The Handmaid’s Tale e l’importanza delle parole

Ho finalmente preso coraggio: ho visto The Handmaid’s Tale. E a dirla tutta l’ho anche finito in meno di una settimana.
Sono stata bloccata per mesi perché il tema mi sembrava talmente forte che credevo di non essere in grado di affrontarlo. Non ho problemi con i drammi o i film violenti (amo Tarantino, fate voi) ma qui la faccenda è più complicata.

Poi ci sono stati gli otto Emmy e la consacrazione definitiva a una delle serie migliori degli ultimi tempi e la curiosità ha superato la paura.

Arrivata alla fine, confermo entrambe le cose: è una serie molto dura, anzi, durissima, e allo stesso tempo molto bella.
Penso che la vicenda della serie tratta dal libro di Margaret Atwood sia nota a tutti, per il riassunto eccellente come al solito mi affido a Serial Minds.

(…) il contesto è quello di un presente distopico, in cui inquinamento e radiazioni hanno reso sterili gran parte delle donne. Uno sconvolgimento radicale, che rischia di portare all’estinzione della razza umana (…) il governo degli Stati Uniti è stato rovesciato dagli appartenenti a un culto che rivendica una lettura letterale dell’antico testamento e che si prefigge un ritorno alle origini per salvare l’umanità. Questo ritorno alle origini comporta una totale sottomissione delle donne fertili, che vengono rese schiave dei maschi alfa della popolazione e costrette ad avere con loro rapporti sessuali per rimanere incinte. Sono le handmaids del titolo, tradotte in italiano come ancelle(…)
Vederla da donna è come beccarsi un pugno nello stomaco (e non immagino da madre), ed Elizabeth Moss (la Peggy Olson di Mad Men) è talmente brava che arrivi a sentirti dentro di lei.

Aiutano molto la voce fuori campo che ci fa entrare nei suoi pensieri, i primissimi piani sul viso stravolto dal dolore e dal terrore, per non parlare della fotografia, la regia, le performance di tutti gli altri attori, tranne Joseph Fiennes che fa schifo sempre (bravissime Samira Wiley, ex Poussey di Orange is the new Black e Alexis Bledel, Rory di Una mamma per amica), che ti sbattono dentro la storia senza nessun filtro.

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La degenerazione autoritaria inventata dall’autrice è così spaventosa perché il germe di quello che è descritto lì è già insito nella nostra cultura.

Non parlo dell’America di Trump né dei regimi islamici a cui è stata paragonata, anche qui tante altre penne più autorevoli di me hanno già discusso delle somiglianze.

Sto parlando di qualcosa di meno evidente ma che serpeggia nel nostro quotidiano.

Facendo le debite proporzioni, non è che The Handmaid’s Tale ci spaventa così tanto, come, per altre cose, spaventa Black Mirror, perché ci sembra qualcosa che dall’oggi al domani potrebbe capitare anche a noi (ed è già la vita quotidiana delle donne in molti Paesi del mondo)?

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Per me parte sempre tutto dalle piccole cose. I piccoli gesti, le virgole, il tono di voce: sono loro che fanno la differenza. Sono il punto di partenza da cui poi potrebbe partire la degenerazione.

Per il lavoro che faccio so quanto un testo ben scritto sia il risultato di un fine lavoro artigianale, e non è mai la prima cosa che ti viene in mente. Perché un testo va lasciato risposare un po’ e ripreso in mano più volte, per vederlo con occhi diversi, snidare le magagne e renderlo scorrevole, chiaro.

Se una cosa piccola come una virgola può cambiare il significato intero di una frase, che forza incredibile può avere una frase intera?

Purtroppo mi sembra che in molti se lo stiano dimenticando, sia quando scrivono che, soprattutto, quando parlano.

Vi faccio qualche esempio.

Un po’ di tempo fa è uscito questo video sulla forza e l’importanza delle parole, nel senso proprio dei termini scelti per descrivere le donne.

 

E poi. Qualche giorno fa mi è stato detto: “femmine, tu provi a spiegarglielo dove sta la destra ma non lo riescono proprio a capire”. Era una frase completamente fuori contesto, che in un soffio aveva fatto due delle cose che detesto di più: generalizzare e categorizzare.

O ancora. Magari vi è capitato sul lavoro (o in qualsiasi altro posto, tipo il carrozziere) di avere a che fare con qualcuno che vi trattava con sufficienza e che ha cambiato completamente atteggiamento quando si è rivolto a un uomo.

Oppure di provare a parlare tranquillamente di sesso e sessualità ma venir bollata per sempre come la fissata, la pervertita, una di cui ridere, ma a te proprio non veniva da ridere e la volta successiva hai preferito startene zitta.

Beh, a me queste cose sono successe. Sono sciocchezze, direte, rispetto a violenze psicologiche e fisiche ben più gravi. Ma siamo sicuri che sia giusto ridere di questi atteggiamenti, invece di dar loro un peso diverso? Siamo sicuri che non sia da queste parole, da questi gesti che dovremmo ripartire per porre le basi di un vero rispetto?

Io vorrei sentirmi libera di esprimermi, nei limiti di quello che voglio condividere e con chi voglio condividerlo, senza che qualcuno mi dica che donna dovrei essere.

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Perché è partendo da un’affermazione innocente, come dire a una donna che è una pervertita, che poi si arriva a giustificare cose più gravi (era lei che non doveva mettersi la minigonna).

Ed è per questo che un universo degenerato come quello di The Handmaid’s Tale non è poi così impensabile.

Quando so che posso consigliare una serie

Mi entusiasmo facilmente e facilmente consiglio film o serie tv a chi mi chiede un parere (ma anche a chi non lo chiede). Credo sia dovuto in parte al fatto che, dopo anni di pratica e svariati buchi nell’acqua, ho imparato a selezionare, cercando di capire preventivamente quando un film è brutto.

