Dimmi dove vai e ti dirò quale film e serie guardare

Ho raccolto alcuni luoghi raccontati nel magazine di Sgaialand e ho abbinato un film e una serie tv sulla base del tema del viaggio.
Ecco un estratto del pezzo.

La Terra delle Meraviglie offre scorci inaspettati e sorprese incantevoli per tutti i gusti e le passioni. Volete sapere quali sono le serie tv e i film perfetti per voi sulla base dei vostri luoghi preferiti? Scoprite quale film e serie guardare!

Dimmi dove vai e ti dirò chi sei…”: quante volte abbiamo letto questo invito su giornali e siti web, che ci prometteva di raccontarci qualcosa in più su di noi sulla base dei nostri ultimi viaggi?

Ebbene, Sgaialand Magazine fa molto di più: diteci quali sono i vostri luoghi preferiti della Terra delle Meraviglie e vi suggeriremo quali film e serie guardare.
Pronti a partire per il vostro prossimo viaggio?

1. Il Vittoriale degli Italiani
La maestosa villa che fu di Gabriele D’annunzio, sulla sponda bresciana del Lago di Garda, sarebbe perfetta come set per una storia fantasy, o addirittura un horror.

Film: Crimson Peak di Guillermo del Toro, 2015, con Mia Wasikowska, Jessica Chastain, Tom Hiddleston e Charlie Hunnam.

Siamo nell’Inghilterra del Diciannovesimo Secolo.
Il regista messicano, genio del genere fantasy, ci porta in una casa degli orrori, gotica e fatiscente, in cui la protagonista (Mia Wasikowska), aspirante scrittrice tormentata dalla morte della madre, si troverà intrappolata, succube dei suoi stessi fantasmi e del misterioso marito (Hiddleston).

Serie tv: Una serie di Sfortunati Eventi, 2017 (prima stagione, rinnovata, su Netflix), con Neil Patrick Harris, Patrick Warburton, Malina Weissman e Louis Hynes.

Tratto dalla serie di romanzi di Lemony Snicket, la serie racconta le sfortunate avventure dei tre fratelli Baudelaire, orfani e vittime del temibile Conte Olaf, che fa di tutto per ereditare la loro fortuna.
Neil Patrick Harris, che è stato l’indimenticabile Barney di How I Met your Mother, qui dà prova del suo talento camaleontico nelle diverse trasformazioni del Conte Olaf.

2. Le Ville Palladiane
La terra delle Meraviglie è costellate da ville maestose, opera di uno dei più grandi architetti della Storia. Queste ville erano la residenza delle famiglie nobili dell’epoca, e allora la mente vola subito a serie e film in costume, vero sfoggio di ricchezza e opulenza.

Film
: Maria Antonietta di Sofia Coppola, 2006, con Kirsten Dunst, Jason Schwartzman, Judy Davis.

Un classico del genere da vedere e rivedere, una Maria Antonietta pop e con la passione per i cupcake e le scarpe (ve le ricordate le Converse All Star che sbucano nella collezione della regina?). Il sodalizio tra la Coppola e la Dunst è uno di quelli più stretti della storia del cinema, e continua fino al 2017 con L’inganno, ultimo film della regista.

Serie tv: Z, the Beginning of Everything, 2015 (una stagione, non rinnovata, su Amazon Prime Video), con Christina Ricci, David Hoflin, David Strathairn.

Altra epoca, altra icona femminile: Christina Ricci è Zelda Fitzgerald, compagna dello scrittore Francis Scott Fitzgerald, essa stessa scrittrice, icona della moda e figura spregiudicata e libera nella New York degli Anni Venti.

Extra: “Palazzi del Potere – Palladio, l’architetto del mondo”. Presentato da Magnitudo Film alla 74^ Mostra del Cinema di Venezia, è un docufilm d’arte che racconta come lo stile dell’architetto vicentino abbia fatto il giro del mondo.
Potete leggere il resto dell’articolo su Sgaialand Magazine.

 

 

I film con l’acufene

Acu… che?

L’acufene è una sensazione di ronzio o fischio che si percepisce continuamente in uno o in entrambe le orecchie.
Ecco, l’ho raccontato centinaia di volte e per la prima volta lo scrivo: anche io convivo con questo ospite, che è comparso in una giornata di dieci anni fa senza apparenti motivi e ha deciso di non andarsene più.

All’inizio è stato traumatico: che roba è, sto diventando sorda, non mi fa dormire, non mi fa studiare, non mi fa ragionare. Visite, controlli, centri specializzati: signorina, non c’è nulla da fare, si abitui e cerchi di non impazzire.

Nell’ultimo anno sono stata al cinema per due film i cui anche i protagonisti, casualmente, hanno un acufene.

Uno è Orecchie, di Alessandro Aronadio, con Daniele Parisi, Silvia D’Amico e, tra gli altri, Rocco Papaleo e Piera Degli Esposti.

L’altro è Baby Driver, di Edgar Wright, con Ansel Elgort, Kevin Spacey, Jamie Foxx, Jon Hamm, Jon Bernthal.

Entrambi i film mi sono piaciuti da subito proprio perché simpatizzavo per i loro protagonisti con cui condivido la patologia.

 

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Orecchie è una commedia italiana piuttosto grottesca, girata in bianco e nero.

Il protagonista si sveglia una mattina con un fastidioso fischio all’orecchio e con un post-it sul frigo, lasciato dalla fidanzata, dove c’è scritto che è morto il suo amico Luigi. Il problema è che lui non si ricorda di aver mai conosciuto nessun Luigi.

Inizia così una giornata all’insegna degli incontri surreali, di cui l’acufene sembra quasi la causa scatenante, il sovvertimento di tutte le leggi della normalità.

La storia è quotidiana e tenera, anche se completamente assurda (due vere perle sono il colloquio con la direttrice di un giornale interpretata da Piera Degli Esposti e l’incontro con il prete, Rocco Papaleo).

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In Baby Driver, invece, l’acufene, e il tentativo di controllarlo, scatenano rabbia e violenza.

Baby è un ragazzo che, per un grave incidente in macchina avuto da bambino, ha subito un trauma all’orecchio che è causa del fischio.

Per non impazzire, ascolta costantemente musica ad altissimo volume. Nel frattempo è costretto, per saldare un debito, a fare da autista per gruppi di criminali capeggiati da Doc (Kevin Spacey). Praticamente, il nipotino con disturbi ossessivo-compulsivi del pilota di Drive di Nicolas Winding Refn.

