte rispetto al resto del gruppo. Il personaggio sarebbe interessante ma l’attore ha solo due caratteristiche degne di nota: un discreto flow ereditato dal papà, e una bella faccia con broncetto in dotazione. Per il resto, meh;giphy3
  • Il personaggio di Shaolin Fantastic, ufficialmente il più insopportabile di tutti, contro il quale mi sono trovata più di una volta a gridare contro lo schermo neanche fossi l’ospite impazzita di un talk show;giphy4
  • il tramonto di una serie di personaggi che, molto interessanti nella prima parte, rimangono eccessivamente marginali nella confusione della seconda, primo su tutti Jackie, produttore discografico con problemi di dipendenza, ma con un talento ineguagliabile nella creazione di musica, che diventa all’improvviso un signor nessuno con un pianoforte e alcune drag queen a fargli da sfondo.

Una menzione speciale va invece al sempre-sopra-una-spanna-agli-altri Giancarlo Esposito, che ci regala la parte angosciosa del pastore di quartiere, padre di Mylene (la protagonista femminile), la cui spaventosa parabola ha il suo apice nella penultima puntata, decisamente una delle migliori, anche e soprattutto grazie a lui.

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 Anche se a noi piace sempre ricordarlo così.

Per concludere, se The Get Down ha un indiscusso valore per la storia della musica, andrebbe vista anche solo per ballare, ballare, e ancora ballare.

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Apri tutto

Questa settimana cade l’anniversario dei dieci anni dalla messa in onda della prima punta di Boris.
Era il 2007: tutto un altro mondo. 
Io avevo appena acquistato il cofanetto di F.R.I.E.N.D.S., erano passati solo quattro anni dalla fine di Dawson’s Creek e poco più tardi avrei scoperto inconsapevolmente il binge watching grazie alla serie da cui è partito tutto quanto: Mad Men.

Boris è nata in un periodo in cui la forza della serialità non era dirompente come oggi, e in Italia non esistevano produzioni di qualità come Romanzo Criminale o Gomorra. Probabilmente l’unico prodotto un po’ diverso dal solito (che pure sempre viaggiava sui soliti binari) era l’Ispettore Coliandro. Per il resto, se pensavi alle serie tv italiane ti venivano in mente solo Don Matteo e Un posto al sole.

Il 2007 è stato anche l’anno in cui è iniziata la crisi, si parlava sempre di più di lavoro precario, e proprio in questo contesto storico-televisivo è nato Boris.
 Durata tre stagioni e un film, è ormai una pietra miliare delle serie tv, nonché, per chi l’ha visto e amato, una fonte di battute e citazioni che fanno ormai parte di un lessico condiviso.

Boris racconta le vicende di una sgangherata troupe televisiva che sta girando una fiction dal titolo “Gli occhi del cuore 2”, ed è non solo una critica a un certo modo di fare televisione all’italiana, e in un certo senso anche di cinema, ma è anche uno specchio più generale del lavoro precario.
La storia è vista dal punto di vista di Alessandro, stagista sul set, che si trova ad avere a che fare con una serie di personaggi uno più strambo dell’altro, che lo trattano come un cane.
Chiunque abbia lavorato in situazioni precarie può identificarsi in lui, o ancora di più nello stagista schiavo, l’assistente alla fotografia trattato peggio di tutti.

Per chi non l’ha ancora vista, ma dovrebbe farlo subito (la recuperate su Netflix), e per chi invece sa di cosa parlo e per cui il verbo smarmellare fa ormai parte del gergo quotidiano, voglio condividere (i primi) dieci motivi per cui secondo me Boris è una serie speciale.

1- René Ferretti (Francesco Pannofino), regista disincantato che ha rinunciato al cinema per dedicarsi alla fiction.
Sue sono esclamazioni indimenticabili come il “cagna maledetta” rivolto a Corinna, l’attrice protagonista senza alcun talento (Carolina Crescentini) e il “a cazzo di cane”, per auto definire il suo stile di regia (perché il pubblico vuole le schifezze, e chi se ne frega della qualità).

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2 – I tre sceneggiatori
de Gli occhi del cuore, tre cialtroni che si impegnano il meno possibile per scriverne le puntate. Quasi sempre privi di idee, riescono a concepirne di terrificanti come quella di copiare il Thanksgiving day e trasformarlo in un’insensata “Festa del grazie”. 
E poi, ora e sempre, F4:

3 – Il produttore Lopez (Antonio Catania) e il suo illuminante discorso sulla fiction italiana e sul sistema politico che regge tutto:


4 –
L’attore protagonista, Stanis La Rochelle (Pietro Sermonti), convinto di essere un premio Oscar, e famoso per criticare i colleghi per un umorismo troppo “all’italiana”.

