Janelle Monáe è l’amica che vorresti avere

Ho un problema di immedesimazione. Quando vedo un film, o guardo una serie tv, a volte anche quando leggo un libro, mi capita di sentire i personaggi talmente vicini che quasi entro a fare parte della storia.

Ho visto al cinema Il diritto di contare, che è prima di tutto l’ennesimo titolo tradotto male, e in questo caso che cerca anche di riproporre il doppio significato dell’originale Hidden Figures.
In inglese il termine figure significa sia aspetto, figura, nel senso di personalità, che cifra, numero, dato. In italiano ci hanno provato usando contare, come fare i calcoli e come avere un valore come persona. Mah.

È un film che, come in moltissimi stanno dicendo, dovrebbero vedere tutte le ragazze, non solo perché parla di riscatto al femminile, della possibilità di fare tutto quello che fanno gli uomini, e farlo anche meglio.
Ma secondo me va visto anche perché ci ricorda come funziona veramente l’amicizia tra donne. E tra donne veramente fighe, tipo Janelle Monáe.

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Non è facile vedere sullo schermo delle amicizie al femminile raccontate in maniera obiettiva, il rischio è sempre quello di eccedere in un senso o nell’altro.
Da una parte, quelle che le mie amiche saranno per sempre – siamo le migliori e non ci feriremo mai – staremo sempre insieme – siamo noi contro tutti (quello che tutte credevamo quando avevamo 15 anni, e che hanno generato il filone delle mostruosità à la Sex and the City) e quelle che, al contrario, le amicizie al femminile non sono mai sincere al 100%, anzi, l’invidia e la cattiveria guastano tutto (solo un nome: Mean Girls).

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È vero che l’importanza di Hidden Figures sta principalmente nel raccontare di come queste tre formidabili donne, per di più di colore, si siano fatte strada in un ambiente, quello della Nasa, dominato da uomini WASP, e aver dimostrato non solo di essere brave, ma di essere spesso più brave di loro.

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Ma quando sono uscita dal cinema mi è rimasta appiccicata addosso, oltre alla voglia di riprendere in mano un libro di matematica (durata il tempo di rientrare a casa) proprio la bella sensazione di aver visto raccontata un’amicizia al femminile di quelle vere, realistiche, di tre donne che non rinunciano ad essere se stesse per starsi vicine, e che si riassume perfettamente in quello che dice il personaggio della Monáe alla sua amica pronta per andare all’altare:
Sei più in carne [di quando ti sei sposata la prima volta] ma sei splendida“. Cosa c’è di più sincero, intimo e rischioso che dire a un’amica che è ingrassata, per di più il giorno del suo matrimonio? Solo un rapporto profondo e cristallino te lo può permettere. Ed è proprio questa forza che ha permesso alle tre protagoniste di andare avanti nonostante le difficoltà e di raggiungere i loro obiettivi.

Per questo dovremmo imparare tutte ad essere amiche come Janelle Monáe.
E magari fregarle anche qualche look.

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Logan, gli X-Men e la mia fissazione con i supereroi

Non lo faccio apposta, ma quando incontro qualcuno che mi dice che non ama i film con i supereroi, non riesco a non provare una forte delusione. Per me sono persone strane paragonabili solo a chi non ama la cioccolata: non vi sembra una cosa assurda?
Eppure.

Sono andata al cinema a vedere Logan. Ero praticamente certa che mi sarebbe piaciuto da quando ho visto per la prima volta il trailer e c’era questa. Poi ho capito che c’erano anche deserto, polvere, sofferenza, poteri che se ne vanno, giorni duri della droga. A quel punto sono capitolata.
Logan è un western in cui il supereroismo è solo un accidente. Anzi, è un vero e proprio problema, un ostacolo, un obbrobrio, una malattia da tenere sotto controllo con i farmaci. Una delle scene più soffocanti e quasi insopportabili del film è quella in cui Professor X, non riuscendo più a mantenere il controllo del suo potere (la mente di un novantenne è ormai un’arma di distruzione di massa) rischia di uccidere centinaia di persone in un hotel di Las Vegas. Quando riescono a fermarlo, la sua disperazione e l’orrore per quello che ha fatto sono quasi tangibili.

Questa ambivalenza c’è sempre stata in tutta la saga degli X-Men, perché il punto, qui, non è che da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Qui gli eroi combattono non solo contro i cattivi, ma anche contro se stessi: basta pensare al momento in cui Logan prova invano a sfilarsi gli artigli di adamantio, nel tentativo disperato di sopravvivere a un potere che ormai lo sta uccidendo.
Nessun X-Men vive la mutazione genetica come un dono, ma tutti si sentono dei freaks, non di certo migliori di quelli normali. Se lo fanno, di solito stanno dalla parte dei cattivi. E se sono cattivi, è perché è successo loro qualcosa che li ha resi così.
La saga degli X-Men è infusa di un’umanità e di una profondità che raramente si vede nei personaggi della Marvel. Gli eroi cupi di solito sono da un’altra parte, li produce la DC Comics. Logan è il definitivo punto di incontro: Wolverine diventa Batman.

Recentemente ho rivisto anche X-Men First Class, il film del 2011 in cui, in uno dei tanti salti temporali, si racconta la storia di come Magneto e Professor X sono diventati tali. I due sono ancora alleati, e il secondo sta aiutando il primo a imparare a controllare la sua forza. In un breve dialogo tra i due viene riassunto tutto il pensiero più profondo di questa saga:

Professor Charles Xavier: You know, I believe that true focus lies somewhere between rage and serenity. Would you mind if I…

Erik Lehnsherr: What did you just do to me?

[Both Erik and Charles cries]

Professor Charles Xavier: I accessed the brightest corner of your memory system. It’s a very beautiful memory, Erik. Thank you.

Erik Lehnsherr: I didn’t know I still had that.

Professor Charles Xavier: There is so much more to you than you know. Not just pain and anger. There is good, too. I felt it. When you can access all of that, you will possess a power no one can match. Not even me.

È per questo che credo che, in fondo, siamo tutti un po’ mutanti, ed è da qui che nasce il mio amore profondo per gli X-Men.

 

 

 

Back to basics

La prima volta che ho aperto un blog studiavo al liceo classico, usavo canzoni dei Radiohead per i titoli dei post e scrivevo quello che sarebbe diventato il primo della lista di una serie di libri incompleti che giacciono tutt’ora nel mio hard disk.

Con la caduta della piattaforma Splinder, sono dovuta migrare, ma portandomi dietro tutto quello che di adolescenziale avevo accumulato negli anni.
Oggi mi ritrovo a fare un terzo passaggio, questa volta ricomincio da zero e per la prima volta ho degli obiettivi ben precisi.
Non anticipo nulla per adesso, ché a essere scaramantici non si sbaglia mai.