Baby Driver è un film d’azione stilosissimo, intelligente, saturo e pieno di citazioni e di omaggi al cinema.

E, ovviamente, tutto ruota intorno alla colonna sonora che è al centro di tutto, è studiata nel minimo dettaglio e dà il ritmo a tutte le scene.

 

Io, invece, alla fine non sono impazzita, non mi sono messa alla guida di macchine sportive né sono diventata una criminale, ma ho fatto pace con il mio rumore di fondo.
Sì, è vero, il mio silenzio è sempre un pochino disturbato, ma in fondo quale silenzio è perfetto?

Ennio Morricone nella vita reale

Ultimamente mi sono capitati due episodi in cui mi sono resa conto in maniera forse più esplicita del solito di come la colonna sonora riesca a costruire, o possa disfare completamente la scena di un film, se non un film intero.

Il primo è stato quando ho finalmente visto Manchester By The Sea ed io e la mia amica M. siamo rimaste piuttosto perplesse dalla musica scelta, che era talmente sbagliata da farsi notare, quando invece la colonna sonora giusta a volte non la percepisci nemmeno, talmente è parte della scena al pari degli attori e delle ambientazioni.

Il secondo, per contro, è stato il concerto di Ennio Morricone all’Arena di Verona, una serata che aspettavo da molto e che si è rivelata esattamente quello che ci si può immaginare da lui: pura magia.
Mentre mi immergevo nella sua musica, per la prima volta dal vivo e svincolata dai film che l’hanno resa indimenticabile, dentro di me hanno risuonato tutte le emozioni e le sensazioni che la sua musica descrive: le sue colonne sonore sono dei racconti espliciti della tensione, la paura, la felicità, l’amore, la morte, i crimini, l’epica e altre centinaia di cose che vivono i personaggi dei film.

È stato dopo queste due serate che mi sono immaginata in maniera molto più profana come le musiche dMorricone potrebbero diventare colonne sonore per la vita di tutti i giorni.
E quindi, con tutto il rispetto per il Maestro e per tutti i registi che ha accompagnato, ecco le occasioni in cui la sua musica sarebbe perfetta.

Sei imbottigliato nel traffico:

Sei in ritardo con una consegna al lavoro:

È rimasta solo l’ultima fetta di dolce:

Non ti ricordi se hai chiuso la macchina:

Iniziano le ferie:

Finiscono le ferie:

Arriva lo stipendio:

Arrivano i suoceri a cena:

E per concludere, quello che provo quando è il momento di iniziare una nuova serie tv:

 

Cosa mi perdo al Festival di Venezia

Quando ho aperto questo blog una delle prime cose a cui ho pensato è stata che non vedevo l’ora che arrivasse settembre per andare al Festival del Cinema di Venezia e scriverne qui.
La notizia è che quest’anno, invece, non ci andrò, and all you’ve got is questo elenco dei film che non vedrò in anteprima e per cui dovrò aspettare ancora un po’.

Alexander Payne – Downsizing

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Con Matt Damon, Kristen Wiig, Neil Patrick Harris, Christoph Walz, Alec Baldwin
Uscita nelle sale: 21 dicembre 2017

Alcuni scienziati hanno trovato il modo di rimpicciolire gli umani per ovviare ai problemi del sovrapopolamento del pianeta: da quella prospettiva, tutto dovrebbe valere di più e, di conseguenza, si dovrebbe sprecare di meno.

Pensiero senza averlo visto: Alexander Payne ha diretto molti film tra il carino e il molto godibile, tra cui A proposito di Schmidt, Sideways (Oscar per la miglior sceneggiatura), Paradiso Amaro (idem) e Nebraska. Mi fido di lui e mi fido di Matt Damon.


Guillermo Del Toro – The Shape of Water

Con Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Doug Jones, Octavia Spencer e Michael Stuhlbarg
Uscita nelle sale: 8 dicembre 2017

Anno 1963, l’impiegata muta di un laboratorio si innamora di un uomo-anfibio che viene tenuto prigioniero come parte di un esperimento segreto del governo degli Stati Uniti.

Pensiero senza averlo visto: Il labirinto del fauno è uno dei miei film preferiti e rivedo anche in questi pochi minuti di trailer le caratteristiche che amo dello stile personalissimo di questo regista fantasy.
E poi c’è Michael Shannon che sembra sempre lo stesso personaggio invasato di Boardwalk Empire: riuscirà qui a produrre un’espressione nuova?

George Clooney – Suburbicon

Con Matt Damon, Julianne Moore, Oscar Isaac e Josh Brolin
Uscita nelle sale: 14 dicembre 2017

Suburbicon è, appunto, un sobborgo degli Anni Cinquanta tranquillo e pacifico, ma una notte dei ladri irrompono nella casa del protagonista (Matt Damon) , che è il più preciso e imbacchettato di tutti, e la sua vita cambierà all’improvviso, e con lei anche tutte le dinamiche della città.

Pensiero senza averlo visto: dovunque vadano i fratelli Coen (che firmano la sceneggiatura), io li seguo con fiducia. E parliamo di Julianne Moore? Oltre a sognare di svegliarmi una mattina e diventare improvvisamente lei, ditemi se ha mai sbagliato un ruolo.

Paolo Virzì – Ella e John (The Leisure Seeker)

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Con Donald Sutherland e Helen Mirren
Data di uscita: 4 gennaio 2018

Marito e moglie decidono di sfuggire alle cure che li terrebbero lontani per gli ultimi anni della loro vita e di partire con il loro camper (The Leisure Seeker) per viaggiare da Boston fino alla California.

Pensiero senza averlo visto
: Altro regista che seguo ad occhi chiusi.
Se con La pazza gioia ho pianto tanto, signora mia, non so se sopravvivo a questo.
E per fortuna esistono altri registi oltre a Muccino e Sorrentino che riescono a uscire dall’Italia.

Darren Aronofsky – Mother!

Con Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Michelle Pfeiffer, Ed Harris
Data di uscita: 28 settembre 2017

Una coppia che si è da poco trasferita in una nuova casa viene disturbata da ospiti inattesi (da lei) e che hanno degli inquietanti legami con lui. Anche la casa reagirà.

Pensiero senza averlo visto: Non sono una fan di Aronosfky, ma di questo cast sì, e il trailer mi terrorizza e mi intriga. Speriamo solo non sia un altro Cigno Nero perché… meh.


