The Handmaid’s Tale e l’importanza delle parole

Ho finalmente preso coraggio: ho visto The Handmaid’s Tale. E a dirla tutta l’ho anche finito in meno di una settimana.
Sono stata bloccata per mesi perché il tema mi sembrava talmente forte che credevo di non essere in grado di affrontarlo. Non ho problemi con i drammi o i film violenti (amo Tarantino, fate voi) ma qui la faccenda è più complicata.

Poi ci sono stati gli otto Emmy e la consacrazione definitiva a una delle serie migliori degli ultimi tempi e la curiosità ha superato la paura.

Arrivata alla fine, confermo entrambe le cose: è una serie molto dura, anzi, durissima, e allo stesso tempo molto bella.
Penso che la vicenda della serie tratta dal libro di Margaret Atwood sia nota a tutti, per il riassunto eccellente come al solito mi affido a Serial Minds.

(…) il contesto è quello di un presente distopico, in cui inquinamento e radiazioni hanno reso sterili gran parte delle donne. Uno sconvolgimento radicale, che rischia di portare all’estinzione della razza umana (…) il governo degli Stati Uniti è stato rovesciato dagli appartenenti a un culto che rivendica una lettura letterale dell’antico testamento e che si prefigge un ritorno alle origini per salvare l’umanità. Questo ritorno alle origini comporta una totale sottomissione delle donne fertili, che vengono rese schiave dei maschi alfa della popolazione e costrette ad avere con loro rapporti sessuali per rimanere incinte. Sono le handmaids del titolo, tradotte in italiano come ancelle(…)
Vederla da donna è come beccarsi un pugno nello stomaco (e non immagino da madre), ed Elizabeth Moss (la Peggy Olson di Mad Men) è talmente brava che arrivi a sentirti dentro di lei.

Aiutano molto la voce fuori campo che ci fa entrare nei suoi pensieri, i primissimi piani sul viso stravolto dal dolore e dal terrore, per non parlare della fotografia, la regia, le performance di tutti gli altri attori, tranne Joseph Fiennes che fa schifo sempre (bravissime Samira Wiley, ex Poussey di Orange is the new Black e Alexis Bledel, Rory di Una mamma per amica), che ti sbattono dentro la storia senza nessun filtro.

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La degenerazione autoritaria inventata dall’autrice è così spaventosa perché il germe di quello che è descritto lì è già insito nella nostra cultura.

Non parlo dell’America di Trump né dei regimi islamici a cui è stata paragonata, anche qui tante altre penne più autorevoli di me hanno già discusso delle somiglianze.

Sto parlando di qualcosa di meno evidente ma che serpeggia nel nostro quotidiano.

Facendo le debite proporzioni, non è che The Handmaid’s Tale ci spaventa così tanto, come, per altre cose, spaventa Black Mirror, perché ci sembra qualcosa che dall’oggi al domani potrebbe capitare anche a noi (ed è già la vita quotidiana delle donne in molti Paesi del mondo)?

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Per me parte sempre tutto dalle piccole cose. I piccoli gesti, le virgole, il tono di voce: sono loro che fanno la differenza. Sono il punto di partenza da cui poi potrebbe partire la degenerazione.

Per il lavoro che faccio so quanto un testo ben scritto sia il risultato di un fine lavoro artigianale, e non è mai la prima cosa che ti viene in mente. Perché un testo va lasciato risposare un po’ e ripreso in mano più volte, per vederlo con occhi diversi, snidare le magagne e renderlo scorrevole, chiaro.

Se una cosa piccola come una virgola può cambiare il significato intero di una frase, che forza incredibile può avere una frase intera?

Purtroppo mi sembra che in molti se lo stiano dimenticando, sia quando scrivono che, soprattutto, quando parlano.

Vi faccio qualche esempio.

Un po’ di tempo fa è uscito questo video sulla forza e l’importanza delle parole, nel senso proprio dei termini scelti per descrivere le donne.

 

E poi. Qualche giorno fa mi è stato detto: “femmine, tu provi a spiegarglielo dove sta la destra ma non lo riescono proprio a capire”. Era una frase completamente fuori contesto, che in un soffio aveva fatto due delle cose che detesto di più: generalizzare e categorizzare.

O ancora. Magari vi è capitato sul lavoro (o in qualsiasi altro posto, tipo il carrozziere) di avere a che fare con qualcuno che vi trattava con sufficienza e che ha cambiato completamente atteggiamento quando si è rivolto a un uomo.

Oppure di provare a parlare tranquillamente di sesso e sessualità ma venir bollata per sempre come la fissata, la pervertita, una di cui ridere, ma a te proprio non veniva da ridere e la volta successiva hai preferito startene zitta.

Beh, a me queste cose sono successe. Sono sciocchezze, direte, rispetto a violenze psicologiche e fisiche ben più gravi. Ma siamo sicuri che sia giusto ridere di questi atteggiamenti, invece di dar loro un peso diverso? Siamo sicuri che non sia da queste parole, da questi gesti che dovremmo ripartire per porre le basi di un vero rispetto?

Io vorrei sentirmi libera di esprimermi, nei limiti di quello che voglio condividere e con chi voglio condividerlo, senza che qualcuno mi dica che donna dovrei essere.

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Perché è partendo da un’affermazione innocente, come dire a una donna che è una pervertita, che poi si arriva a giustificare cose più gravi (era lei che non doveva mettersi la minigonna).

Ed è per questo che un universo degenerato come quello di The Handmaid’s Tale non è poi così impensabile.

Dimmi dove vai e ti dirò quale film e serie guardare

Ho raccolto alcuni luoghi raccontati nel magazine di Sgaialand e ho abbinato un film e una serie tv sulla base del tema del viaggio.
Ecco un estratto del pezzo.

La Terra delle Meraviglie offre scorci inaspettati e sorprese incantevoli per tutti i gusti e le passioni. Volete sapere quali sono le serie tv e i film perfetti per voi sulla base dei vostri luoghi preferiti? Scoprite quale film e serie guardare!

