Una serie sui punti di vista: The Affair

The Affair è una serie dell’emittente Showtime (quella di Homeland, per dirne una) che non ha suscitato molto scalpore, ma che mi sento di difendere perché non solo credo sia molto ben fatta, tutto sommato realistica pur essendo fiction, e poi perché racconta le vicende dei protagonisti con un meccanismo piuttosto originale.

Alison e Noah The Affair

Si parla di due coppie, Noah e Helen e Cole e Alison, che si conoscono durante una vacanza al mare dei primi due a Montauk, la cittadina dove vivono gli altri due. Noah ed Alison iniziano una relazione, che si rivelerà causa di risvolti psicologici, ossessioni, inquietudini e conseguenze disastrose, e arriverà a provocare dei danni gravi anche ad altri membri della comunità.

Tra parentesi: il personaggio di Cole è Joshua Jackson.
A prescindere dal fatto che quando era un pischello in Dawson’s Creek ho sempre preferito il suo Pacey a quel lesso di Dawson, oggi, con piglio del tutto professionale, posso affermare che è diventato un gran bono.

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Avevo già scritto qualche pensiero su questa serie in tempi non sospetti (cioè prima di aprire il blog). Un anno fa dicevo questo:

The Affair è una storia di tradimenti e bugie.
Ma è soprattutto una storia di punti di vista, di ricordi, di interpretazioni, e se nella prima stagione ci vuole qualche puntata per capirne il meccanismo (vicenda vista da lui, subito dopo la stessa cosa vista da lei), dalla seconda in poi l’occhio è allenato e incuriosito a cogliere le differenze.

Nella prima stagione Noah ed Allison sono le uniche due voci narranti, e le differenze sono soprattutto di tipo seduttivo: nel ricordo di lui, lei ha un tubino nero sexy e lo provoca per prima, nel ricordo di lei, invece, è lui il seduttore, mentre lei è molto più goffa.

Nella seconda stagione la visione si allarga e comprende anche gli altri due angoli del quadrato: Helen e Cole, e i punti di vista si raddoppiano.

Helen e Noah The Affair

Le differenze non solo più solamente delle sottigliezze (i capelli erano raccolti o sciolti? Chi è stato il primo a sorridere?) ma cambiano intere parti del racconto, spesso si contraddicono.
Ma il risultato è sempre lo stesso, si va avanti senza intoppi e le differenze tra un ricordo e l’altro, pure così marcate in alcune scene, non compromettono l’esito della serie.

C’è poi un altro aspetto: chi racconta è una docile vittima, mentre la sua controparte è sempre più felice, o più cattiva, o più forte. Chi racconta vorrebbe fare pace, ma si trova in balia delle decisioni dell’altro, che lo prevarica o lo riempie di bugie.

Alison e Cole The Affair

Aggiungo che nella terza stagione la situazione si complica ulteriormente con l’introduzione di un ulteriore punto di vista, che stavolta non svelo per non anticiparvi l’evoluzione della trama.

Ancora oggi questa serie mi porta a ragionare sui punti di vista, sull’angolazione dalla quale due persone vedono la stessa cosa, e su quanto nel ricordo ci si metta spesso nella posizione di avere ragione. E ribadisco un’altra cosa su cui avevo già riflettuto:

Se la somma di tutti i particolari dà sempre lo stesso risultato, allora quanto importanti sono quei piccoli dettagli che a noi sembrano fondamentali, e che gli altri si sono dimenticati?
È un tradimento ricordarsi quello che è successo in un modo diverso, anche completamente opposto, dall’altr? Oppure in fondo non è così importante per lo svolgimento delle nostre vite, che vanno avanti comunque?

Questa cosa mi ha fatto sorgere un sacco di dubbi sul motivo universale su cui litigano le coppie: ricordarsi gli anniversari.

 

Una vita sotto il palco.

Quest’anno mi sono tolta due grandi soddisfazioni musicali: prima il mio cuore ha palpitato per Ennio Morricone all’Arena di Verona, e qualche giorno fa ho soddisfatto la me adolescente con i Jamiroquai al Forum di Assago.