Ritesh Batra – Our Souls at night

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Con Jane Fonda, Robert Redford
Data di uscita: 29 settembre 2017

Una coppia di vedovi che hanno vissuto come vicini di casa per tutta la vita decide di iniziare una relazione.

Pensiero senza averlo visto: Il film è tratto da un libro di Kenth Haruf, scrittore che ho amato la scorsa estate divorando il suo delicato e tristissimo “Benedizione”. Non so se rischiare di leggere prima Our Souls at Night per poter dire “comunque era meglio il libro”.

Altre cose sparse che avrei visto volentieri

AI WEIWEI – HUMAN FLOW

Il più controverso artista e attivista cinese vivente a Venezia presenta un film-documentario sui rifugiati realizzato sull’isola di Lesbo.

Pensiero senza averlo visto: Ho ammirato Ai Weiwei a Palazzo Strozzi a Firenze lo scorso dicembre, e la sua mostra “Libero” mi ha stregata per il suo linguaggio crudo, diretto e nello stesso tempo molto pop.

MICHELE PLACIDO, ANDREA MOLAIOLI, GIUSEPPE CAPOTONDI – SUBURRA. LA SERIE

Con Alessandro Borghi, Claudia Gerini, Filippo Nigro, Adamo Dionisi, Giacomo Ferrara, Francesco Acquaroli

La prima serie italiana di Netflix (sulla piattaforma dal 6 ottobre) è un prequel del film del 2015 di Stefano Sollima. Al Festival verranno proiettati in anteprima i primi due episodi.
Si parla di Roma, corruzione, intrecci tra politica, Chiesa, criminalità organizzata.

Pensiero senza averlo visto: Non ho mai visto Gomorra (LO SO), ma ho amato molto Romanzo Criminale (la serie): vediamo se anche qui riusciamo a portare a casa un prodotto di qualità come gli altri due, per i quali il complimento più sentito è stato “non sembra neanche italiano”.

Poi a Venezia sono meno pidocchiosi che a Cannes, quindi vedremo se riusciranno a non fischiare Suburra come sulla Croisette hanno fischiato Okja.

UPDATE
Pensiero dopo averlo visto:
Non so se ho visto Romanzo Criminale troppo tempo fa e il suo ricordo romantico ha fatto sparire tutti gli (inevitabili) difetti, ma Suburra non mi ha lasciato addosso la stessa carica.
Menzione speciale solo per i due giganteschi Alessandro Borghi e Giacomo Ferrara (Adriano e Spadino nella serie) che con la loro intensità tengono in piedi la baracca. Perché gli altri, diciamocelo, recitano davvero alla cazzo di cane.

JOHN LANDIS – MICHAEL JACKSON’S THRILLER 3D + il making of

Pensiero senza averlo visto: Qui è facile, bastano i nomi: John Landis e il video di Thriller. Che altro devo aggiungere?
A Venezia il regista di The Blues Brothers porta l’anteprima mondiale del video in 3D e il documentario del relativo dietro le quinte. Questo è forse l’unico che farò fatica a recuperare.

Ah, poi ci sarebbe anche Incontri ravvicinati del Terzo Tipo in versione restaurata… ma quella è un’altra storia.

Il dilemma dell’onnivoro

Okja è la produzione di Netflix che è stata presentata a Cannes e che ha scatenato le polemiche di cui avevo parlato qui.

La storia è quella di un’amicizia tra la piccola Mija, una ragazzina coreana, e Okja, super maiale creato in laboratorio da una multinazionale americana, la Mirando Corporation. Le due vivono con il nonno di Mija sulla cima di una montagna in un ambiente idilliaco e incontaminato.

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Per nascondere gli esperimenti fatti per creare quello che è il cibo del futuro e che risolverà il problema della fame nel mondo (ecologico e sostenibile perché sporca poco, mangia poco, e in più è buonissimo), l’azienda finge che questi super maiali siano stati trovati casualmente in natura, e li inviano a 26 piccoli allevatori in diverse parti del mondo, per farli crescere secondo i metodi tradizionali.

Amministratore delegato della Mirando è Lucy Mirando (Tylda Swinton), un robot travestito da Barbie, con un chiaro disturbo psichiatrico per il senso di inferiorità nei confronti della sorella, e che in questo progetto dei super maiali ripone tutte le sue speranze di riscatto.

okja

Passati dieci anni, uno di questi verrà premiato come il miglior super maiale del mondo, scelto appositamente dal veterinario superstar Johnny Wilcox (un Jake Gyllenhaal talmente fastidioso da essere perfetto).

Jake

Vincerà proprio Okja, che verrà strappata a un’inconsapevole Mija con la collaborazione del nonno corrotto. Questi, infatti, alla promessa di una lauta ricompensa, non si fa dire due volte che deve consegnare il super maiale, che lei considera parte della famiglia mentre lui solo un oggetto di scambio.

Contro la multinazionale, un gruppo di animalisti che vogliono smascherarne l’inganno, ma che non sono del tutto senza macchia e senza paura, capitanati da Jack, che ha la faccia paciosa di Paul Dano.

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Non ci sono dubbi che Okja sia un film animalista ed eco friendly.

Il super maiale è di fatto un cagnolone nel corpo di un ippopotamo, ed è studiato nei minimi dettagli per farci affezionare sin dal primo istante.

I protagonisti della multinazionale degli orrori non fanno nulla per suscitare la nostra simpatia, a partire dal veterinario Johnny Wilcox, star televisiva alcolizzata e in declino, il cui momento topico è la scena in cui, poco prima di prelevare brutalmente dei campioni di assaggio da Okja, piange disperato perché lui adora gli animali, ma anche perché non sarà lui a poterla assaggiare.

Le scene girate in laboratorio e quelle finali nel macello, anche se ci fanno intuire quasi tutto e niente è esplicito, sono crude e realistiche.

Ma il film, in realtà, non dà una risposta univoca e non si schiera in maniera incondizionata, e lascia grossi dubbi sui metodi e le convinzioni del gruppo di liberazione degli animali.

Questi si travestono da terroristi ma ci tengono ogni volta a precisare che non amano la violenza. Salvo che, al primo errore di uno di loro, Jack lo prende a cazzotti fino quasi a farlo svenire, perché i fondamenti dell’organizzazione sono sacri.

Il gruppo decide di sacrificare la povera Okja per permetterle di filmare di nascosto gli orrori del laboratorio, ma al costo di fare provare a lei stessa quegli orrori.