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5 –  Mariano Giusti
, attore con forti disturbi della personalità che compare nella seconda stagione, interpretato da un Corrado Guzzanti in stato di grazia.

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6 – Karim, l’ennesima attrice incapace coinvolta nel progetto, e il suo ormai mitico “lo sai chi è stato?”:


7 – 
Le varie comparsate di guest star italiane, una più divertente dell’altra, come quelle di Valerio Mastandrea, Giorgio Tirabassi, il Trio Medusa, e il mio sempre amato Marco Giallini:


8 –
 Il comico Nando Martellone (Massimiliano Bruno), che rappresenta una comicità di basso livello a cui è abituato il pubblico italiano, e la cui espressione principale è di una raffinatezza senza eguali.

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9 – Infine, il personaggio migliore di tutta la serie, Duccio, direttore della fotografia cocainomane interpretato da Ninni Bruschetta, e che si merita i due punti finali del mio elenco.
Lui ci regala innanzitutto il monologo migliore delle tre stagioni:

 

10 – E per finire, ci ricorda che ad aprire tutto non si sbaglia mai.

Love e Lovesick

Love e Lovesick

Ci sono serie tv piccole, che passano perlopiù inosservate, nascoste dietro a nomi conosciutissimi che sono sulla bocca di tutti.
Io, seguendo sempre la teoria della distintività ottimale che ha dato origine al nome del blog, spesso e volentieri cerco proprio queste serie piccole e poco conosciute perché so che possono rivelarsi delle sorprese piacevoli.

Inauguro allora oggi il topic del recuperoni delle serie minori.
Le prime due che voglio consigliarvi hanno entrambe l’amore nel titolo e le potete recuperare facilmente: sono su Netflix, hanno solo due stagioni, le puntate sono brevi e, se vi impegnate, in una settimana potreste averle finite entrambe.
Si tratta di due comedy focalizzate sui trentenni e sulle problematiche più o meno sensate che affrontano ogni giorno, dall’amore, al lavoro, ai rapporti di amicizia e familiari, alle bevute esagerate durante i weekend (sul filone di Girls o Masters of None per citare solo due delle migliori).

Lovesick cast

Lovesick
La prima è una sitcom britannica del 2014 che era stata battezzata inizialmente con il titolo geniale (ma evidentemente troppo volgare) di Scrotal Recall.

Protagonista è Dylan, a cui all’inizio della prima stagione viene diagnosticata la clamidia e che per questo si trova costretto a telefonare a tutte le ragazze con cui negli ultimi anni ha avuto dei rapporti sessuali, per avvisarle che potrebbe averle contagiate.
Dylan è affiancato da suoi due migliori amici, Luke, un classico tombeur de femmes senza pudore ed Evie, il cuore di tutta la storia.

I flashback delle storie passate di Dylan, tutte piuttosto divertenti e caratterizzate dal fatto che lui ogni volta è convinto di aver trovato l’amore della vita, fanno da corredo a quella che è l’unica vera storia d’amore della serie, proprio quella tra lui e Evie: una rincorsa continua tra l’uno e l’altra, che non riescono mai a incontrarsi al momento giusto e.

Anche i co protagonisti meritano un accenno: uno su tutti il loro amico Angus, che di base è un cretino che ha sposato una rompipalle. E vi farà ridere.
Leggera, scanzonata, da finire in un weekend.

Love serie tv Netflix
Love
Due protagonisti perfetti e una sceneggiatura che rende possibili anche le situazioni più assurde, Love è veramente una chicca.
Le facce sono quelle di Gillian Jacobs (vista in Community) e Paul Rust (Parks and Recreations), Mickey e Gus nella serie, due trentenni di Los Angeles diversi che più diversi non si può.

Lei è una squinternata che fa la producer in una radio, dipendente da varie cose, comprese le relazioni incasinate, cinica e capace di mettere in imbarazzo chiunque senza quasi rendersene conto.
 Lui è un insegnante goffo e non proprio attraente, che all’inizio della serie viene piantato dalla fidanzata antipaticissima che lo ha tradito. Per lavoro segue (con scarsi risultati) la formazione di una ragazzina che fa l’attrice in Wichita, una brutta serie tv sulle streghe.