Per esempio, analizzando i trailer che spesso anticipano già se sarà una cazzata ben confezionata o se varrà la pena di vederlo, oppure affidandomi alle recensioni dei mie portali di riferimento (Serialminds, ad esempio, è la mia bibbia per le serie tv).

Ormai ci sono registi e attori che conosco abbastanza per essere sicura che il loro lavoro mi piacerà, oppure non li sopporto a tal punto da non avere più voglia di vederne neanche uno spot di trenta secondi.

E poi, lo ammetto, ho anche dei personali influencer (anche se loro non lo sanno), persone che conosco e di cui mi fido, nel momento in cui si schierano a favore di una serie tv o di un film.

L’ultima volta è successo con Sense8.

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Appena ne ho letto un commento di amore totale e incondizionato, l’ho aggiunto immediatamente alla mia lista di cose da vedere su Netflix. E finita la prima puntata, in un attimo mi sono ritrovata ad essermi bevuta entrambe le stagioni.

Mi sono domandata più volte perché questa serie mi abbia così tanto emozionato e abbia scalzato dal podio delle mie preferite altre che pensavo di non rinnegare mai.

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Sense8 ha parecchi difetti, alcuni anche molto evidenti. Alcune storie non reggono come le altre e, soprattutto nella seconda stagione, la trama diventa sempre più complicata e compaiono dei personaggi nuovi che scompaiono poco dopo senza una reale necessità.

Non c’è dubbio che non fosse stata pensata per terminare con la seconda stagione (ma ormai molte serie iniziano ma non si sa se e quando finiranno), ma questo non giustifica alcune cose che oggettivamente non funzionano.

La serie, attentissima a costruire dei perfetti dialoghi “doppi” tra i suoi protagonisti da una parte e dall’altra del mondo, pecca in alcuni punti strutturali, che dovrebbero sorreggere in maniera realistica la trama e permetterle di volare alto appoggiandosi su basi solide.

Due licenze poetiche a mio parere un po’ troppo spinte, anche se funzionali alla storia?
La capacità di Will di auto disintossicarsi dopo un anno passato a farsi di eroina, senza nessuna ricaduta o crisi di astinenza, e il ricovero coatto di Nomi, tenuta legata a letto con una guardia fuori dalla stanza dell’ospedale, come se fosse internata in un ospedale psichiatrico, pur essendo perfettamente in grado di intendere e di volere.

Ma la realtà è che Sense8, seppure con qualche difetto di trama e più di un attore non proprio da premio Oscar, è stata capace di commuovermi ed emozionare come poche altre serie.

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La cosa che colpisce di più sono le scene in cui gli otto protagonisti si aiutano nei momenti di pericolo comparendo all’improvviso e sovrapponendosi tra di loro: da brividi.

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Ma, andando più sotto la superficie, questa serie è un racconto toccante sull’amore e la compassione, sull’empatia, la libertà affettiva e sessuale di amare chi cavolo ci pare e nei modi che vogliamo (perché l’amore non può vivere in categorie predefinite e standard, altrimenti non sarebbe amore ) e su come le differenze siano in realtà solamente nella nostra testa.

E ci racconta tutta la poesia che sta nei piccoli gesti, ma anche (e soprattutto, in questo caso) in quelli più eclatanti.

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Insomma, Sense8 è sì una serie di fantascienza, avvincente nelle sue scene di azione, esagerata e carnevalesca in alcuni momenti, ma è anche delicata e commovente.
La fantascienza che fa da contorno qui è solo una scusa, una cornice utilizzata per parlare di essere (ed esseri) umani.

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E questo lo fa toccando le tematiche dei diritti delle donne, degli omosessuali, dei transessuali, ma anche conflitti politici che pesano sulle spalle dei più poveri, corruzione, differenze religiose e culturali.

Tutte differenze che, alla fine, si trovano a parlare la stessa lingua, che permette la comprensione e l’unione di tutte queste anime, e che ci fa tornare la speranza in un’umanità che, forse, può ancora imparare la compassione.

Trovate la vostra personale Beyoncé

La prima volta che ho sentito parlare di Melina Matsoukas non avevo idea di conoscerla già, indirettamente, da molto tempo.

Nata nel 1981 da madre in parte afro-cubana e in parte giamaicana e da padre greco ed ebreo, entrambi attivisti comunisti, di sé dice che da studente era “brava in tutto ma appassionata di nulla”, finché non incontra il video making, e capisce che quella è la sua strada.
Un mondo dove le donne, e per di più le donne di colore, non avevano una grande visibilità.

Oggi la Matsoukas è una regista molto amata dalla grandi star: due su tutte, Beyoncé e Rihanna, che hanno portato a casa anche grazie a lei dei Grammy Awards, la prima per Formation e la seconda per We Found Love (che la Matsoukas dice essere stato ispirato alla sua tremenda vita sentimentale, alla tremenda vita sentimentale di Rihanna, e alla tremenda vita sentimentale di tutte).

Ha poi diretto, tra le altre cose, la serie Insecure di HBO, scritta e recitata da una delle migliori attrici emergenti del momento, Issa Rae.
La serie stessa sembra un lunghissimo video di Beyoncé, ed è una celebrazione delle donne afroamericane (e ha anche una gran bella colonna sonora).

Ultimo, ma non meno importante, ha anche diretto alcune puntate di Master of None di Aziz Ansari, che vi avrò citato almeno altre due o tre volte.

Aziz Ansari

Il suo lavoro ha contribuito a una nuova Golden Age dei video musicali, considerati ormai morti da decenni, grazie alla sua capacità di raccontare delle storie, e di essere uscita dal modello in cui l’artista si limita solo a fare il playback del pezzo.