I buoni sono tutto tranne che degli eroi, anzi, sono più un gruppo amatoriale quasi completamente disorganizzato e talmente manichei che spesso si ricoprono di ridicolo.

Emblematico è il momento in cui uno di loro, che vuole ridurre al minimo il suo impatto ambientale e praticamente ha smesso di mangiare, quando è sul punto di svenire rifiuta persino un innocuo pomodorino, perché non sa come è stato coltivato.

In mezzo, le uniche veramente pure di tutta la storia sono la bambina e la sua migliore amica, che però appartengono a un mondo rurale e antico, una cultura del tutto diversa da quella occidentale, dove l’inglese non è arrivato, che è distante e faticosa da raggiungere, non solo per la differenza linguistica, ma anche fisicamente.

Insomma, il film sembra volerci dire che questo modello realmente rispettoso dell’ambiente e della vita, in cui l’alimentazione segue i ritmi della natura, non è replicabile nella nostra società, le cui esigenze sono eccessive per le risorse del nostro pianeta.

Il tema è delicatissimo e attuale e mi ha fatto vacillare in più momenti, e mi ha lasciata in pensiero anche nei giorni successivi. La scarsità di risorse, il sovrappopolamento, l’orrore degli allevamenti intensivi che Okja descrive in maniera surreale ma nello stesso tempo molto realistica, sono tematiche all’ordine del giorno e non possiamo permetterci di ignorarle, ma non è possibile nemmeno aderire alla causa ambientalista e animalista senza mai porci delle domande sui metodi e le reali conseguenza delle nostre azioni.

Nove profili Instagram per amanti del cinema

Quest’estate scrivevo così:

Non sono per niente una fan dell’estate. Lo sanno tutti quelli che mi conoscono: non ne ho mai fatto mistero, nonostante il disprezzo di quasi tutti quelli a cui lo confesso.

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Uno dei tanti motivi è perché i cinema si svuotano. Qualcuno recupera con le rassegne estive all’aperto, ma, colpa anche di una programmazione che declina di mese in mese verso l’abisso dell’inutilità, e nonostante l’aria condizionata, nelle sale cinematografiche frequentate sempre più di rado ci si ritrova in pochi a guardarsi come dei sopravvissuti a un’Apocalisse nucleare.

In attesa di ricominciare la mia amata abitudine di frequentare i cinema con assiduità, mi consolo in parte con Netflix i social network.

Adesso che, finalmente, le temperature hanno raggiunto i miei standard e ho ricominciato ad andare al cinema, continuo a usare i social network per tenermi aggiornata.

Il mio preferito del momento è Instagram, in cui i profili dedicati al cinema si sprecano. Non solo quelli delle star che raccontano abbondantemente gli affari loro, ma anche quelli più seri, gestiti da appassionati o professionisti che, se amate il cinema, non potete proprio perdere.

Si va da account generici che pubblicano foto di scene dei film e dietro le quinte, a quelli di fotografi che amano immortalare le star hollywoodiane o di addetti ai lavori.
Ce ne sono nove che mi piacciono particolarmente:

1. Cinema Magic

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Foto dai set, quiz, citazioni: c’è un po’ di tutto e io lo uso come ispirazione per segnarmi i film che non ho ancora visto o che vorrei rivedere.

2. The Academy

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L’archivio fotografico e storico de L’Academy è naturalmente vastissimo. L’account Instagram è molto curato e svela contenuti e retroscena di film ed eventi.
Naturalmente il momento migliore per seguirlo è nel periodo degli Oscar.

3. Color palette Cinema

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Ne avevo già parlato nel post su Wes Anderson, ma non pensate che in questo profilo (che propone almeno un film al giorno e alcuni sono molto ricercati) pubblichi solo ambienti pucciosi e color caramella: tutt’altro.

4. The Real Peter Lindbergh

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Il fotografo di moda tedesco regala alle star un’allure e una classe non da poco, e la scelta del bianco e nero li rende tutti elegantissimi (e fighissimi).

5. Emmanuel LubezkiSchermata 2017-07-12 alle 19.53.14Schermata 2017-07-12 alle 19.52.56Schermata 2017-07-12 alle 19.54.07Schermata 2017-07-12 alle 19.53.42
Lui, direttore della fotografia messicano che ha lavorato con Tim Burton, Alfonso Cuarón, Terrence Malick, Alejandro González Iñárritu, e si è portato a casa anche qualche Oscar, pubblica i suoi ritratti e paesaggi che, pur non c’entrando con il cinema in senso stretto, sono senza dubbio molto intensi e cinematografici.


E adesso è il momento degli account divertenti!

1. My Italy with Leo 

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Dopo aver recuperato vecchi ritagli di giornale e cartoline di Leonardo Di Caprio che collezionava da ragazzina, l’autrice, Beatrice Cassarini, ha iniziato a viaggiare con lui, portandosi Leo in giro per l’Italia.

2. Tickets plz

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Ogni biglietto del cinema racconta una storia, e questo account cerca di raccoglierne il più possibile, da ogni parte del mondo e di ogni epoca.

3. Pop culture in pictures

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Dissacrante, kitsch e pieno di ispirazioni per farsi un tatuaggio: Pop Culture in pictures non rende omaggio solo al cinema, ma a tutta la cultura pop, e lo fa in un modo del tutto originale.

4. Laura Izumikawa

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Prendete una mamma fotografa con una bimba bellissima e molto buona, da vestire di tutto punto per farle interpretare i tuoi personaggi preferiti, e avrete uno degli account Instagram più teneri del web.

 

Non siete ancora soddisfatti? Qui ne trovate altri sei.

Gadget fandom

Dell’essere fan

Tra dieci giorni ricomincia Game of Thrones.

Game of Thrones

Nel frattempo ho acquistato un librone di 600 pagine appena uscito per Minimum Fax e che sto studiando accuratamente (matita dietro l’orecchio, pronta a sottolineare i paesaggi più interessanti): Complex TV di Jason Mittell, con il quale voglio imparare i segreti dello storytelling delle serie tv degli anni Duemila per passare finalmente al livello successivo: scriverne una e vincere un Emmy.

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Nel saggio (di cui non vedo l’ora di parlare) viene data molta importanza a quelli che l’autore definisce paratesti di una serie tv, cioè tutto il contesto che fa da contorno alla serie al fuori dallo schermo, e che ne influenza il linguaggio e spesso gli sviluppi.
Uno di questi è rappresentato dal contributo delle community di fan.