Dimmi dove vai e ti dirò chi sei…”: quante volte abbiamo letto questo invito su giornali e siti web, che ci prometteva di raccontarci qualcosa in più su di noi sulla base dei nostri ultimi viaggi?

Ebbene, Sgaialand Magazine fa molto di più: diteci quali sono i vostri luoghi preferiti della Terra delle Meraviglie e vi suggeriremo quali film e serie guardare.
Pronti a partire per il vostro prossimo viaggio?

1. Il Vittoriale degli Italiani
La maestosa villa che fu di Gabriele D’annunzio, sulla sponda bresciana del Lago di Garda, sarebbe perfetta come set per una storia fantasy, o addirittura un horror.

Film: Crimson Peak di Guillermo del Toro, 2015, con Mia Wasikowska, Jessica Chastain, Tom Hiddleston e Charlie Hunnam.

Siamo nell’Inghilterra del Diciannovesimo Secolo.
Il regista messicano, genio del genere fantasy, ci porta in una casa degli orrori, gotica e fatiscente, in cui la protagonista (Mia Wasikowska), aspirante scrittrice tormentata dalla morte della madre, si troverà intrappolata, succube dei suoi stessi fantasmi e del misterioso marito (Hiddleston).

Serie tv: Una serie di Sfortunati Eventi, 2017 (prima stagione, rinnovata, su Netflix), con Neil Patrick Harris, Patrick Warburton, Malina Weissman e Louis Hynes.

Tratto dalla serie di romanzi di Lemony Snicket, la serie racconta le sfortunate avventure dei tre fratelli Baudelaire, orfani e vittime del temibile Conte Olaf, che fa di tutto per ereditare la loro fortuna.
Neil Patrick Harris, che è stato l’indimenticabile Barney di How I Met your Mother, qui dà prova del suo talento camaleontico nelle diverse trasformazioni del Conte Olaf.

2. Le Ville Palladiane
La terra delle Meraviglie è costellate da ville maestose, opera di uno dei più grandi architetti della Storia. Queste ville erano la residenza delle famiglie nobili dell’epoca, e allora la mente vola subito a serie e film in costume, vero sfoggio di ricchezza e opulenza.

Film
: Maria Antonietta di Sofia Coppola, 2006, con Kirsten Dunst, Jason Schwartzman, Judy Davis.

Un classico del genere da vedere e rivedere, una Maria Antonietta pop e con la passione per i cupcake e le scarpe (ve le ricordate le Converse All Star che sbucano nella collezione della regina?). Il sodalizio tra la Coppola e la Dunst è uno di quelli più stretti della storia del cinema, e continua fino al 2017 con L’inganno, ultimo film della regista.

Serie tv: Z, the Beginning of Everything, 2015 (una stagione, non rinnovata, su Amazon Prime Video), con Christina Ricci, David Hoflin, David Strathairn.

Altra epoca, altra icona femminile: Christina Ricci è Zelda Fitzgerald, compagna dello scrittore Francis Scott Fitzgerald, essa stessa scrittrice, icona della moda e figura spregiudicata e libera nella New York degli Anni Venti.

Extra: “Palazzi del Potere – Palladio, l’architetto del mondo”. Presentato da Magnitudo Film alla 74^ Mostra del Cinema di Venezia, è un docufilm d’arte che racconta come lo stile dell’architetto vicentino abbia fatto il giro del mondo.
Potete leggere il resto dell’articolo su Sgaialand Magazine.

 

 

Nelle puntate successive.

Ultimamente il rinnovo o la cancellazione di una serie sono diventati dei problemi piuttosto seri per gli appassionati i fissati come me.

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Gli Upfront negli Stati Uniti (la settimana di maggio in cui i network presentano in anticipo i palinsesti della stagione successiva) sono diventati un appuntamento fisso, atteso con trepidazione da noi drogati di serie per capire se e quando avremo la nostra dose.

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La prima serie che mi è piaciuta particolarmente e di cui ho vissuto la cancellazione prematura è stata Bored to Death. All’epoca ero ancora una pivella in materia, era forse una delle prime che vedevo dopo aver imparato cosa fosse il binge watching da Mad Men e, nonostante il dispiacere (è una serie molto carina, recuperatela!) ancora non vivevo l’interruzione di una serie tv come una vera crisi.

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Ultimamente, invece, che ho una lista lunga così di serie da vedere, mi succede di non fare nemmeno in tempo ad aggiungerne una, che è uscito l’annuncio che era stata cancellata.

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Ho iniziato Sense8 quando già era stato concesso ai fan un finale extra di due ore, poi è arrivata Gypsy, la serie tv con Naomi Watts che fa la psicanalista con il vizietto dello stalking nei confronti dei suoi pazienti, e che ho visto nonostante sapessi che non sarebbe andata oltre la prima stagione.

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E adesso, neanche il tempo di scaricare la prima puntata, mi arriva l’annuncio della cancellazione di Blood Drive, quella che dovrebbe essere la Grindhouse delle serie tv.

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Non ho ancora adottato una strategia di difesa a riguardo: l’ultima puntata di Gypsy mi ha lasciata a bocca asciutta perché non era naturalmente pensata come una vera conclusione, ma un finale aperto a una stagione successiva. Nonostante sia una serie interessante e Naomi Watts valga sempre il prezzo del biglietto, ha senso usare ore della mia vita per una cosa che so che non avrà un seguito?

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A questo punto mi sento di fare un appello ai network.

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HBO, NBC, AMC, Netflix, CBS, Hulu, Showtime, e tutti gli altri, cercate di capirci. Il bello delle serie tv un tempo era la trepidazione con cui ci lasciavate alla fine della stagione. Non vedevamo l’ora che iniziasse quella successiva.

Ma ora, in un mondo di totale incertezza, in cui non siamo più sicuri se ci sarà, quella stagione successiva, non potete più tenerci sulle spine senza dirci cosa dovremmo fare della nostra vita e delle nostre serate.

Date una speranza a noi che vorremmo provare a guardare tutte le cose che producete ma che ormai abbiamo l’angoscia del finale aperto. Aiutate noi poveri addict, imparate anche voi a vivere ogni giorno con l’incertezza del domani, terminate ogni stagione come se fosse l’ultima.