Dal concerto dell’altra sera ho avuto tanto di quello che mi aspettavo, ma anche qualcosa di più e qualcosa di meno. Ho avuto la serata di funky grintosissimo che mi aspettavo (praticamente come ascoltare il loro Greatest Hits), ho rivisto un pochino il ballerino dalle mosse inconfondibili, anche se bloccato e appesantito dall’età e dalle sfighe di salute che ha avuto negli ultimi mesi.
Ho amato il nuovo cappello-istrice luminoso (quello della copertina di Automation), la versione elettronica e moderna dei suoi inconfondibili copricapi di piume e cappelli vari con cui si è sempre coperto la testa.

Insomma, sono andata a dormire felice.

Ho conosciuto Jason Kay e i suoi quando ancora ero alle scuole medie, visti per la prima volta forse nel video di Deeper Underground, colonna sonora di Godzilla, che per gli anni Novanta era una cosa pazzesca e innovativa. Forse non ai livelli di Virtual Insanity, ma era questa roba qua e io all’epoca lo adoravo.

È passato qualche anno. Lui adesso ha una bambina, una discreta panza e forse ha davvero smesso di fare la rockstar viziosa. Io decisamente non vado più a scuola da un po’.

Il fatto che segua i Jamiroquai da quando ero così piccola, mi ha fatto venire voglia di misurare la mia vita in concerti, e ho provato a risalire al primo in assoluto.

Diciamo che ho iniziato presto e non ho mai smesso.
La musica che ho scelto di ascoltare dal vivo è cambiata insieme a me e alcuni live hanno segnato delle tappe importanti della mia vita.

9 luglio 1999, Viareggio: la data zero della mia vita di musica dal vivo. Per una ragazzina di 13 anni alla fine degli Anni Novanta quale poteva essere il battesimo?
Naturalmente, il tour dei Backstreet Boys. E come ogni fan che si rispetti, ho anche fatto l’appostamento sotto il loro hotel.
Sì, si sono anche affacciati dal balcone. No, non sono svenuta.

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Poi, i Lùnapop a Treviso nel 2000, con un Cesare Cremonini diciottenne (e quindi per me un vero adulto) al piano, i capelli fucsia e le bolle di sapone sparate su “Vorrei”.

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Da adolescente ho visto un sacco di volte i Subsonica, poi sono passata a Carmen Consoli, Cristina Donà e Caparezza, che ha fatto da colonna sonora ai primi anni dell’università.

Ma i live più importanti della mia vita adulta sono stati senza dubbio quelli di Paul McCartney, a Bologna e all’Arena di Verona nel 2011 e nel 2013. Non so neanche trovare le parole per descrivervi l’emozione. Lì sì, che il mio essere beatlemaniaca ha raggiunto il suo massimo.

Poi la grande scoperta di Jamie Lidell, uno che fino a un minuto prima di vederlo sul palco non avevo idea di chi fosse e che da quella sera del 2010 è diventato uno dei miei artisti di riferimento.

Un altro live da brividi è stato quello di John Grant, nel 2011, con la sua voce piena e commovente e una location incredibile.
Ero alla chiesa di Sant’Ambrogio, a Villanova di Castenaso, in provincia di Bologna. Il parroco del paese aveva contribuito a organizzare un mini festival, che mi ha permesso di conoscere un artista gigantesco.

Se poi devo decidere quale sia stato uno dei concerti più strani a cui ho assistito, direi quello di Soap&Skin, a Ferrara, nel 2012.
Era l’estate del terremoto in Emilia, e per questioni di sicurezza avevano spostato i live da Piazza Castello a Parco Massari. Lei matta completa, l’atmosfera onirica e surreale.

E poi quest’estate, Mac DeMarco, il mio primo concerto da sola.

Insomma, da quella sera di luglio del 1999 a Jamiroquai ne ho ascoltata, di musica dal vivo, ma dentro di me resto sempre la stessa ragazzina di 13 anni che continuerebbe a mettersi davanti all’hotel ad aspettare il musicista di turno. Per fortuna con un po’ di pudore in più.

 

 

 

 

 

 

 

Un menu a base di film e serie tv

Da film e serie tv al cibo: ecco una scorpacciata di titoli

 

Come sarebbe una cena con i migliori piatti veneti a tema cinema e tv? Il menu ve lo abbiamo preparato noi: dagli antipasti fino al dopo cena, ecco come abbinare ogni portata a un film o una serie tv.