Fandom:
Il termine fandom indica una sottocultura formata dalla comunità di appassionati (fan) che condividono un interesse comune in un qualche fenomeno culturale, come un hobby, un libro, una saga, un autore, un genere cinematografico o una moda.
Da Wikipedia.

Ho citato Game of Thrones perché è forse attualmente la serie con la fandom più attiva, sia all’interno dei forum e dei social, che delle pause caffè.
Non credo di aver mai sentito (né fatto) così tante congetture su una serie televisiva come su questa.

John Snow back from the death
In aggiunta, forse solo con Game of Thrones i fan “rispettano” una delle caratteristiche  con cui è nata la visione seriale, ma che ormai si sta perdendo man mano: mettersi in pari con le nuove puntate tutti nello stesso momento, e avere uno spazio di tempo tra una puntata e l’altra definito e uguale per tutti, in cui elaborare teorie, commentare e consolidare il rapporto con gli altri fan.

Adam Scott Ben Wyatt Parks and Recreations

Complici le piattaforme di streaming come Netflix, che ormai pubblicano nello stesso momento tutte le puntate di una stagione, ognuno guarda le serie tv con i suoi tempi e modi.
Chi la finisce per primo (normalmente quel qualcuno sono io) deve poi aspettare che lo raggiungano gli altri, che, da parte loro, devono stare sempre più attenti a evitare gli spoiler disseminati ovunque.

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Vi ricordate quand’era uscita per la prima volta negli Stati Uniti la prima stagione di House of Cards? 

All’epoca ne parlavano tutti perché tutte le puntate erano state trasmesse una dietro l’altra nel corso di una giornata intera. Ed era considerato un esperimento innovativo.

Kevin Spacey House of Cards

Il mio entusiasmo e la capacità di affezionarmi facilmente mi portano a fare parte più o meno attivamente di numerose fandom (oltre naturalmente a quella di Game of Thrones), e non solo di serie tv. La linea di confine che per me segna il prima e il dopo, l’essere dentro e fuori, è l’acquisto del gadget.
Quando sono arrivata al gadget, è la fine.

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Ecco le principali (di alcune ho già scritto qualcosa e trovate i link agli articoli):


I Beatles

The Beatles


Star Wars

Carrie Fisher Princess Leia

Harry Potter

Maggie Smith Harry Potter



F.R.I.E.N.D.S.

Courtney Cox Monica Geller

Gli X-Men e l’Universo Marvel

Hugh Jackman, Michael Fassbender, James McAvoy


Sherlock

Benedict Cumberbatch Sherlock

Breaking Bad

Brian Cranston as Heisenberg

The Rocky Horror Picture Show

Tim Curry as Frank-N-Further



Wes Anderson 

Moonrise Kingdom Wes Anderson


Mad Men

John Hamm as Don Draper

Non temete: troverò presto la scusa per parlare anche di quelle di cui non ho ancora raccontato nulla.

I miei dieci anni di magia

Il 26 giugno 1997 è uscito per la prima volta in Inghilterra il primo libro di una saga che avrebbe modificato per sempre l’immaginario e le fantasie di milioni di persone.

Hermione

Il mio primo ricordo di Harry Potter risale alle lunghe mattine al liceo, e al mio compagno di classe appassionato di Tolkien, che disegnava a mano e a memoria cartine geografiche di tutto il mondo.
A un certo punto aveva iniziato a leggere durante le ore di lezione, tenendo un libro sotto il banco che, da quello che avevo capito, era un altro fantasy. Ci diceva, con gli occhi rossi pieni di sonno e un entusiasmo febbrile, che passava le notti sveglio fino a tarda notte a leggere come un disperato.
Quel libro, ho scoperto anni dopo, era Harry Potter e la Pietra Filosofale, ma per me all’epoca non significava ancora nulla.

Albus Silente

La smania per i maghi di Hogwarts aveva iniziato a diffondersi tra i miei amici più inquieti, quelli che sognavano di essere altrove, fuggire in luoghi fantastici dove avrebbero potuto diventare chi volevano, quelli che non avevano ancora trovato una loro identità precisa.

Io, ingenuamente, pensavo di essere una persona completa, immune dai turbamenti adolescenziali e già troppo grande per leggere dei libri da bambini.

Piton, Ron, Harry

Il secondo ricordo che ho di Harry Potter sono io che, finalmente convinta a leggerne almeno uno, costringo la mia amica dell’epoca a uscire dal cinema a metà proiezione perché non avevo ancora finito il libro e non volevo sapere come andava a finire. Era appena uscito in Italia il film tratto proprio da “Harry Potter e la Pietra Filosofale”.

Ron Weasley

Il terzo ricordo è il librario della mia città che commenta con l’ennesima mamma che acquista i volumi della saga che quei libri lì non li ha neanche aperti, perché secondo lui non c’è da fidarsi di una che scrive tutto al computer e non a penna.

harry_potter

Il quarto ricordo è quello di un gruppo di amici volati a Londra appositamente per l’uscita dell’ultimo libro, che passano tutta la notte in coda davanti a una libreria per comprarlo in anteprima, e che poi lo finiscono in tempo di record, senza poter raccontare niente a tutti gli altri che aspettavano l’edizione in italiano.

Questo è quello che c’è stato prima. Poi è scoppiato l’amore.

Harry Potter

La folgorazione è arrivata quando ero già all’università e durante un’estate pigra ho deciso di riprendere in mano i pochi volumi che avevo acquistato, leggiucchiato e abbandonato nel corso degli anni.

Lì, ecco l’inaspettato, l’illuminazione, l’epifania, nella calura insopportabile dell’estate bolognese.
In quei mesi li ho letti tutti e sette d’un fiato, uno dietro l’altro, dimenticandomi degli esami da preparare, del caldo, di tutto.

Quidditch

A quella lettura bulimica ne sono seguite tante altre, a un certo punti sono arrivati anche i film, visti a casa, in differita rispetto alle uscite al cinema, anche quelli d’estate, anche quelli consumati fino a saperli a memoria.

Harry Potter lo amo perché mi ha insegnato molto.

Mi ha insegnato che essere diversi è una cosa di cui andare fieri e non una debolezza.

Hagrid

Che insieme è molto meglio che da soli.

Harry Potter and Hermione

Che bisogna fidarsi, e affidarsi a qualcuno di più esperto e saggio di te che potrebbe darti il consiglio giusto. Che bisogna imparare a farne tesoro e a riutilizzare quel consiglio secondo il tuo modo di essere.