Imparate a chiudere meglio quei maledetti finali.

Con affetto sincero, una vostra fan.

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Letture complesse

Sono tornata all’Università. O almeno è così che mi sono sentita mentre leggevo (unicamente per diletto) Complex TV di Jason Mittell, librone di circa seicento pagine che recita nel sottotitolo “Teoria e tecnica dello storytelling delle serie tv”, e che ho già citato in questo blog esplicitamente quando ho parlato di Game of Thrones, e implicitamente molte altre.

Avere in mano questo saggio è stato proprio come ritornare ai tomi universitari, al sottolineare a matita e ai miei personali segni grafici che simboleggiano vari gradi di importanza di un concetto: da abbastanza importante fino a questo te lo devi ricordare assolutamente.

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Non lo consiglierei mai come lettura da spiaggia, che è poi la situazione in cui l’ho terminato io.
 Non è stato per nulla facile da gestire, né mentalmente (con quaranta gradi all’ombra avrei forse fatto meglio a comprarmi Cosmopolitan) né fisicamente (i quaranta gradi di cui sopra mi hanno letteralmente sciolto la matita in mano, e metà libro è irrimediabilmente macchiata di verde).

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Complex TV è sicuramente scritto bene e ha un linguaggio piuttosto comprensibile, ma l’argomento è talmente geek che non saprei in quale altro contesto stia bene se non un’aula universitaria.

L’autore non analizza cosa dicono le serie tv, il contesto sociale e politico in cui vengono trasmesse e le relative ricadute, quanto il come lo fanno (appunto, le tecniche di storytelling) a partire dall’analisi dei pilot per arrivare ai finali di stagione, passando per l’importanza degli autori, la costruzione dei personaggi, il rapporto dei fan con le serie (le fandom che tanto mi piacciono) e delle serie con i fan (compreso l’uso di Easter egg e sorprese narrative dedicate ai più attenti).
Grazie a questa lettura ho scoperto, ad esempio, che esiste una categoria di fan che lui definisce “i fan dello spoiler” e che preferisce scoprire a priori quello che succederà per potersi concentrare meglio sulle soluzioni tecniche adottate dagli autori a livello narrativo.

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Un limite che ho trovato in questo volume è la scarsità di esempi, in termini di numero di serie tv di cui l’autore parla in maniera approfondita (ma di questo non fa mistero e anzi lo dichiara fin da subito: lui parla solo di serie che ha visto).
Mittell ha come punto di riferimento principale Lost, di cui fa esempi molto accurati per capitoli interi, parla abbastanza anche di Breaking Bad e di Veronica Mars (di cui descrive il pilot con una precisione estenuante), 24, Alias, i Sopranos e The Wire. Cita di sfuggita anche Mad Men ma solo per parlarne male.

Il fatto che non ne abbia vista praticamente nessuna tranne BB e Mad Men mi ha reso la lettura in molti punti noiosa e faticosa, e a un certo punto ho iniziato a saltare le parti dedicate esclusivamente a Lost, che non riuscivo più a reggere.

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Il capitolo migliore è quello dedicato ai personaggi, e in particolare il paragrafo “Lunghe interazioni con uomini schifosi: gli antieroi delle serie tv”, con la lunga descrizione del personaggio di Walter White, che inizia così (spoiler per chi non ha visto Breaking Bad):
“… la serie comincia con Walt che è un tonto qualsiasi, un insegnante di chimica del liceo, chiaramente allineato al pubblico e meritevole di attaccamento; nella stagione finale, invece, Walt è un delinquente incallito, ha ucciso i suoi rivali, avvelenato un bambino innocente, per portare a termine un piano rischioso ed egoista, e manipolato le persone che sostiene di amare. Come si è arrivati a questa incredibile trasformazione morale?
(Mittel, 2017, pagina 257).

La sua analisi è molto avvincente nel raccontarci perché il personaggio di Cranston sia così convincente e perché rimaniamo allineati a Walter White anche se di stagione in stagione diventa sempre più esecrabile.

A me questa lettura è servita in parte a dare un nome specifico ad alcuni dettagli della narrazione che a furia di guardare le serie tv avevo già iniziato a notare, a migliorare il mio sguardo critico quando ne affronto una nuova, a comprenderne meglio le tecniche e le intenzioni degli autori e degli showrunner.
Ma se voi non siete dei fissati a questi livelli, ecco, non compratelo. Magari ve lo presto e leggete solo le parti sottolineate.

Perché Ozark non è Breaking Bad

In un’intervista di Rolling Stone hanno chiesto a Jason Bateman, che è regista e protagonista della serie tv Ozark (su Netflix) quanto il suo Marty Byrd sia debitore del Walter White di Bryan Cranston.

Personalmente non ho mai pensato davvero che questa serie potesse diventare la nuova Breaking Bad, ma è stato inevitabile fare un minimo di confronto, visto il punto di partenza molto simile.

La storia, in breve, è quella di una famiglia di Chicago che si trova costretta a rovinare sulle coste del lago Ozark, nel Missouri (una riserva naturale di 36mila km quadrati, un luogo stupendo e adattissimo ad ambientare un thriller) a causa dell’attività di Marty, commercialista che si occupa di riciclare denaro per un cartello messicano.

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Il problema di questa serie è proprio il suo protagonista. Adoro Bateman dai tempi di Arrested Development, lo trovo un attore elegante e sofisticato, e allo stesso tempo molto comico.

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Ma come contabile corrotto no, non ce la può proprio fare.
Non riesce a scrollarsi di dosso quell’aria da adorabile padre di famiglia in cardigan nemmeno quando assiste agli omicidi più efferati o quando si rende conto di aver messo la famiglia in totale pericolo.
Neanche nei momenti in cui il suo protagonista è costretto a prendere delle decisioni difficili o a inventarsi delle bugie disoneste da far schifo riesce a usare la freddezza necessaria, ma solo una gran compostezza.