Pronti a mettervi a tavola con noi?

STREET FOOD
Quella di “mangiare per strada” è ormai diventata una moda, che in Veneto affonda le sue radici nella tradizione culinaria della regione. Che cosa guardare se vi viene voglia di un’ottima frittura o di un succulento hamburger?

Film

Il Big Kahuna Burger di Quentin Tarantino è un hamburger ormai mitico, preparato nella catena di fast food di ispirazione hawaiana che compare in alcuni film del re dello splatter. Il più famoso è quello che Jules (Samuel L. Jackson) addenta in Pulp Fiction.
Talmente famoso che qualcuno ne ha anche copiato la ricetta.

Serie Tv
Quale fast food è più famoso di Los Pollo Hermanos di Breaking Bad? D’accordo, era solo una copertura per il proprietario Gus Fring per il riciclaggio di denaro, ma chi non avrebbe voluto assaggiare quelle succulente alette di pollo fritte?
Se invece preferite una bella frittura di pesce, potete farvi una maratona di Gomorra, dove la trovate in una delle scene simbolo della prima stagione, resa celebre anche dal gruppo comico napoletano The Jackal.


LA ZUCCA
La zucca è la regina dell’autunno, e su Sgaialand avete l’imbarazzo della scelta delle ricette che la vedono protagonista. Anche se Halloween è già passato, la zucca non può che farci venire in mente una delle feste più americane che ci siano.

Film

Il film migliore da rivedere in questo periodo dell’anno è The Nightmare Before Christmas, capolavoro di animazione dark di Tim Burton.
Il protagonista, Jack Skeletron, dal Paese di Halloween viene catapultato nel mondo reale e decide di sostituire Babbo Natale con effetti disastrosi, ed è un personaggio ormai mitico.
La sua Ballata delle Zucche è un classico di Halloween.

Serie Tv
La serie tv di cui i fan aspettavano la seconda stagione da più di un anno è Stranger Things, un cult per gli amanti del cinema e delle atmosfere degli Anni Ottanta.
Siamo nel 1984 e la città di Hawkins sembra essere uscita dalla minaccia del Sottosopra (una dimensione parallela e malefica del mondo reale, dove nella prima stagione era scomparso Will, uno dei ragazzini protagonisti). Ma a un anno dalla sparizione, ricominciano degli eventi inspiegabili, come una strana malattia che sta distruggendo tutte le zucche.

I PRIMI PIATTI DI PASTA 
Paola Da Re è una padovana emigrata a Los Angeles, dove ha aperto Pasta Sisters, catering d’eccellenza che propone primi piatti e pasta fresca, e fa impazzire anche le star. Come resistere a un piatto di carbonara fumante?

Film
In Big Night, film di Stanley Tucci del 1996, due cuochi italiani emigrati negli Stati Uniti hanno aperto un ristorante in un paesino sulla Costa Est, ma gli affari non vanno bene.
La grande serata del titolo è quella in cui sembra debba arrivare un famoso cantante italiano a cena da loro. Una divertente commedia degli equivoci da recuperare.

Serie Tv
Master of None è un serie tv in cui il genio della comicità Aziz Ansari (già visto in Parks and Recreations) racconta la generazione dei trentenni senza fare sconti a nessuno.
La seconda stagione è girata in gran parte in Italia, ed è un atto d’amore per il nostro Paese, la sua musica, il suo cinema, e la sua cucina (i protagonisti vanno anche a cena all’Osteria Francescana di Massimo Bottura).

L’articolo completo è su Sgaialand Magazine.

A normal heart

Non riguardo volentieri né i film né tantomeno le serie tv che ho già visto, a parte alcune illustri eccezioni (Sherlock e F.R.I.E.N.D.S. su tutti).
È perché ho l’ansia di non avere abbastanza tempo per vedere tutto quello che ho ancora in lista e mi sembra di perdere tempo.

Ma c’è un film che ho trovato adorabile dal primo momento e se lo danno in tv lo rivedo sempre volentieri. È “I ragazzi stanno bene”, il film che mi ha fatto scoprire Mark Ruffalo, che nel giro di un altro paio di pellicole è diventato uno dei miei attori preferiti.