Albus Silente

Che la creatività e la curiosità sono il motore di tutto.

Mappa del Malandrino

Che le paure si devono affrontare di petto e ognuno ha dentro di sé la forza necessaria a sconfiggerle. Che il coraggio è il fedele compagno della creatività e della curiosità.

Neville Paciock

Che anche il più insospettabile ha dentro di sé qualcosa di speciale e non bisogna mai giudicare nessuno al primo sguardo.

Severus Piton

Che rifugiarsi nelle proprie fantasie e nei propri sogni non è una cosa da bambini, ma è la forza che spinge ai grandi cambiamenti e alle grandi azioni.

Albus Silente, Severus Piton

Che la magia esiste, e ce n’è un po’ in ognuno di noi.

Harry Potter boccino Quidditch
Per queste e per altre decine di motivi continuo a rileggere i libri di Harry Potter, che mi accompagnano in ogni spostamento e sono sempre i primi ad essere imballati durante i traslochi. Quindi, all’inizio di questa nuova estate, faccio gli auguri un po’ anche a me e ai miei dieci anni d’amore.

Quando il cinema si appende alla parete

C’è chi i film li fa, chi i film li vede, e chi li comunica. Le locandine sono un mezzo che, se un tempo veniva curato come un’opera d’arte e adorato quasi quanto il film stesso, negli ultimi anni spesso viene trascurato.

In questo vuoto che si è creato capita che si infilino graphic designer e illustratori appassionati, che si divertono a rimaneggiare e a ricreare i poster dei loro film preferiti secondo il loro stile.

Un progetto recente in questa direzione è A Movie Poster a day del designer Pete Majarich, che ha sfidato se stesso lo scorso anno e ha ricreato 365 locandine alternative di film famosi, utilizzando un stile minimalista, a volte giocando solo con i font e altre con un unico elemento simbolico del film scelto.

Qui potete vedere il video riassuntivo di tutti i poster realizzati, ma se volete guardarveli con più calma, qui c’è il suo Tumbrl.


Alternative movie posters – Film art from the Underground
è, invece, un progetto di Matthew Chojnacki, scrittore e giornalista che non sopportava più di vedere come film di valore venissero rappresentati da locandine fredde e impersonali, in cui, il più delle volte, venivano solo rappresentati i volti patinati degli attori protagonisti.

Ha deciso allora di chiamare a raccolta cento graphic designer provenienti da tutto il mondo, che hanno reinterpretato, con tecniche diverse, la storia del cinema, realizzando delle locandine molto diverse l’una dall’altra. Da qui è nato un librone del 2013 con tutte le opere realizzate, a cui ha fatto seguito, tre anni dopo, il volume II, dedicato alle artiste femminili. Qui e qui li potete acquistare su Amazon.

 

Cinestesie è, invece, l’idea del regista e sceneggiatore Maurizio Temporin che ha giocato a mischiare registi e film e ad immaginare che cosa sarebbe successo se la stessa storia fosse stata raccontata da un altro.

Che film sarebbe stato The Shining se l’avesse girato Woody Allen, e Wes Anderson come avrebbe interpretato Non aprite quella porta, o Fellini Jurassic Park, o ancora, Hitchcock Mary Poppins?

Il progetto apre a numerose riflessioni sulla storia del cinema e del costume, su come la sensibilità di un unico regista ha saputo creare dei cult che, in mano a qualcun altro, non avrebbero portato alle stesse conseguenze sul costume e sui gusti del pubblico e, a cascata, su tanti altri film girati successivamente e che senza quei cult non sarebbero mai stati realizzati.

Un altro sforzo di immaginazione, sempre sull’onda del What If? e per certi versi simile a quello precedente, è stato fatto da Peter Stults, illustratore americano che in questo caso si è chiesto come sarebbero stati alcuni film moderni se fossero stati girati in un’altra epoca. Chi li avrebbe girati e quali attori avrebbe scelto?
Anche qui, curiosamente, The Shining viene girato da Woody Allen. I suoi poster sono particolarmente belli e li potete vedere qui.

Infine, un test per veri appassionati e nerd del cinema: le locandine “svuotate” di Madani Bendjellaj, direttore artistico francese che si è divertito a togliere tutti gli elementi principali, i personaggi e i titoli e lasciare solo parte dell’ambientazione.
Quante riuscite a riconoscerne di queste?


Qui trovate le risposte e tutte le altre locandine svuotate.
Se alcuni paesaggi si possono facilmente confondere, altri elementi sono talmente iconici che non servono didascalie per indovinare di che film si tratta, come una certa panchina su cui è impossibile non sappiate chi ci stava seduto.

 

Come in un film di Wes Anderson

Wes Anderson è forse il regista più virale dei nostri tempi: periodicamente, Facebook, Vimeo (più indie di Youtube), blog di design e di cultura pop pubblicano qualcosa ispirato ai suoi film, che sia un mash-up con qualche altro registra (Kubrick su tutti, soprattutto con l’inquietante mix The Shining- Grand Budapest Hotel), o un video che racconta qualche aspetto distintivo del suo cinema (lo slow motion, la simmetria delle inquadrature) o ancora un designer che, ispirato dal suo immaginario, ha creato poster, locandine, pupazzetti Lego dei suoi personaggi.

A un certo punto qualcuno ha fatto un triplo carpiato e ha creato il supercut di tutti i supercut fatti su Wes Anderson. Eccolo.

Qualcuno sostiene che in realtà il regista giri sempre lo stesso film, qualcun altro di sicuro si sarà ormai stufato delle sue atmosfere pastello e dei suoi personaggi stralunati e surreali, ma io no, io di lui non mi stanco mai.
Lo amo, lo super amo, lo amissimo, e mi piace tutto quello che è ispirato ai suoi film.

kdyea
Gli ambienti e le scenografie, oltre che la musica e la fotografia, rispondono a uno stile assolutamente peculiare e riconoscibile. Non sono iconici solo i suoi personaggi, ma anche le sue ambientazioni.
Per questo oggi divento interior designer per un giorno e vi presento la mia lista per provare a vivere come in un film di Wes Anderson.

snoop

Se vogliamo entrare nell’atmosfera, prima di tutto serve l’abbigliamento adatto. Sul sito Wes-Anderson si trovano oggetti di scena dei suoi film e soprattutto capi di abbigliamento di alcuni personaggi.