La regista, grazie alle sue collaborazioni con un sacco di star (tra cui anche Snoop Dogg con il video di Sexual Seduction), è diventata ormai paladina di un movimento che mira a unire due battaglie, per i diritti degli afroamericani e per quelli delle donne, che spesso, dice lei, nella stessa comunità afroamericana sono considerate antitetiche, per cui se sei una donna di colore devi decidere per quale schierarti.

È proprio nel video di Formation, girato in due giorni (Queen Bey chiede, Queen Bey ottiene), che vengono celebrate entrambe le categorie.

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Il video è ambientato in quella che sembra una piantagione del Sud, con Beyoncé ritratta come una moderna Rossella O’Hara black, regina di una casa colonica alla 12 anni schiavo, in cui però non sono di certo i bianchi ad avere il potere.

A tutto questo si aggiunge una scena di allagamento che fa riferimento all’uragano Katrina che devastò New Orleans. La macchina che si vede nel video è un’auto della polizia, e anche questo non è stato fatto a caso, ma è una critica a come le forze dell’ordine trattano gli afroamericani.

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Ma, a parte prendere lezioni su come si gira un video musicale con i controc…, che altro possiamo imparare da una come lei?

Prima di leggere la sua storia, l’avevo conosciuta attraverso questo articolo, in cui la giornalista elencava le lezioni di vita imparate proprio da lei.
Banali? Forse, ma un ripasso non fa mai male.

Trovate, come ha fatto lei, la vostra personale Beyoncé, la cui passione vi motivi a fare le cose al massimo.
Probabilmente nessuno di noi dovrà mai restare a mollo per ore nell’acqua ghiacciata per girare un video con una nostra amica, ma almeno possiamo ispirarci alla sua forza di volontà.

Beyoncé

Anche l’ansia e il nervosismo sono fondamentali spinte creative.
Non bisogna fare finta di non avere paura, ma affrontarla e usarla come spinta propulsiva (urlare un po’ magari aiuta).

Beyoncé smashing car

Investite nello studio, non smettere mai di imparare anche cose su voi stessi, analizzate gli errori fatti e le cadute del vostro percorso.
In questo modo imparerete a diventare ogni giorno più sicuri.

beyonce
Non sentitevi mai “arrivati” perché c’è sempre uno spazio di crescita e miglioramento. Uscite dalla vostra zona di comfort e mettetevi sempre alla prova.
È lì fuori che succedono grandi cose.

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Non fate solo cose che danno un compenso in denaro: i soldi non devono essere l’unica motivazione per scegliere un lavoro.

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Siate sempre orientati a un obiettivo e investite tutte le vostre energie per aggiungerlo.

Beyoncé I can do whatever I want

Siate versatili ma non dimenticate mai qual è la vostra strada.

Beyoncé I got style

Abituatevi ai rifiuti. Un’opportunità persa potrebbe significare che dietro l’angolo ce n’è una migliore ad aspettarvi.

Beyoncé

Rimanete umili.

Queen Bey

Ultimo ma non meno importante, i pisolini sono fondamentali.

Good morning Beyoncé

I miei dieci anni di magia

Il 26 giugno 1997 è uscito per la prima volta in Inghilterra il primo libro di una saga che avrebbe modificato per sempre l’immaginario e le fantasie di milioni di persone.

Hermione

Il mio primo ricordo di Harry Potter risale alle lunghe mattine al liceo, e al mio compagno di classe appassionato di Tolkien, che disegnava a mano e a memoria cartine geografiche di tutto il mondo.
A un certo punto aveva iniziato a leggere durante le ore di lezione, tenendo un libro sotto il banco che, da quello che avevo capito, era un altro fantasy. Ci diceva, con gli occhi rossi pieni di sonno e un entusiasmo febbrile, che passava le notti sveglio fino a tarda notte a leggere come un disperato.
Quel libro, ho scoperto anni dopo, era Harry Potter e la Pietra Filosofale, ma per me all’epoca non significava ancora nulla.

Albus Silente

La smania per i maghi di Hogwarts aveva iniziato a diffondersi tra i miei amici più inquieti, quelli che sognavano di essere altrove, fuggire in luoghi fantastici dove avrebbero potuto diventare chi volevano, quelli che non avevano ancora trovato una loro identità precisa.

Io, ingenuamente, pensavo di essere una persona completa, immune dai turbamenti adolescenziali e già troppo grande per leggere dei libri da bambini.

Piton, Ron, Harry

Il secondo ricordo che ho di Harry Potter sono io che, finalmente convinta a leggerne almeno uno, costringo la mia amica dell’epoca a uscire dal cinema a metà proiezione perché non avevo ancora finito il libro e non volevo sapere come andava a finire. Era appena uscito in Italia il film tratto proprio da “Harry Potter e la Pietra Filosofale”.

Ron Weasley

Il terzo ricordo è il librario della mia città che commenta con l’ennesima mamma che acquista i volumi della saga che quei libri lì non li ha neanche aperti, perché secondo lui non c’è da fidarsi di una che scrive tutto al computer e non a penna.

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Il quarto ricordo è quello di un gruppo di amici volati a Londra appositamente per l’uscita dell’ultimo libro, che passano tutta la notte in coda davanti a una libreria per comprarlo in anteprima, e che poi lo finiscono in tempo di record, senza poter raccontare niente a tutti gli altri che aspettavano l’edizione in italiano.

Questo è quello che c’è stato prima. Poi è scoppiato l’amore.

Harry Potter

La folgorazione è arrivata quando ero già all’università e durante un’estate pigra ho deciso di riprendere in mano i pochi volumi che avevo acquistato, leggiucchiato e abbandonato nel corso degli anni.