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Bryan Cranston ha avuto la capacità di farci abituare, di stagione in stagione, al cambiamento graduale dallo sfigatissimo professore di chimica allo spietato Heinsenberg, e gli abbiamo creduto in ogni singolo istante.
Bateman, invece, rimane sempre un contabile e non diventa mai un vero delinquente.

 
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La puntata in cui è più convincente (esclusa l’escalation delle ultime due, le più riuscite della stagione, in cui ci sono i veri colpi di scena della serie) è l’ottava, Caleidoscopio, in cui, alternando alla storia i flashback del passato dei protagonisti, capiamo meglio come siamo arrivati sulle sponde dell’Ozark. Ma a quel punto è diventata un’altra serie, non è più un thriller ma un dramma familiare.
Che è poi quello che Bateman sa fare.

La stessa Laura Linney, che qui interpreta la moglie di Marty, non mi ha convinta molto. Sembra incerta sul da farsi ed è come se la sua recitazione resti sempre ferma sulla porta, come se non avesse il coraggio di calcare la mano e di far esplodere il suo personaggio come ci si aspetterebbe.

Ma, ancora una volta, ho come la sensazione che sia colpa di Bateman e della sua regia posata e delicata che non si spinge mai oltre (nonostante alcune scene che sarebbero sì degne di Breaking Bad).

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Bella invece la sotto trama del vecchio e insopportabile Buddy, che affitta alla famiglia in fuga parte della sua casa con l’unica clausola di poterci rimanere dentro (è un malato terminale e ha un’aspettativa di vita molto breve).
Altro personaggio riuscito è Jonah, il figlio minore della coppia, incompreso nei suoi gesti e nel modo in cui reagisce alla tragedia familiare, forse il più maturo di tutti e forse allo stesso tempo portatore di un segreto che ci viene solo accennato e chissà se ci verrà svelato nella prossima stagione.

La colonna sonora, poi, è molto bella e sorregge bene i momenti di tensione anche quando i protagonisti traballano.

 

Insomma, posso dire che Ozark è una serie che sulla carta sarebbe molto interessante, i personaggi sono davvero ben scritti e le loro storie non sono banali né scontate. Manca però qualcosa, e credo che quel qualcosa sia un regista un po’ meno buono di Jason Bateman.

Be a dragon

Faccio un preventivo avviso di spoiler sulle stagioni precedenti, sai mai che vi manchino ancora delle puntate da finire.

Non so se l’avevate capito, ma è ricominciato Game of Thrones. Se nessuno ve l’aveva detto o se non avete intercettato neanche una notizia a riguardo, probabilmente vivete in una grotta senza contatti con l’esterno.

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Non ho nulla da dire su questa serie, o meglio, ne parlo tutto il giorno con i miei colleghi, ma penso che altre centinaia di fonti molto più autorevoli di me ne abbiano già parlato a sufficienza, così ho deciso di vederla sotto un altro punto di vista, cioè quello dell’espansione dell’universo narrativo di questa serie tv (sì, ormai mi bullo perché sto imparando un sacco di cose da Complex TV, che conto di raccontarvi una volta tornata dalle ferie).


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Una delle caratteristiche che rendono una serie memorabile è proprio la sua capacità di sconfinare dallo schermo della tv, grazie anche alle fandom più attive.
GOT è una delle poche che ancora vengono fruite nello stesso momento dalla maggior parte degli spettatori, con la canonica pausa settimanale tra una puntata e l’altra.
Anche per questo è una di quelle di cui si parla di più, si fanno più meme, più speculazioni, più cosplayer.

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È quasi obbligatorio essere sempre al pari con l’ultima puntata (a meno che non viviate nella grotta di cui sopra). Non vi conviene per nulla aspettare la fine della stagione per vedere le puntate una di fila all’altra: io l’ho fatto due estati fa e questo mi è costato scoprire in anticipo una delle mie perdite più dolorose di tutta la serie.

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Per consolarmi dal lutto che ancora porto, vi mostro le cinque uscite da Westeros dei personaggi di Game of Thrones che secondo me tra le più riuscite.

1. La pubblicità con The Mountain per Sodastream, in cui viene ripresa una delle scene più famose della scorsa stagione.

2. La pubblicità con Hodor per KFC (altra scena indimenticabile).

3. I White Walkers in giro per Londra per sponsorizzare l’uscita della settima stagione.

3. Melisandre invitata a un baby shower.

4. Kit Harington che fa i provini per tutti i personaggi di Game of Thrones.

 
5. Il musical di Game of Thrones con i Coldplay.

 

L’elenco in realtà sarebbe lunghissimo, tra quelli ufficiali e non ufficiali.
Non vi dico le risate che ci stiamo facendo in ufficio in questi giorni per i meme e i tweet che prendono in giro l’ultima puntata. Volete qualche assaggio? Qui, qui, e qui alcuni dei migliori.

Quando so che posso consigliare una serie

Mi entusiasmo facilmente e facilmente consiglio film o serie tv a chi mi chiede un parere (ma anche a chi non lo chiede). Credo sia dovuto in parte al fatto che, dopo anni di pratica e svariati buchi nell’acqua, ho imparato a selezionare, cercando di capire preventivamente quando un film è brutto.

Per esempio, analizzando i trailer che spesso anticipano già se sarà una cazzata ben confezionata o se varrà la pena di vederlo, oppure affidandomi alle recensioni dei mie portali di riferimento (Serialminds, ad esempio, è la mia bibbia per le serie tv).

Ormai ci sono registi e attori che conosco abbastanza per essere sicura che il loro lavoro mi piacerà, oppure non li sopporto a tal punto da non avere più voglia di vederne neanche uno spot di trenta secondi.

E poi, lo ammetto, ho anche dei personali influencer (anche se loro non lo sanno), persone che conosco e di cui mi fido, nel momento in cui si schierano a favore di una serie tv o di un film.

L’ultima volta è successo con Sense8.

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Appena ne ho letto un commento di amore totale e incondizionato, l’ho aggiunto immediatamente alla mia lista di cose da vedere su Netflix. E finita la prima puntata, in un attimo mi sono ritrovata ad essermi bevuta entrambe le stagioni.

Mi sono domandata più volte perché questa serie mi abbia così tanto emozionato e abbia scalzato dal podio delle mie preferite altre che pensavo di non rinnegare mai.