Alzando l’asticella potremmo rivolgerci a Lacoste, Prada, Fendi e Luis Vuitton, che hanno realizzato valigie e vestiti per i suoi film.

Una volta indossata la fascia da tennis o la tuta rossa di Adidas, possiamo iniziare ad arredare.

the-hills

Innanzitutto, scegliamo la palette di colori. Anderson ama il rosa cipria, il beige, l’azzurro pastello, le atmosfere Anni Settanta.
Facciamoci aiutare da questo tumblr per scegliere le più adatte.

palette
Qualche suggerimento per l’arredamento lo trovate, invece, in questo vademecum di Houzz.

La luce è fondamentale e le finestre devono essere al centro della scena.
Ebbene sì, c’è un supercut anche di quelle.

https://vimeo.com/191568026

Sugli scaffali poi dovremmo posizionare sicuramente qualche libro.
Alla collezione non può mancare Wes Anderson collection. Bad dads, raccolta di illustrazioni dedicate al regista e alle sue opere più famose, scelte e pubblicate dalla galleria Spoke Art di San Francisco tra quelle esposte ogni anno in una mostra dedicata.


Il rapporto con la letteratura è un tassello importante, e se volete vedere tutti i libri che compaiono nei suoi film… beh, che ve lo dico a fare.

Per fare davvero i fighi, poi, andate anche a fare un giro da Pollaz, un’artista del cucito di stanza a Verona che è famosa per le sue Pillow Faces, dei cuscini a forma di faccia di personaggi dei film, cantanti come David Bowie, registi come Woody Allen, artisti come Frida Kahlo (e se volete rifà anche voi!).
Da lei ci sono anche magliette e tazze e trovate alcuni personaggi di Wes Anderson, da Steve Zissou a Madame Céline Villeneuve Desgoffe und Taxis.


E, per finire, naturalmente, dobbiamo mettere un po’ di musica. Il giradischi lo trovate sempre nel sito Wes-Anderson.com, e potete comprare insieme anche i vinili, ma per la playlist perfetta potete affidarvi a Spotify.

Però, se tutto questo vi sembra troppo complicato e non avete voglia trasformare casa vostra in un set cinematografico, potreste accontentarvi di una di queste fedeli rappresentazioni in miniatura di questa illustratrice spagnola, da tenere sulla scrivania.

Adam Driver

Qualcuno da non doppiare

Ci sono dei casi in cui il doppiaggio in italiano non mi infastidisce più di tanto.
Francesco Pezzulli, ad esempio, per me è un tutt’uno con Leonardo Di Caprio, e così Francesco Pannofino e George Clooney, alla fine, sono una bella coppia.

Ci sono però delle volte in cui il doppiaggio mi fa letteralmente saltare i nervi: quando sostituiscono delle voci insostituibili, penalizzando la recitazione stessa dell’attore.
Una di queste voci è quella di Adam Driver.
Prima di iniziare a parlarne vorrei che si introducesse da solo:

Ecco, quello che penso di questo attore californiano è riassunto in questo stralcio di intervista. È uno buono, ma non troppo. È divertente, ma attenzione a farlo incazzare.

È anche un ex marine che ha scelto la carriera di attore perché era il lavoro che più gli ricordava la disciplina e la dedizione che aveva vissuto nell’esercito (a proposito di questo, ascoltatelo anche nel suo Ted Talk “My journey from Marine to actor“).

Quello che mi piace della sua recitazione è che in tutti i personaggi che interpreta è sempre presente questa ambivalenza, che mi costringe a non essere mai sicura se fidarmi o meno di lui e a chiedermi continuamente quando perderà le staffe e inizierà ad urlare, per poi tranquillizzarmi un attimo dopo con un solo cambio di espressione.

È un attore con una fisicità imponente: non solo per l’altezza, ma anche per il viso, che ha dei tratti quasi caricaturali. Uno con una faccia così rischiava tranquillamente di precipitare in una carriera di macchietta, da caratterista. Invece non è andata così.
Da una parte, sembrerebbe che lo mettano apposta dentro spazi troppo piccoli per lui, che riempie letteralmente con la sua imponenza, ma dall’altra lo salva il fatto di non essere goffo, di non dare mai l’idea di essere a disagio, ma una figura solida e centrata. Forse una conseguenza dell’addestramento militare?

Credo che, in generale, le sue parti migliori siano sempre accompagnate, il più delle volte in contrasto, a un personaggio femminile. I suoi personaggi fanno parte spesso e volentieri di una coppia che vive un contrasto.
Basti pensare a quante volte i registi che lo hanno diretto hanno indugiato nel riprenderlo steso a letto accanto a una donna, prima, durante o dopo un momento di crisi.

L’ho conosciuto grazie a Lena Dunham e al suo Adam in Girls, perfetto contraltare di lei, di tutte le sue manie ossessive e sbalzi di umore.
All’inizio della serie pensavo semplicemente che fosse uno stronzo. Poi sono arrivata a definirlo l’uomo perfetto. Poi, di nuovo, uno psicopatico da cui stare alla larga. E  così via, in attesa di darne definizione definitiva con il season finale.

Ormai abituata a identificarlo nel co protagonista di Hannah in Girls, un bel giorno vado al cinema per vedere il primo della nuova trilogia di una delle mie saghe preferite (sì, sto parlando di Star Wars) e a sorpresa succede questo.

E tutte le certezze che avevo prima su di lui si sono sgretolate contro il suo Kylo Ren, e con le certezze è crollata anche la mia capacità di definire una volta per tutte questo attore che sto scoprendo insieme a tanti grandi registi.

Ho cominciato a ricordare di averlo già visto in J. Edgar di Clint Eastwood e in Lincoln di Steven Spielberg, in Inside Llewyn Davis dei fratelli Coen, e in quel piccolo capolavoro che è Frances Ha di Noah Bambach.

E una sera mi sono ritrovata a soffrire insieme a lui e ad assorbirne tutto il dolore e la disperazione con il tragico Hungry Hearts di Saverio Costanzo: ancora una volta un letto, ancora una volta un appartamento troppo piccolo, ancora una volta la ricerca di un equilibrio con una compagna all’opposto di lui, anche fisicamente.
Uno scricciolo, di fronte al suo essere un gigante, che però si fa minuscolo di fronte al crescendo di follia di lei, nel tentativo disperato di salvare il figlio.