Lì, ecco l’inaspettato, l’illuminazione, l’epifania, nella calura insopportabile dell’estate bolognese.
In quei mesi li ho letti tutti e sette d’un fiato, uno dietro l’altro, dimenticandomi degli esami da preparare, del caldo, di tutto.

Quidditch

A quella lettura bulimica ne sono seguite tante altre, a un certo punti sono arrivati anche i film, visti a casa, in differita rispetto alle uscite al cinema, anche quelli d’estate, anche quelli consumati fino a saperli a memoria.

Harry Potter lo amo perché mi ha insegnato molto.

Mi ha insegnato che essere diversi è una cosa di cui andare fieri e non una debolezza.

Hagrid

Che insieme è molto meglio che da soli.

Harry Potter and Hermione

Che bisogna fidarsi, e affidarsi a qualcuno di più esperto e saggio di te che potrebbe darti il consiglio giusto. Che bisogna imparare a farne tesoro e a riutilizzare quel consiglio secondo il tuo modo di essere.

Albus Silente

Che la creatività e la curiosità sono il motore di tutto.

Mappa del Malandrino

Che le paure si devono affrontare di petto e ognuno ha dentro di sé la forza necessaria a sconfiggerle. Che il coraggio è il fedele compagno della creatività e della curiosità.

Neville Paciock

Che anche il più insospettabile ha dentro di sé qualcosa di speciale e non bisogna mai giudicare nessuno al primo sguardo.

Severus Piton

Che rifugiarsi nelle proprie fantasie e nei propri sogni non è una cosa da bambini, ma è la forza che spinge ai grandi cambiamenti e alle grandi azioni.

Albus Silente, Severus Piton

Che la magia esiste, e ce n’è un po’ in ognuno di noi.

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Per queste e per altre decine di motivi continuo a rileggere i libri di Harry Potter, che mi accompagnano in ogni spostamento e sono sempre i primi ad essere imballati durante i traslochi. Quindi, all’inizio di questa nuova estate, faccio gli auguri un po’ anche a me e ai miei dieci anni d’amore.

Il valore della poesia

Ho sempre fatto fatica ad apprezzare la poesia, soprattutto se ha troppi livelli di significato, se non mi dà risposte immediate e mi costringe a sforzarmi di capirla (sì, lo ammetto, con la poesia sono un po’ pigra).

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Per questo non ne leggo molta, e gli unici libri che ho, in mezzo a una marea di romanzi, sono quelli di Emily Dickinson, che amo proprio per la brevità, la limpidezza e perché racconta l’animo umano e i suoi struggimenti attraverso delle immagini molto semplici e comprensibili: un’ape, un uccellino, il mare, un’alba.

E forse proprio per la comprensibilità della sua scrittura poetica, Rupi Kaur mi è piaciuta subito. Le sue poesie, spesso molto simili a degli haiku, sono delle vere stilettate che vanno dritto al cuore, senza troppi giri di parole.

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Ho comprato d’istinto la sua prima raccolta, Milk and Honey, dopo aver letto la sua storia.

È nata nel Punjab, in India ed è cresciuta in Canada.
Ha 24 anni, è una vera millennial e non per niente la sua attività (e notorietà) passa attraverso Instagram, e lei stessa viene definita una “Instapoet”. Le sue poesie sono perfette per il formato del social network: pochissime parole, spesso accompagnate da suoi disegni, che sembrano quasi degli schizzi, qualcosa in procinto di sbocciare.

Ha iniziato a scrivere rivolgendosi solamente alle ragazze indiane della sua comunità, pensando che solamente loro potessero capirla, ma a un certo punto si è resa conto che il suo era un messaggio universale e comprensibile per tutte le donne, di qualsiasi etnia e a qualsiasi latitudine vivessero.

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La giovane poetessa era già diventata famosa suo malgrado un paio di anni fa, per aver visto rimuovere da Instagram una sua immagine inserita all’interno del progetto fotografico Period, in cui la si vedeva stesa a letto con i pantaloni macchiati di sangue mestruale. Il lavoro era un tentativo di estirpare quello che è ancora per molti un tabù e una cosa sporca.

The hurting, the loving, the breaking, the healing: queste le quattro sezioni della sua prima raccolta di poesie, quattro fasi, quattro momenti della vita ma anche quattro pezzi dell’animo umano.

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La relazione, con gli uomini, le altre donne, con il padre, la madre, è al centro di tutto, ed è fonte, in parti uguali, di gioia e dolore.
In tutti i rapporti il confine tra amore e attaccamento è spesso molto labile, come quello tra volontà e costrizione.
La Kaur racconta di relazioni che possono togliere tutto e lasciarti completamente indifeso, ma anche di altri che portano a una fusione di due anime è talmente perfetta da non aver bisogno di troppe parole o spiegazioni.

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La parte più importante del suo lavoro è quella in cui parla di vere e proprie violenze e abusi sul corpo delle donne (lei stessa ne ha subiti quand’era ancora bambina), grazie ai quali, racconta lei stessa, viene continuamente contattata da ragazze che hanno subito forme di violenza e riescono a trovare il coraggio di far sentire la propria voce e di trovare conforto e rassicurazione nelle sue parole.

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Per questo penso che valga la pena leggerla, perché le sue sono parole piene di speranza ma anche di forza, la poesia diventa potente come un’arma, e a prescindere dalla storia personale di ognuna, ci si riconoscere molto facilmente in quello che scrive.

Vi lascio con un’intervista fatta dal portale Freeda quando Rupi Kaur è venuta in Italia per il tour di presentazione del libro.

Potete acquistare Milk and honey di Rupi Kaur su Amazon.

Immagini tratte dal sito di Rupi Kaur.

I am not famous anymore

Fino a qualche mese fa non sapevo nemmeno che faccia avesse questo Shia LaBeuf, e se è per quello non sapevo neanche come si pronunciasse il suo nome.