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Sense8 ha parecchi difetti, alcuni anche molto evidenti. Alcune storie non reggono come le altre e, soprattutto nella seconda stagione, la trama diventa sempre più complicata e compaiono dei personaggi nuovi che scompaiono poco dopo senza una reale necessità.

Non c’è dubbio che non fosse stata pensata per terminare con la seconda stagione (ma ormai molte serie iniziano ma non si sa se e quando finiranno), ma questo non giustifica alcune cose che oggettivamente non funzionano.

La serie, attentissima a costruire dei perfetti dialoghi “doppi” tra i suoi protagonisti da una parte e dall’altra del mondo, pecca in alcuni punti strutturali, che dovrebbero sorreggere in maniera realistica la trama e permetterle di volare alto appoggiandosi su basi solide.

Due licenze poetiche a mio parere un po’ troppo spinte, anche se funzionali alla storia?
La capacità di Will di auto disintossicarsi dopo un anno passato a farsi di eroina, senza nessuna ricaduta o crisi di astinenza, e il ricovero coatto di Nomi, tenuta legata a letto con una guardia fuori dalla stanza dell’ospedale, come se fosse internata in un ospedale psichiatrico, pur essendo perfettamente in grado di intendere e di volere.

Ma la realtà è che Sense8, seppure con qualche difetto di trama e più di un attore non proprio da premio Oscar, è stata capace di commuovermi ed emozionare come poche altre serie.

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La cosa che colpisce di più sono le scene in cui gli otto protagonisti si aiutano nei momenti di pericolo comparendo all’improvviso e sovrapponendosi tra di loro: da brividi.

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Ma, andando più sotto la superficie, questa serie è un racconto toccante sull’amore e la compassione, sull’empatia, la libertà affettiva e sessuale di amare chi cavolo ci pare e nei modi che vogliamo (perché l’amore non può vivere in categorie predefinite e standard, altrimenti non sarebbe amore ) e su come le differenze siano in realtà solamente nella nostra testa.

E ci racconta tutta la poesia che sta nei piccoli gesti, ma anche (e soprattutto, in questo caso) in quelli più eclatanti.

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Insomma, Sense8 è sì una serie di fantascienza, avvincente nelle sue scene di azione, esagerata e carnevalesca in alcuni momenti, ma è anche delicata e commovente.
La fantascienza che fa da contorno qui è solo una scusa, una cornice utilizzata per parlare di essere (ed esseri) umani.

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E questo lo fa toccando le tematiche dei diritti delle donne, degli omosessuali, dei transessuali, ma anche conflitti politici che pesano sulle spalle dei più poveri, corruzione, differenze religiose e culturali.

Tutte differenze che, alla fine, si trovano a parlare la stessa lingua, che permette la comprensione e l’unione di tutte queste anime, e che ci fa tornare la speranza in un’umanità che, forse, può ancora imparare la compassione.

Sherlock BBC

I am Sherlocked

Nell’ultimo post ho parlato delle community di fan, di che importanza hanno per le serie tv, e di quali mi sento di fare parte.
Oggi ad esempio è l’Amazon Prime Day e al momento sto aspettando che scatti l’offerta per il cofanetto con 12 dvd dei film degli Avengers.

Update: alla fine non li ho comprati, e mi sono accontentata della trilogia originale di Star Wars

La mia fandom preferita, perché deriva in maniera quasi comica da un ulteriore fanatismo per uno dei miei attori di riferimento, è quella delle serie tv Sherlock.

Benedict Cumberbatch Sherlock Holmes
Come era ormai chiaro quando ho parlato di Adam Driver, non mi piacciono le facce ordinarie, e Benedict Cumberbatch non è certo da meno. Lui, peraltro, è un altro per cui il doppiaggio dovrebbe essere illegale (guardate le sua pagina Wikipedia e contate il numero di doppiatori che gli si sono alternati).

Benedict Cumberbatch Sherlock Holmes
E poi Cumberbatch è il sex symbol che divide di più il pubblico: c’è chi lo trova inguardabile e chi irresistibile. Provate a indovinare da che parte sto io.

Benedict Cumberbatch e Janine Hawkins - Sherlock

A riprova del fatto che non sono né l’unica, né la più giovane, né tantomeno la più fissata, cercate solo su Instagram gli hashtag #cumberbunnies, #cumberbabes o il migliore di tutti, #cumberbitches: la comunità di sue adoratrici è molto ampia e creativa (e lo sa benissimo anche lui).

Ho iniziato a vedere Sherlock quando la serie era appena uscita, mi sono colpevolmente fermata alle prime due stagioni per poi recuperarle poco prima dell’arrivo della quarta, lo scorso gennaio.
Intorno alle nuove puntate c’è sempre un’attesa febbrile paragonabile a quella per l’uscita dell’ultima stagione di Game of Thrones. Sì, perché i fan di Sherlock sono sicuramente di meno di quelli di GOT, ma in proporzione sono altrettanto agguerriti.

Benedict Cumberbatch, Martin Freeman e Una Stubbs - Sherlock

La particolarità di Sherlock è che le stagioni escono molto distanziate tra loro: stiamo parlando di almeno due anni l’una dall’altra, per cui all’attivo, attualmente, ce ne sono solo quattro (e ognuna è di sole tre puntate): la prima è del 2010, quando ancora Cumberbatch e Martin Freeman, la sua spalla nel ruolo di Watson, non erano le superstar hollywoodiane che sono adesso.

Martin Freeman

Quindi, potete solo immaginare le aspettative con cui si arriva ogni volta alla nuova stagione.

Unica eccezione alla regola è stata la puntata speciale di Natale 2016, The abominable bride, l’unica ambientata nella Londra Vittoriana e che, oltre ad essere lo scioglilingua più complicato del mondo, è anche un capolavoro vincitore di un Emmy.

The Abominable Bride Sherlock

Cumberbatch si sta smarcando con difficoltà dall’essere identificato con il consulting detective più famoso della Storia, e questo solo grazie all’interpretazione di un altro genio, Doctor Strange.