La trama è quella classica di una rom-com (per di più indie) in cui lo sfigato incontra la bella ma sbandata e, contro ogni previsione, i due si innamorano. Ma la costruzione delle vite di questi due personaggi (a cui si vuol bene, vi assicuro, e parecchio) e del loro mondo, formato da alcuni amici altrettanto strampalati (la coinquilina di Mickey, Bertie, meriterebbe uno spin off) ed ex ragazzi, colleghi, incontri causali, è assolutamente godibile.
Lo so che vi sembra di averne già viste altre cento con la stessa trama, ma fidatevi di me, Love è molto meglio.

Off topic
Evie e Mickey dovrebbero finire di diritto in uno dei miei siti preferiti, Worn on tv.

Netflix: le mie campagne preferite (finora)

Sono dipendente da Netflix non solo per il suo catalogo di film e serie tv, ma anche perché mi piace il modo in cui comunica i suoi prodotti. La materia prima è sicuramente parecchia, variegata e gustosa, ma lo è anche il modo in cui viene pubblicizzata.

In Italia i social network della piattaforma sono affidati all’agenzia milanese We Are Social, che è un po’ il luogo dei sogni di chi lavora nel web e ama le serie tv. Semplicemente, sono bravissimi. 
Non solo per quello che pubblicano nei canali di Netflix e per le attività che propongono, ma anche per il tono di voce con cui rispondono ai fan. Qui sotto vedete qualche esempio.

 

Uno dei filoni narrativi che si sono inventati per promuovere le nuove serie è l’utilizzo come testimonial di alcuni personaggi famosi della pop culture italiana. E allora vediamo Beppe Vessicchio che si è perso nell’Upside Down di Stranger Things, ed è per questo che non si è presentato a Sanremo, mentre dietro al volto rassicurante di Giovanni Muciaccia si nasconde il Conte Olaf di Una serie di sfortunati eventi, e Salvatore Aranzulla è (giustamente) l’unico che può darci le risposte alle domande sul futuro di Black Mirror.

Ma non solo Netflix Italia ha una linea comunicativa efficace. L’agenzia And Company di Los Angeles ha firmato, ad esempio, una divertente (e criticata) campagna internazionale per il lancio di Santa Clarita Diet.
La serie vede Drew Barrymore recitare nella parte di un’agente immobiliare che, all’improvviso e senza apparenti motivi, si sveglia morta vivente, con l’ovvia esigenza di cibarsi di esseri umani. L’occasione era letteralmente ghiotta, e ha permesso a Netflix di prendere in giro l’ossessione moderna per il cibo, il cibo sano e il fotografare il cibo.
Ecco allora la campagna, divertente e fastidiosa proprio come la serie, Eat your heart out, sconsigliata agli stomaci delicati.
Qui, alcuni dei poster (ho scelto i meno disgustosi, trovate tutti gli altri nel sito dell’agenzia).

 


Su Santa Clarita Diet anche We Are Social ha detto la sua, con un mini video che riprende lo stile di quelli di Tasty e che insegna a preparare la pasta come gli americani. O almeno come alcuni di loro.

Un’altra delle mie campagne preferite, e anche una delle più originali, è stata studiata per l’uscita di tutte le stagioni di F.R.I.E.N.D.S. nel catalogo di Netflix Francia.
Avete presente quegli odiosi annunci pubblicitari che siete costretti a sorbirvi prima di poter visualizzare i video su Youtube?
Ecco, la sezione parigina dell’agenzia Ogilvy & Mather li ha trasformati e resi imperdibili.

La domanda che si sono posti è stata: come facciamo ad aumentare l’hype per una serie che ha chiuso i battenti più di dieci anni fa, che i più giovani non conoscono, ma che ha ancora tantissimo da dire e di cui farci ridere?
La soluzione è stata data con la geniale The Friendly Preroll Campaign.
Al posto degli annunci pubblicitari venivano trasmesse delle brevi clip tratte dagli episodi più famosi della serie, collegate alle chiavi di ricerca digitate dall’utente.
Quindi, se qualcuno cercava, ad esempio, dei tutorial di make up, prima di visualizzare il video scelto compariva la finta pubblicità in cui Joey promuoveva dei lipstick da uomo per la televisione giapponese.
Qui vedete il video di presentazione della campagna.

E poi c’è quella dedicata a The Get Down in cui… no, fermi.
Sono una specialista delle serie tv, non posso permettermi di svelarvi tutto in un unico post. Per adesso accontentatevi di queste: per le altre dovete aspettare le prossime puntate.