Fisicamente, l’avevo messo all’interno di un calderone di attori bruni e barbuti per me indistinguibili l’uno dall’altro, insieme a gente come Gerard Butler, Bradley Cooper, Jaret Leto e altri che ci metto sempre un po’ a identificare (sì, lo so, sono tutti diversi tra loro, ma io proprio non riesco a riconoscerli). A tal punto che per un bel po’ sono stata convinta che fosse lui l’attore di Trecento.
Poi un giorno nell’internet ha cominciato a girare questo.

Questo Shia LaBeuf si era chiuso in una sala cinematografica e per tre giorni di fila aveva guardato, uno dietro l’altro, tutti i suoi film, con una telecamera puntata in faccia che registrava tutte le sue reazioni (comprese la noia mortale, qualche pisolino e qualche momento di vergogna). E tutto questo perché? Per l’arte.

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Allora ho capito: Shia LaBeuf era la versione divertente di James Franco.
James Franco affianca alla sua (dimenticabile) carriera di attore una carriera artistica abbastanza pallosa. A Franco piace tanto la storia americana e gli piace farci sopra dei film da regista impegnato, gli piace tanto dipingere e si fa esporre anche alla Biennale di Venezia, è amico delle band e gira per loro dei video musicali da belli e dannati, scrive libri e gira anche uno spot super sympa per Zalando.

Ma Shia LaBeuf no, lui fa davvero delle cose assurde che non ti aspetti, e ti lascia molto di più senza parole del suo collega con le fossette.
Quando ho iniziato a indagare su di lui, ho scoperto un mondo.

– C’è una canzone che si chiama Shia LaBeuf che racconta la storia di un cannibale che mangia le persone per sport, e di cui è stata fatta anche questa performance satirica.

– Ha fatto un video finto-motivazionale, “Just do it”, in cui, sostanzialmente, urla come un disperato di fronte a un green screen, di modo da permettere alle persone di farne un po’ l’uso che preferiscono.
E l’internet ha naturalmente risposto nei modi più disparati.

 

– È il protagonista del contestato video di Sia, Elastic Heart, insieme alla giovanissima ballerina-fenomeno Maddie Ziegler.

– Alla première di Nymphomaniac (film in cui recita insieme a Charlotte Gainsbourg) al Berlin Film Festival del 2014, subito dopo aver detto che la sua vita era in realtà un lungo progetto artistico, si è presentato con un sacchetto di carta in testa con su scritto “I am not famous anymore”.

I am not famous anymore Shia LaBeauf
– Subito dopo l’insediamento di Trump ha organizzato una performance collettiva, in collaborazione con il Museum of Moving Image di News York, per protestare contro i tagli drastici all’arte e alla cultura.
La performance, aperta a chiunque, consiste semplicemente nell’urlare He will not divide us di fronte a una telecamera, posta davanti al museo, e attiva 24 ore al giorno per quattro anni.
Dopo cinque giorni, l’attore è stato arrestato per aver attaccato violentemente un passante che aveva commentato “Hitler in fondo non ha fatto nulla di male”.

Shia LaBeuf applaude

– Il 12 aprile si è isolato in una piccola baita in Lapponia, dove è stato chiuso per un mese senza contatti con l’esterno, e come lui, in altre due baite, altri due artisti membri del suo collettivo.
All’interno del Museo Kiasma di Helsinki è stata installata un’altra capanna dentro la quale i visitatori potevano inviare loro e ricevere dei messaggi scritti, mentre una telecamera riprendeva quello che succedeva nel museo. La performance si chiama Alone Together, e qui potete vedere i video girati durante il mese in cui si è svolta.

Insomma, gli aneddoti su di lui si sprecano: per concludere potete leggere un articolo su alcuni suoi bizzarri modi di conciarsi e vestirsi.
Io, con tutta probabilità, non inizierò la saga di Transformers, ma di sicuro non mi perderò le sue prossime performance.

Shia LaBeuf says thank you

 

N.B. Questo post è dedicato a F., che mi ha parlato talmente tanto di Shia LaBeuf che alla fine mi ha fatto cedere. 

 

 

L’arte di essere fragili

C’era un periodo in cui tra i compiti di italiano assegnati per le vacanze c’era anche la lettura di qualche libro, alcuni obbligatori, altri a scelta.
Nell’estate tra la quarta e la quinta ginnasio, in ansia per chissà cosa dovessi dimostrare e a chi, avevo preso in mano Madame Bovary.
Mi annoiava da morire e l’ho abbandonato a metà, sentendomi frustrata e anche un po’ scema.

Ecco, leggendo L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita, l’ultimo libro di Alessandro D’Avenia, ho pensato che se all’epoca avessi avuto lui come insegnante, non mi sarei mai sentita in colpa per non riuscire a leggere Madame Bovary a quattordici anni. Anzi, forse non lo avrei neanche scelto come libro per l’estate.

Mentre avevo in mano quel volume in cui ci spiega come Leopardi può salvarci la vita (sì, proprio quel Leopardi che a scuola hanno liquidato velocemente e con poco interesse come un gobbo triste che contagiava tutto l’universo con il suo pessimismo) mi sono sentita improvvisamente di nuovo una quindicenne.

Anzi, no, mi sono ricordata com’ero all’epoca, ho capito che la giovinezza è un lontano ricordo, il pensiero mi ha tutto sommato consolata, e mi sono chiesta se adesso sarei una persona diversa se avessi incontrato prima le parole di D’Avenia.
Il suo saggio, infatti, scoperto in età adulta, mi è piaciuto soprattutto per il suo rileggere Leopardi in un’ottica completamente nuova, quella di un poeta dell’energia, della lotta, della speranza, del rapimento, dell’amicizia, della bellezza e dell’ispirazione.
Ma credo che sulla me adolescente avrebbe fatto colpo in maniera ancora più profonda.