Benedict Cumberbatch Doctor Strange

A dimostrazione del fatto che, per i fan più accaniti, Cumberbatch e il suo high functional sociopath Sherlock Holmes sono una cosa sola, basta vedere le centinaia di profili Instagram dedicati al suo personaggio e le opere di fan art di ogni tipo che si trovano online.

Moltissime, peraltro, sono a sfondo omosessuale, visto che una delle teorie più accreditate nella fandom è che Holmes e Watson siano in realtà innamorati, e ogni dettaglio dei dialoghi ed espressione dei protagonisti sono stati sezionati in maniera chirurgica per scovarne le prove. E anche questo, i diretti interessati, lo sanno bene.

Visto che avevo accennato ai gadget, posso dirvi che di Sherlock ho attualmente: i dvd delle serie, questi meravigliosi poster minimalisti dedicati alle puntate della seconda stagione, e già nel carrello per il prossimo acquisto i manga tratti dalla serie.

Forse un giorno arriverò a riempirmi la casa di action figures, chissà.

Benedict Cumberbatch Sherlock Holmes

Gadget fandom

Dell’essere fan

Tra dieci giorni ricomincia Game of Thrones.

Game of Thrones

Nel frattempo ho acquistato un librone di 600 pagine appena uscito per Minimum Fax e che sto studiando accuratamente (matita dietro l’orecchio, pronta a sottolineare i paesaggi più interessanti): Complex TV di Jason Mittell, con il quale voglio imparare i segreti dello storytelling delle serie tv degli anni Duemila per passare finalmente al livello successivo: scriverne una e vincere un Emmy.

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Nel saggio (di cui non vedo l’ora di parlare) viene data molta importanza a quelli che l’autore definisce paratesti di una serie tv, cioè tutto il contesto che fa da contorno alla serie al fuori dallo schermo, e che ne influenza il linguaggio e spesso gli sviluppi.
Uno di questi è rappresentato dal contributo delle community di fan.

Fandom:
Il termine fandom indica una sottocultura formata dalla comunità di appassionati (fan) che condividono un interesse comune in un qualche fenomeno culturale, come un hobby, un libro, una saga, un autore, un genere cinematografico o una moda.
Da Wikipedia.

Ho citato Game of Thrones perché è forse attualmente la serie con la fandom più attiva, sia all’interno dei forum e dei social, che delle pause caffè.
Non credo di aver mai sentito (né fatto) così tante congetture su una serie televisiva come su questa.

John Snow back from the death
In aggiunta, forse solo con Game of Thrones i fan “rispettano” una delle caratteristiche  con cui è nata la visione seriale, ma che ormai si sta perdendo man mano: mettersi in pari con le nuove puntate tutti nello stesso momento, e avere uno spazio di tempo tra una puntata e l’altra definito e uguale per tutti, in cui elaborare teorie, commentare e consolidare il rapporto con gli altri fan.

Adam Scott Ben Wyatt Parks and Recreations

Complici le piattaforme di streaming come Netflix, che ormai pubblicano nello stesso momento tutte le puntate di una stagione, ognuno guarda le serie tv con i suoi tempi e modi.
Chi la finisce per primo (normalmente quel qualcuno sono io) deve poi aspettare che lo raggiungano gli altri, che, da parte loro, devono stare sempre più attenti a evitare gli spoiler disseminati ovunque.

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Vi ricordate quand’era uscita per la prima volta negli Stati Uniti la prima stagione di House of Cards? 

All’epoca ne parlavano tutti perché tutte le puntate erano state trasmesse una dietro l’altra nel corso di una giornata intera. Ed era considerato un esperimento innovativo.

Kevin Spacey House of Cards

Il mio entusiasmo e la capacità di affezionarmi facilmente mi portano a fare parte più o meno attivamente di numerose fandom (oltre naturalmente a quella di Game of Thrones), e non solo di serie tv. La linea di confine che per me segna il prima e il dopo, l’essere dentro e fuori, è l’acquisto del gadget.
Quando sono arrivata al gadget, è la fine.

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Ecco le principali (di alcune ho già scritto qualcosa e trovate i link agli articoli):


I Beatles

The Beatles


Star Wars

Carrie Fisher Princess Leia

Harry Potter

Maggie Smith Harry Potter



F.R.I.E.N.D.S.

Courtney Cox Monica Geller

Gli X-Men e l’Universo Marvel

Hugh Jackman, Michael Fassbender, James McAvoy


Sherlock

Benedict Cumberbatch Sherlock

Breaking Bad

Brian Cranston as Heisenberg

The Rocky Horror Picture Show

Tim Curry as Frank-N-Further



Wes Anderson 

Moonrise Kingdom Wes Anderson


Mad Men

John Hamm as Don Draper

Non temete: troverò presto la scusa per parlare anche di quelle di cui non ho ancora raccontato nulla.

How you doin’?

Questo è un anno di anniversari che mi è parso doveroso festeggiare.

Per primo è arrivato quello della serie Boris, qualche giorno fa quello di Harry Potter.

Il 23 giugno 1997, tre giorni prima rispetto a quando in Inghilterra è uscito il primo volume della saga dei maghi di Hogwarts, in Italia arrivava qualcosa che per molti è diventata molto più di una serie tv.

Quella sera, infatti, Rai 2 trasmetteva per la prima volta la scena in cui Rachel vestita da sposa entrava precipitosamente nel Central Perk nel momento esatto in cui Ross aveva mugolato “vorrei essere sposato di nuovo…”. Per tutta risposta, Chandler aveva esclamato, guardando verso la porta d’ingresso del bar: “e io vorrei un milione di dollari!”.

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(sì, non ho dovuto ricontrollarlo, me lo ricordo a memoria).

F.R.I.E.N.D.S. è stata per me una compagnia che non ho mai smesso di cercare: dalle prime puntate viste con l’innocenza di una bambina delle scuole medie, fino ad oggi, che cercando online i video più significativi delle dieci stagioni, ancora mi ricordo puntate intere a memoria e mi fanno ridere come la prima volta.