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Sto scrivendo dopo aver visto il chiassoso e pesantissimo Thor Ragnarok, da cui sono uscita confusa e stordita.

Qualcuno conosce già la mia passione per i film Marvel, quindi mi sentivo quasi in dovere di vedere anche questo. 
Questo non mi è piaciuto, mi è sembrata un’accozzaglia di cose confusionarie messe insieme solo per stupire e per esaurire il budget.

Ho aspettato per tutto il film il momento in cui sarebbe comparso il Bruce Banner di Ruffalo, ma è stata una grossa delusione: lo hanno fatto diventare un cretino, impaurito e sbeffeggiato perché non ha nient’altro da offrire alla causa di Thor che sette dottorati del tutto inutili.

Perché mi avete fatto questo?

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Ho sempre pensato che il povero Mark, nel suo essere per niente cool, per niente maudit, fosse un attore sottovalutato da Hollywood.
Eppure, è scrupoloso e di grande talento, tanto da aver dato al suo Hulk (almeno fino a questo schifo di Ragnarok) un’umanità e una profondità tale da averlo reso il più interessante di tutti i supereroi del gruppo, in mezzo a quella giravolta di bicipiti e armature e figaggine sparsa.

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È bravo, ragazzi, è davvero bravo. Dategli qualsiasi ruolo e lui si darà al pubblico con generosità.

Oltre alla saga degli Avengers, riguardatelo in Zodiac, in Shutter Island, in Now You See Me (che è un filmetto senza arte né parte, ma Ruffalo riesce a creare un personaggio oscuro e inaspettato che vale la pena vedere), in Foxcatcher, nel commovente The Normal Heart, ma soprattutto, nel bellissimo Spotlight. Questi sono solo i miei preferiti, ma la sua filmografia è vastissima, nonostante sia quasi sempre tenuto all’ombra di altri più famosi di lui.

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Ogni anno io mi chiedo perché quest’uomo non abbia ancora ricevuto un Oscar. Perché non riescono a farlo uscire definitivamente da questi personaggi spalla e a dargliene uno in primo piano? Perché non riescono a proporgli un ruolo importante e la fama che si meriterebbe?

Qualcuno gli regali una seconda vita, in fondo non sarebbe il primo: pensate a cosa è successo a J.K. Simmons, che è diventato famoso solo a 60 anni dopo il successo di Whiplash.

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Vi do anche un consiglio che rallegrerà le vostre giornate: seguitelo sul suo profilo Instagram. È tutto il contrario del figone hollywoodiano.
È un papà tenerissimo e ha letteralmente una cotta adolescenziale per la moglie. È molto attivo e schierato a favore di numerose campagne sociali, per cui scende in piazza un giorno sì e l’altro pure.

Ha anche combinato un casino alla prima di Thor Ragnarok, dove si è messo a fare delle stories su Instagram, dimenticandosi però di spegnerle quando è partito il film, e ha fatto sentire in anteprima mondiale i primi dieci minuti del film. Insomma, una figura di merda che avrebbe potuto fare chiunque di noi.

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Ed è questo suo essere così assurdamente normale che mi piace di Ruffalo e che mi fa venire voglia di andarmi a bere una birra con lui e farci due chiacchiere.

Mentre attendo che qualche produttore colga il mio appello e lo scritturi per il ruolo che lo farà vincere l’Oscar, mi consolo sapendo che qualcun altro lo ama come lo amo io e ha fatto questa classifica delle volte in cui Mark Ruffalo è stato troppo adorabile per essere di questo mondo.

Adotta un proiettore

Adotta un proiettore è una campagna di crowdfunding per il Circolo cinematografico di Oderzo (TV), e mi è piaciuta da subito perché per me vedere i film nelle piccole sale acquista un fascino in più, e farei di tutto perché non sparissero.

Qui, uno stralcio dell’intervista che ho fatto al Presidente del circolo.