Il saggio di questo scrittore e insegnante quarantenne mi ha stupita parecchio proprio per come descrive il rapporto che ha con i suoi studenti e le reazioni che le sue parole suscitano in loro. Non solo perché li porta ad amare la letteratura, che sarebbe di per sé già un traguardo, ma anche perché riesce spesso a far sbocciare in loro delle vere e proprie gemme che fanno fiorire dei cambiamenti importanti nelle loro vite.

Ci racconta infatti che molti ragazzi gli scrivono anche solo dopo aver letto i suoi libri, anche in situazioni di profondo e, in alcuni casi, estremo dolore.
Nelle sue pagine troviamo, tra le altre, una lettera di una ragazza autolesionista, un’altra con una malattia congenita al cuore che non sa ancora per quanto sopravviverà, una ragazza ricoverata in ospedale per una grave forma di anoressia che gli scrive poco prima di morire.
Una delle storie più commoventi è quella di una ragazza che meditava il suicidio, e che gli racconta che fino a quel momento aveva trovato come unico conforto la lettura proprio di Leopardi.

Da tutte queste storie nasce spontanea una domanda.
La letteratura ha davvero (ancora) il potere di guarire un animo tormentato
come quello di un adolescente? Può davvero aprire una breccia dentro quella terra di mezzo che nessuno sembra capire e che oggi è anche (sì, lo dirò come una qualsiasi colonnina destra di Repubblica) complicata dall’accesso continuo e costante a internet?
Sembrerebbe di sì, o per lo meno, questo è quello che ci dice questo autore cresciuto con la spinta verso l’infinito.
Sono convinta che sui ragazzi abbia molta influenza lui stesso come persona e che molti studenti siano stati ispirati dall’averlo conosciuto dal vivo, ma lui ci parla appunto di ragazzi che gli scrivono per ringraziarlo perché ha realmente e concretamente cambiato loro la vita, soltanto attraverso i suoi libri.
Qualcuno riesce a parlare ai genitori dei suoi disagi profondi per la prima volta nella sua vita, una ragazza inizia a donare il sangue, qualcuno a dedicarsi agli altri attraverso il volontariato.
Insomma, non stiamo parlando di cose piccole, ma di grandi atti d’amore nei confronti di se stessi e del prossimo. E dici poco.

La gioventù raccontata da questo autore è, in fondo, non molto lontana da quella che si riflette negli occhi di Hannah Baker, solo che in questo fortunato caso ha un confronto con un insegnante, con un adulto, che non tratta gli adolescenti come una categoria fissa, immutabile e senza distinzioni. Non li vede come un esercito di automi attaccati al telefono, sempre in conflitto con gli adulti e incomprensibili. No, parla a loro, ed è questa la grande differenza, come delle persone, li comprende nel senso vero e più ampio del termine, e non li giudica mai.

Ed è qui che allora, all’improvviso, intere classi di studenti iniziano a fidarsi, si appassionano, capiscono l’importanza di quello che viene chiesto loro e cosa possono dare in cambio. E anche che esiste una soluzione ai loro tormenti, non perché semplicemente “passerà”, ma perché c’è davvero un modo per cambiare la prospettiva sulle cose, lo sguardo sul mondo e su se stessi.

A un certo punto del libro l’autore dice:
Sogno una scuola, Giacomo, che si occupi della felicità degli individui; e non intendo un luogo di ricreazione e di complicità tra docenti e alunni, ma uno spazio in cui ognuno trovi dono che ha da fare al mondo e cominci a lottare per realizzarlo, in cui ciascuno trovi un’ispirazione che abbia la forza di una passione profonda, che gli dia energia per nutrirsi di ogni ostacolo. Sogno una scuola di rapimenti, una scuola come bottega di vocazioni da coltivare, mettere alla prova e riparare. (…)
Sono le cose inutili, come i sogni, come la letteratura, che dobbiamo salvare, soprattutto a scuola. (…)
Sogno una scuola in cui la letteratura valga più della storia della letteratura, leggere più di dover leggere, la parola più del programma.

Insomma, credo proprio che se avessi avuto lui come professore di italiano al liceo, o se, semplicemente, avesse pubblicato il suo primo libro qualche anno prima, tante cose vissute in quegli anni e anche in quelli successivi sarebbero decisamente state diverse.

*Alessandro D’Avenia, “L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita” Mondadori, 2016, pagine 187-188

Come in un film di Wes Anderson

Wes Anderson è forse il regista più virale dei nostri tempi: periodicamente, Facebook, Vimeo (più indie di Youtube), blog di design e di cultura pop pubblicano qualcosa ispirato ai suoi film, che sia un mash-up con qualche altro registra (Kubrick su tutti, soprattutto con l’inquietante mix The Shining- Grand Budapest Hotel), o un video che racconta qualche aspetto distintivo del suo cinema (lo slow motion, la simmetria delle inquadrature) o ancora un designer che, ispirato dal suo immaginario, ha creato poster, locandine, pupazzetti Lego dei suoi personaggi.

A un certo punto qualcuno ha fatto un triplo carpiato e ha creato il supercut di tutti i supercut fatti su Wes Anderson. Eccolo.

Qualcuno sostiene che in realtà il regista giri sempre lo stesso film, qualcun altro di sicuro si sarà ormai stufato delle sue atmosfere pastello e dei suoi personaggi stralunati e surreali, ma io no, io di lui non mi stanco mai.
Lo amo, lo super amo, lo amissimo, e mi piace tutto quello che è ispirato ai suoi film.

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Gli ambienti e le scenografie, oltre che la musica e la fotografia, rispondono a uno stile assolutamente peculiare e riconoscibile. Non sono iconici solo i suoi personaggi, ma anche le sue ambientazioni.
Per questo oggi divento interior designer per un giorno e vi presento la mia lista per provare a vivere come in un film di Wes Anderson.