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In alcuni periodi della mia vita particolarmente complessi ho trovato, nel rivederla per l’ennesima volta, non solamente una risata, ma anche un momento di conforto.
Perché, diciamocelo, in fondo le loro storie sono le storie di tutti, anche se i protagonisti fanno molto più ridere di noi.

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Provate a pensare: quante volte vi è capitato di associare qualcosa che vi è successo nel quotidiano con un episodio della serie?

L’ultima volta che è successo a me è stato quando, un mese fa, mi sono ammalata di varicella un po’ fuori tempo massimo. La mattina in cui mi sono svegliata ricoperta di puntini ho, naturalmente, subito pensato a lei.

In fondo siamo tutti (o almeno, vorremmo essere) quei sei ragazzi che si ritrovano al Central Perk, anche perché quelle situazioni che a un primo sguardo sembrano surreali, in realtà sono più reali di quanto crediamo.

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A metà tra il commosso e il divertito, ho deciso di festeggiare non tanto con i miei episodi preferiti (come si fa? Non basterebbe un post solo), ma con un altro aspetto che mi ha sempre fatto ridere, quasi come le puntate ufficiali: gli errori nei dietro le quinte.

Quando ho acquistato il cofanetto delle dieci stagioni, ho scoperto che c’era un undicesimo cd, ed era proprio quello dedicato ai Bloopers.

E per questo anniversario speciale, mentre si discute di una possibile reunion e F.R.I.E.N.D.S. debutta a Broadway come musical,  ho scelto due best of che contengono alcuni degli errori più esilaranti.

Quindi, auguri a tutti noi che ci siamo sentiti in famiglia insieme a loro e mi raccomando… PIVOT!

 

Le mie donne preferite della tv

Oggi ho deciso di fare un elenco delle mie serie tv preferite con un cast di sole donne.
Sulla scelta delle prime due non ho esitato: di Girls e Good Girls Revolt avevo già ampiamente parlato.
La terza è venuta da sé: Orange is the new Black è appena arrivata alla quinta stagione e ormai mi sono talmente affezionata alle detenute di Litchfield che non potevo non citarla.

Tra redazioni di giornali, carceri femminili, appartamenti newyorkesi, le protagoniste delle serie tv al femminile da recuperare quest’estate ci dimostrano come la forza e la bellezza delle donne abbiano mille sfaccettature.

L’afa non vi dà tregua, le ferie sono ancora lontane e usciti dall’ufficio avete solo voglia di buttarvi sul divano, accendere l’aria condizionata e iniziare una nuova serie tv?

Alcune delle più riuscite hanno come protagoniste delle donne straordinarie e fuori dal comune.

Ecco allora qualche consiglio da recuperare quest’estate.

Kimmy Schmidt

1. Umbreakable Kimmy Schmidt (comedy, tre stagioni su Netflix)

La storia: Kimmy è una delle quattro ragazze “talpa”, chiamate così perché tenute segregate per 15 anni da un predicatore che le ha convinte che all’esterno si stava scatenando l’Apocalisse.
Quando vengono finalmente liberate, Kimmy si ritrova a dover affrontare una nuova vita a New York, completamente impreparata ai cambiamenti degli ultimi decenni.

Perché vederla: Kimmy ha uno sguardo innocente e giocoso sul mondo che sarebbe bello riuscire ad imitare: il suo entusiasmo è spiazzante ed esilarante. E poi, il suo colore preferito è il fucsia!

Grace and Frankie

2. Grace and Frankie (comedy, quattro stagioni su Netflix)

La storia: Grace e Frankie non si sopportano: sono le mogli di due soci di lavoro e sono decisamente agli antipodi. Grace è algida e alto-borghese, i suoi capelli sono sempre impeccabili e la sua villa è una reggia. Frankie è una hippie dai lunghi capelli grigi, animalista e vegana. Le due si trovano a dover affrontare insieme la confessione dei due mariti di essere amanti da anni. Dopo le inevitabili (e spassose) difficoltà iniziali, diventeranno amiche.

Perché vederla: per capire come anche le differenze più inconciliabili possono riservare grandi sorprese e che il concetto di famiglia è molto cambiato e non può avere delle definizioni univoche. E poi per le due protagoniste, Jane Fonda e Lily Tomlin, che sono straordinarie e divertentissime.

Lena Dunham

1. GIRLS (drama, sei stagioni su HBO)

La storia: Quattro amiche a New York, quasi trentenni, alle prese con le difficoltà del lavoro, dei rapporti di amicizia e d’amore.

Perché vederla: Lena Dunham (scrittrice e protagonista della serie) è la migliore penna della sua generazione, e ne racconta il meglio e il peggio senza nessun pudore o filtro. Non aspettatevi Sex and the City, ma piuttosto il suo esatto contrario.
La sua protagonista, Hannah, ci fa capire come il corpo delle donne non ha (e non deve avere) un aspetto standard, ed il bello sta proprio nelle sue imperfezioni.

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3. Orange is the new black (drama, 5 stagioni su Netflix)

La storia: Piper Chapman è una biondissima ragazza di ottima famiglia che improvvisamente viene arrestata per essere stata tradita da una sua ex per un vecchio coinvolgimento in un traffico di droga, e si ritrova a dover sopravvivere all’interno del carcere federale femminile di Litchfield.
Nell’ultima stagione le detenute mettono in atto una ribellione e i ruoli tra prigionieri e aguzzini si ribaltano, con delle conseguenze inaspettate.

Perché vederla: seguire le storie delle detenute di Litchifield ci insegna che la normalità non esiste, ci fa riflettere sulla diversità, sulle differenze di razza e cultura, sulla capacità di adattamento dell’essere umano e sulle ingiustizie sociali.


Good girls revolt

2. Good girls revolt (drama, 1 stagione su Prime Video)

La storia: 1969, la redazione del giornale News of the Week è equamente divisa tra uomini e donne, ma solo a livello numerico. Le donne, infatti, non possono fare davvero le giornaliste, ma solo le ricercatrici, e si occupano di raccogliere il materiale per gli articoli che poi verranno firmati dai colleghi maschi (pagati più del doppio di loro).
Le ragazze decidono di organizzarsi e denunciare la testata.