Per poi arrivare al delicatissimo Paterson di Jim Jarmusch (un altro letto, un’altra compagna non proprio giusta, un’altra casetta).
 Qui sono rimasta incollata allo schermo a contare e a ordinare tutti i piccoli dettagli della storia del suo autista-poeta, ripetitiva e senza apparenti conflitti, a scrutare ogni minimo cambio di espressione alla ricerca di una risposta (ammetto, verso la fine ho iniziato a percepire l’arrivo di una tragedia imminente, ma anche in questo caso è riuscito a spiazzarmi).

Vorrei concludere con l’ultimo film che ho visto prima di scrivere questo post, e a questo punto mi rivolgo direttamente a te, Martin Scorsese: di solito mi trovi piuttosto d’accordo sulla scelta dei tuoi attori principali. Ma con Silence (un film che, se volete saperlo, mi ha annoiata praticamente fino alla fine, e in cui mi sono risvegliata solo all’ultimo con la comparsa di Liam Neeson), fossi stata in te, avrei provato a invertire i ruoli.
Al posto di quel noioso di Andrew Garfield avrei messo proprio Driver, la cui intensità avrebbe forse dato più spessore a un personaggio così pieno di conflitti come il prete portoghese protagonista della vicenda, e non gli avrei lasciato la parte del secondo, che compare solo in un paio di scene.

Update. dicembre 2017
Se c’è qualcuno che si è letteralmente mangiato la scena in Star Wars: The Last Jedi è stato proprio lui: il suo Kylo Ren, complesso, sfaccettato e pieno di inquietudini, ha tenuto in piedi praticamente tutto il film. 

Non vi ho ancora convinti? Lasciatemi un ultimo video che testimonia la grandezza di questo attore, e poi ditemi se non avevo ragione.

Vorrei ma non posso

Ieri sera ho visto i David di Donatello, un po’ perché tifavo La pazza gioia in maniera sfegatata (e in questo mi è andata bene), un po’ perché Alessandro Cattelan  su Radio Deejay mi fa sempre ridere ed ero curiosa di vederlo alla prova al di fuori del formato radiofonico (e in questo mi è andata meno bene).
Per disperazione ho anche improvvisato una diretta Twitter.

Non voglio ripetere quello che avrete probabilmente già letto, cioè chi ha vinto, ma a freddo volevo fare alcune considerazioni sparse sulla serata:

– Il problema dei David è che sono i cugini un po’ sfigati degli Oscar, il problema di Cattelan è che voleva fare il Jimmy Fallon (o Kimmel, a scelta) italiano, ma non ha la stessa capacità di di far passare un copione imparato a memoria per una serie di battute assolutamente spontanee. Poi, forse, un’attenuante per Cattelan è stata il pubblico, che non rideva neanche per sbaglio: inizialmente la telecamera provava a inquadrare qualcuno alla fine delle sue battute, cogliendone solo enormi imbarazzi o sorrisi tirati, e quindi a un certo punto dalla regia hanno deciso di smetterla;

– lo sketch di apertura è stato un altro vorrei ma non posso, con Valerio Mastandrea che ha descritto, da narratore fuori campo, un finto trailer di un film italiano che avrebbe tutte le caratteristiche per vincere il David. 
Anche qui il tentativo è stato quello di copiare un certo tipo di comicità americana che ad esempio si vede negli Honest Trailers, ma senza il coraggio e la possibilità di spingersi così in là.
Tant’è che (solo per fare un esempio) quando racconta che il padre dei due protagonisti (Cattelan e Luca Argentero) deve per forza venire da un posto sperduto, questi dicono che si trova in Trentino Alto Adige, e non, che ne so, a Montescaglioso in provincia di Matera.
L’unica parte in cui ho sorriso è stata quella in cui Paola Cortellesi (nuova compagna della madre dei due) pronuncia la sua battuta a voce bassissima, nessuno capisce cosa dica, e lei spiega che sussurrare è fondamentale per un’attrice che vuole vincere il premio come miglior protagonista;

–  il momento in cui ho capito che il pubblico non ce la poteva proprio fare è stato quando Manuel Agnelli e Rodrigo D’Erasmo hanno proposto una (bella) cover di Across the Universe, mentre alle loro spalle venivano proiettate (esattamente come agli Oscar) le immagini di una serie di personalità del cinema e dell’arte morte nel corso dello scorso anno.
Non applaudiva proprio nessuno, e si sentiva, soprattutto, la differenza tra il silenzio di alcuni momenti e qualche timido battere di mani al passaggio dei personaggi più famosi.
L’unica consolazione rispetto agli Oscar è stata che in questo caso, almeno, non hanno scambiato nessuna foto con quella di qualcuno ancora vivo;

– d’accordo, siamo la terra che ha dato i natali a Mastroianni e alla Loren, a Sordi
e De Sica, ma siamo sicuri che l’unico film degli ultimi anni che può essere citato come capolavoro deve essere sempre e solo La Grande Bellezza?;

– sul tributo a Benigni soprassiedo per lo stesso motivo di cui sopra e perché ho approfittato del suo monologo per fare una telefonata. Ah, mi sono anche chiesta perché a lui non hanno dato il limite di 45 secondi per i ringraziamenti come a tutti gli altri.

In questa marea di delusioni ci sono però state anche delle cose che mi sono piaciute:

Gabriele Mainetti. Lui sì che è bello e bravo (se non l’avete ancora fatto, guardatevi il suo spettacolare Lo chiamavano Jeeg Robot). Il tweet più significativo che ho letto su di lui e la cui causa sposo al 100% è stato: “Gabriele Mainetti dirigimi la vita”;

Paolo Virzì, che ha chiamato Tornatore “Peppuccio”, ha ringraziato la compagna Micaela Ramazzotti dicendole “la tua Donatella ci ha fucilato al cuore”, facendomi venire la pelle d’oca, e quando il suo La pazza gioia ha vinto il David come miglior film, è stato capace (credo a memoria) di ricreare il momento esatto del premio Oscar assegnato per errore a La La Land, sostituendo Moonlight con Fiore;

– e per finire, Valeria Bruni Tedeschi: mentre ringraziava con le mani che le tremavano anche l’amica dell’asilo, pareva di vedere la sua Contessa Beatrice Morandini Valdirana (per non parlare della Ramazzotti che è stata la sua spalla perfetta). Ma non aggiungo altro e vi invito a rivedere il momento.


Off topic
: gli Oscar se la sognano l’eleganza delle attrici italiane. Le mie preferite sono state Valentina Lodovini in Schiaparelli e Kasia Smutniak in Giorgio Armani.