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Se vogliamo entrare nell’atmosfera, prima di tutto serve l’abbigliamento adatto. Sul sito Wes-Anderson si trovano oggetti di scena dei suoi film e soprattutto capi di abbigliamento di alcuni personaggi.

Alzando l’asticella potremmo rivolgerci a Lacoste, Prada, Fendi e Luis Vuitton, che hanno realizzato valigie e vestiti per i suoi film.

Una volta indossata la fascia da tennis o la tuta rossa di Adidas, possiamo iniziare ad arredare.

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Innanzitutto, scegliamo la palette di colori. Anderson ama il rosa cipria, il beige, l’azzurro pastello, le atmosfere Anni Settanta.
Facciamoci aiutare da questo tumblr per scegliere le più adatte.

palette
Qualche suggerimento per l’arredamento lo trovate, invece, in questo vademecum di Houzz.

La luce è fondamentale e le finestre devono essere al centro della scena.
Ebbene sì, c’è un supercut anche di quelle.

https://vimeo.com/191568026

Sugli scaffali poi dovremmo posizionare sicuramente qualche libro.
Alla collezione non può mancare Wes Anderson collection. Bad dads, raccolta di illustrazioni dedicate al regista e alle sue opere più famose, scelte e pubblicate dalla galleria Spoke Art di San Francisco tra quelle esposte ogni anno in una mostra dedicata.


Il rapporto con la letteratura è un tassello importante, e se volete vedere tutti i libri che compaiono nei suoi film… beh, che ve lo dico a fare.

Per fare davvero i fighi, poi, andate anche a fare un giro da Pollaz, un’artista del cucito di stanza a Verona che è famosa per le sue Pillow Faces, dei cuscini a forma di faccia di personaggi dei film, cantanti come David Bowie, registi come Woody Allen, artisti come Frida Kahlo (e se volete rifà anche voi!).
Da lei ci sono anche magliette e tazze e trovate alcuni personaggi di Wes Anderson, da Steve Zissou a Madame Céline Villeneuve Desgoffe und Taxis.


E, per finire, naturalmente, dobbiamo mettere un po’ di musica. Il giradischi lo trovate sempre nel sito Wes-Anderson.com, e potete comprare insieme anche i vinili, ma per la playlist perfetta potete affidarvi a Spotify.

Però, se tutto questo vi sembra troppo complicato e non avete voglia trasformare casa vostra in un set cinematografico, potreste accontentarvi di una di queste fedeli rappresentazioni in miniatura di questa illustratrice spagnola, da tenere sulla scrivania.

Dieci motivi per cui dovreste amare Lena Dunham

Cosa significa essere femministe oggi? La domanda è provocatoria e non sempre si riesce a dare una risposta esaustiva.

Ultimamente stanno emergendo nuove icone di quello che ormai viene definito femminismo mediatico tra le fila delle attrici di Hollywood, schierate in maniera sempre più esplicita a favore di campagne internazionali dedicate alla parità di genere. 
C’è chi lo fa in maniera più discreta, c’è chi ne impermea ogni sua azione, foto su Instagram o intervista.

Una delle rappresentanti della seconda categoria è Lena Dunham.
Lena ha esattamente la mia età, ma mentre io stento a mettere un piede fuori dal letto la mattina quando suona la sveglia, lei ha fatto in tempo a diventare attrice, scrittrice, produttrice e regista, vincitrice di Emmy e Golden Globe e nominata dal Time nel 2014 una delle 100 persone più influenti del mondo.

Ho iniziato a seguirla quando ho scoperto nel 2012 la sua Girls, di cui mi sono innamorata all’istante, e ho subito pensato che la sua scrittura avesse qualcosa di speciale.
Della serie tv mi riservo di parlare quando avrò terminato la season finale, in onda in queste settimane. Qui vorrei solo raccontare perché è una personalità da seguire.

Da un po’ di tempo ho iniziato a interessarmi anche alla sua vita privata e al suo impegno politico attraverso i social e il web, e in questo modo ho iniziato ad allontanarla da Hannah, il suo personaggio in Girls, con cui per forza di cose l’avevo identificata (è in parte autobiografico, quindi era inevitabile).

Vi elenco per questo i dieci motivi per cui anche voi dovreste amarla quanto me:

1. nonostante sia una newyorchese e abbia avuto una vita totalmente diversa da quella della maggior parte di noi, riesce a dare voce alle trentenni più di quanto possiate immaginare;

2. ha una grave malattia debilitante e poco conosciuta come l’endometriosi, di cui soffrono, spesso senza saperlo, milioni di donne nel mondo, e ne ha sempre parlato apertamente e senza vergogna, contribuendo a fare awareness su quello che è un problema nascosto e pericoloso;

3. se ne frega talmente tanto dei canoni estetici del corpo femminile che ti porta più di una volta ad ammirarla per il coraggio con cui lo espone, anche se imperfetto e in sovrappeso. Poi però, dopo aver superato la fase in cui ti stupisce la sua spudoratezza, ti obbliga a riflettere sul fatto che i corpi sono tutti diversi, che non dovrebbe esserci un canone, e che (teoricamente) nessuno dovrebbe vergognarsi del suo;

4. proprio a causa dell’endometriosi, si è recentemente sottoposta a una dieta che l’ha fatta dimagrire molto. E hanno tutti dovuto dire la loro, e lei ha ovviamente risposto a tono. Leggete l’articolo di Refinery29 uscito recentemente per capire meglio di cosa parlo;

5. se ne frega anche di quello che gli altri pensano di come si veste, e le sue risposte a chi la critica non permettono di ribattere in alcun modo:

I try at a lot of things. Mostly I try at being a writer, director, actor, activist, friend, sibling, partner, godmother…Fashion is fun but sometimes I’d rather not spend 3 hours and lots of cash I could give to charity or spend on books and food to get ready to go out. There’s a lotta different ways to be a public figure and I think there’s room for us to occasionally show up in public like normal people do. When I look at that picture you subjected to “caption this” criticism, I see a day well-spent writing, reading, having tea with a friend.