Perché vederlo: perché non si finisce mai di lottare per i diritti delle donne, perché le giornaliste del News of the Week sono davvero delle tipe saghe, e poi, naturalmente, per la moda e la musica dei Seventies!

 

La lista potrebbe andare avanti all’infinito elencando anche le straordinarie protagoniste di serie tv non 100% al femminile: solo per citarne alcune, Daenerys Targaryen di Game of Thrones, Eleven in Stranger Things, Carrie Mathison in Homeland, o Peggy Olson in Med Man.
Sono tutte donne forti, non convenzionali e passionali che, nonostante le difficoltà, non perdono mai le speranza e la caparbietà.

Nel frattempo mi accingo a iniziare Glow, altra serie al femminile, questa volta ambientata nel mondo del wrestling degli Anni Ottanta e ideata dalle stesse menti che stanno dietro proprio a OITNB.
Le premesse ci sono tutte perché la ami: metto già in calendario il prossimo pezzo.

 

 

 

 

 

Di religioni, miti, vizi e debolezze

N.B. C’è dello spoiler!

Prendete un po’ di sangue e budella da Game of Thrones, mischiateli a viaggi onirici dai colori saturi di qualche film alla Amabili Resti, aggiungete qualche atmosfera horror-psichedelica alla Sense8, spruzzate tutto con qualche suggestione distopica alla Black Mirror, piazzateci dentro una serie di divinità antiche e moderne che non sono proprio delle maestre di virtù (Gli dei si comportano così da sempre, facendo esattamente quello che vogliono), ed eccovi confezionato American Gods.

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La serie (che trovate su Amazon Prime) è tratta dall’omonimo romanzo fantasy di Neil Gaiman.
La prima puntata inizia con la scarcerazione del protagonista, Shadow Moon (Ricky Whittle), che ha finito di scontare gli anni di carcere per una rapina in un casinò e che, con un piede già fuori, viene investito dalla notizia della morte della moglie in un incidente.

Nel viaggio di ritorno incontra lo sconosciuto e intrigante Mr. Wednesday (un perfetto Ian McShane), che da subito gli confonde le idee dimostrandogli di sapere tutto di lui e offrendogli un lavoro come guardia del corpo in cambio di un generoso compenso.

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È così che inizia il loro lungo e polveroso viaggio attraverso gli Stati Uniti in cui proveranno a convincere delle vecchie conoscenze di Wednesday a unirsi a loro per quella che, puntata dopo puntata, scopriamo essere una guerra tra divinità, le antiche che vogliono contrastare l’avanzata delle moderne.

Fino a metà stagione, però, nessuno ci dice che Wednesday è in realtà il dio Odino, che è un dio anche l’inconsapevole Shadow e che lo sono tutti quelli che lui vuole arruolare, nonché i suoi rivali.

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Naturalmente ce lo dice il titolo stesso della serie, e ce lo raccontano anche le azioni dei protagonisti che chiaramente non sono umane (come comunicare dagli schermi delle tv, levitare, o far nevicare), ma fino alle ultime puntate non scopriamo chi è veramente coinvolto in questa guerra.

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I personaggi sono molto interessanti, sia dalla parte degli Antichi che vogliono recuperare la perduta fede che l’umanità aveva in loro, che da quella dei nuovi.

Una su tutte, la bella e multiforme Media che di volta in volta vediamo nelle vesti di Lucille Ball, Marilyn Monroe, David Bowie (e se vi sembra di averla già vista da qualche parte, è Gillian Anderson, la Dana Scully di X-Files),

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o il capriccioso Technical Boy, che con uno smartphone e un’applicazione analoga a Tinder prova corrompere l’antica Regina di Saba, ormai decaduta e con l’abitudine di fagocitare i suoi amanti in maniera abbastanza brutale.

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Per non parlare della moglie di Shadow Moon (interpretata da Emily Browning), che ritorna sottoforma di zombie con qualche questione in sospeso,  forse il personaggio più scorretto di tutti che per forza di cose mi ha ricordato Drew Barrymore in Santa Clarita Diet.

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La storia di Wednesday e Shadow Moon è intervallata da flashback che ci raccontano l’origine delle divinità del passato, e che potrebbero essere l’inizio di altrettanti spin off.

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Le divinità sono tutte recuperate dalla mitologia e dalle religioni di tutto il mondo, dall’Irlanda all’Africa passando per gli Antichi Romani e i culti nordici.
E poi c’è una personale interpretazione di Gesù di Nazareth (che viene meravigliosamente descritta nell’ultima puntata, la migliore della serie) che da sola vale tutta la stagione.

La narrazione nel complesso è elegante e lenta, senza particolari colpi di scena o momenti di azione, tranne un paio di scene violentissime che potrebbe tranquillamente essere inserite in una puntata di Game of Thrones.

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La serie è visivamente bellissima, surreale, onirica, la fotografia è è tratti molto cupa, come se sulla testa dei protagonisti incombesse sempre una nuvola carica di pioggia, e a tratti fastidiosamente brillante, come se stessimo annegando dentro un sacchetto di caramelle.

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Non da ultima, è da citare la musica.
È infatti la colonna sonora che mantiene costante la tensione, che sottolinea chi sono i nemici e ci ricorda di non avere paura e di non fidarci di nessuno, aumentando il senso del pericolo in situazioni apparentemente innocue.

Alla colonna sonora hanno contribuito artisti come Mark Lanegan, Shirley Manson e Debbie Harry.

Vedetela, perché è un prodotto completamente nuovo, e mi sento anche di sbilanciarmi: secondo me diventerà un cult del genere (attendo la seconda stagione per confermarlo).

La grande attualità di American Gods è il suo riflettere sull’immigrazione (le stesse divinità sono state portate nella Terra Promessa dai migranti europei), di fede, di morte, di vizi tutti americani come ad esempio il possesso delle armi.

E alla fine di tutto, lascia aperta una questione fondamentale su cui riflettere: è più importante per noi avere fede in un Dio o è più importante per gli Dei che noi crediamo in loro e continuiamo ad amarli?