6. dopo aver scritto, diretto e interpretato una delle serie più acclamate degli ultimi tempi, ha anche fondato la sua azienda, Lenny Letter, che è un sito a cui è collegata una newsletter sull’impegno femminile in tutti i campi, e che raccoglie testimonianze, idee, spunti per le donne di domani. Su Lenny, tra le altre, è stata intervistata anche Jennifer Lawrence, che proprio lì ha parlato per la prima volta di disparità di trattamento economico tra attrici e attori;

7. a 28 anni ha scritto un’autobiografia, Non sono quel tipo di ragazza, in cui c’è tutto.
C’è il racconto di tutti i presupposti per avere una vita normale (una famiglia affettuosa e di supporto, padre compreso, un ambiente colto e benestante in cui crescere), che non sono bastati a evitarle di precipitare in un disturbo ossessivo compulsivo tenuto costantemente a bada dai farmaci. E poi ci sono gli incontri sbagliati e sbagliatissimi, e le amicizie che sono fondamentali per la sopravvivenza.
In estrema sintesi, quella costellazione di imperfezioni, fisiche e caratteriali, che le ha permesso di diventare Lena Dunham;

8. in Not that kind of Girl parla anche della tragedia di uno stupro subito da parte di un compagno di università, cosa che succede quotidianamente a molte altre ragazze all’interno dei college americani, ed è un altro argomento di non ha mai avuto paura di parlare;

9. sa che da soli si arriva fino a un certo punto, ma la vera forza è nel gruppo. E allora si circonda di amiche del calibro di Taylor Swift, Lorde, Gwyneth Paltrow, Amy Schumer, che mantengono alta e costante la sua dose di credibilità;

10. ha regalato al mondo una faccia e un talento del calibro di  Adam Driver, scelto per interpretare il personaggio di Adam in Girls e che da lì ha spiccato il volo. E per questo non smetterò mai di esserle grata;

Nell’era in cui tutti si sentono influencer di qualcosa, lei riesce ad esserlo in maniera reale e non patinata, per tutti i motivi di cui sopra. E magari può risultare antipatica, perché è una senza peli sulla lingua e non le manda mai a dire, ma è forse una delle voci più sincere e libere della nostra generazione.

Se vi ho convinti, potete partire da qui per conoscerla meglio:
Il suo account Instagram
Lenny Letter
Non sono quel tipo di ragazza su Amazon.

Janelle Monáe è l’amica che vorresti avere

Ho un problema di immedesimazione. Quando vedo un film, o guardo una serie tv, a volte anche quando leggo un libro, mi capita di sentire i personaggi talmente vicini che quasi entro a fare parte della storia.

Ho visto al cinema Il diritto di contare, che è prima di tutto l’ennesimo titolo tradotto male, e in questo caso che cerca anche di riproporre il doppio significato dell’originale Hidden Figures.
In inglese il termine figure significa sia aspetto, figura, nel senso di personalità, che cifra, numero, dato. In italiano ci hanno provato usando contare, come fare i calcoli e come avere un valore come persona. Mah.

È un film che, come in moltissimi stanno dicendo, dovrebbero vedere tutte le ragazze, non solo perché parla di riscatto al femminile, della possibilità di fare tutto quello che fanno gli uomini, e farlo anche meglio.
Ma secondo me va visto anche perché ci ricorda come funziona veramente l’amicizia tra donne. E tra donne veramente fighe, tipo Janelle Monáe.

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Non è facile vedere sullo schermo delle amicizie al femminile raccontate in maniera obiettiva, il rischio è sempre quello di eccedere in un senso o nell’altro.
Da una parte, quelle che le mie amiche saranno per sempre – siamo le migliori e non ci feriremo mai – staremo sempre insieme – siamo noi contro tutti (quello che tutte credevamo quando avevamo 15 anni, e che hanno generato il filone delle mostruosità à la Sex and the City) e quelle che, al contrario, le amicizie al femminile non sono mai sincere al 100%, anzi, l’invidia e la cattiveria guastano tutto (solo un nome: Mean Girls).

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È vero che l’importanza di Hidden Figures sta principalmente nel raccontare di come queste tre formidabili donne, per di più di colore, si siano fatte strada in un ambiente, quello della Nasa, dominato da uomini WASP, e aver dimostrato non solo di essere brave, ma di essere spesso più brave di loro.

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Ma quando sono uscita dal cinema mi è rimasta appiccicata addosso, oltre alla voglia di riprendere in mano un libro di matematica (durata il tempo di rientrare a casa) proprio la bella sensazione di aver visto raccontata un’amicizia al femminile di quelle vere, realistiche, di tre donne che non rinunciano ad essere se stesse per starsi vicine, e che si riassume perfettamente in quello che dice il personaggio della Monáe alla sua amica pronta per andare all’altare:
Sei più in carne [di quando ti sei sposata la prima volta] ma sei splendida“. Cosa c’è di più sincero, intimo e rischioso che dire a un’amica che è ingrassata, per di più il giorno del suo matrimonio? Solo un rapporto profondo e cristallino te lo può permettere. Ed è proprio questa forza che ha permesso alle tre protagoniste di andare avanti nonostante le difficoltà e di raggiungere i loro obiettivi.

Per questo dovremmo imparare tutte ad essere amiche come Janelle Monáe.
E magari fregarle anche qualche look.

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