Adotta un proiettore: la campagna di crowdfunding del circolo Enrico Pizzuti di Oderzo

Adottare” è un verbo che evoca subito parole come affetto, prendersi cura. Ed è proprio con affetto che Paolo Pizzuti, presidente del circolo cinematografico Enrico Pizzuti di Oderzo, ci parla della campagna Adotta un proiettore, messa in piedi per acquistare e montare un nuovo proiettore per la sala del Cinema Turroni che ospita il circolo.
Adotta un proiettore nasce da un’esigenza emersa nel 2015, dopo un importante restauro che ha coinvolto il cinema.

Il rientro in sala dopo il restauro nel 2015 ci ha riservato una bella sorpresa: la stanzetta di proiezione (e quindi il suo proiettore) non c’erano più, relegando il loro ruolo a un piccolo proiettore a soffitto. Il restauro ha allontanato il locale da un’identità prevalentemente cinematografica rendendolo perlopiù una sala polivalente.
La decisione presa in fase di restauro di non passare al digitale, adottando un video proiettore a soffitto, ci vincolato nella scelta dei titoli proposti nelle nostre rassegne: non avendo a disposizione una tecnologia DCP non ci è possibile scegliere i film in uscita, e il campo si restringe a quelli già disponibili in formato DVD o Blu-ray, pertanto cerchiamo di selezionare quelle pellicole che nel cinema comunale di Oderzo non sono mai passate.
Tornando al proiettore, quello attualmente in dotazione è un video proiettore per presentazioni, inadeguato alla fruizione cinematografica: restituisce un’immagine di scarsa luminosità, con un basso contrasto e una scarsa definizione e non ci permette di proiettare film in full HD.

Ed è allora che è nata l’idea del crowdfunding.
La campagna consiste nel coinvolgere più persone possibile a sposare la nostra causa tramite una donazione di qualsiasi importo. Con il sistema del Crowdfunding abbiamo stabilito una cifra (8000 € – che andranno a coprire anche le spese di montaggio) e una data di scadenza (il 30 novembre 2017): se entro questa data non avremo raggiunto l’obiettivo tutte le somme donate verranno restituite ai rispettivi donatori. Promuovere una raccolta fondi come questa ha una doppia funzione, in quanto ci aiuta anche a pubblicizzare l’attività del circolo e a farci conoscere nel territorio.

E proprio delle attività e del rapporto con il territorio del circolo Enrico Pizzuti che abbiamo chiacchierato con Paolo Pizzuti. “Il circolo nasce nel settembre del 1995 con il nome Circolo di cultura cinematografica Pietro Dal Monaco, in onore del vecchio proiezionista; viene formalizzata l’attività di un gruppo di volontari che nei 10 anni precedenti proponeva rassegne d’autore al cinema Turroni di Oderzo. Il circolo è iscritto all’associazione nazionale circoli cinematografici italiani (ANCCI) e conta una media di 200-250 soci iscritti all’anno.
Il consiglio direttivo del circolo cinematografico è attualmente composto da 8 persone accomunate da una grande passione e cultura cinematografica.
Dagli anni Novanta l’attività è andata fino alla chiusura per il restauro del 2007. Da qui ci siamo spostati di anno in anno in luoghi diversi per dare continuità alla proposta culturale, fino a quando la Parrocchia di Oderzo (proprietaria della sala) propone di ritornare all’interno del cinema. Per l’occasione abbiamo cambiato la denominazione del circolo, che ha preso il nome di Enrico Pizzuti, il suo presidente, scomparso nel 2014.
A settembre 2015 il circolo ha aperto ufficialmente la sua nuova stagione con l’evento Torniamo in circolo, una serata di musica, cinema e letture. Da quel momento l’associazione ha abbinato al cinema anche altre proposte culturali, dall’organizzazione di eventi speciali a numerose collaborazioni esterne.

Quali attività proponete?
Nel corso dell’anno presentiamo rassegne d’autore con presentazione e dibattito finale, quando è possibile invitiamo registi o attori. Dal 2015 abbiamo inserito proposte culturali diverse dal cinema, con un’attenzione particolare alla musica: serate di lettura scenica e musica, spezzoni di film con accompagnamento musicale d’orchestra, concerti all’aperto nei giardini del cinema.
Abbiamo creato un festival estivo dal titolo Fuori dal cinema: il nome ha un doppio significato, poiché l’evento si svolge all’aperto nel giardino a lato della sala e non riguarda direttamente il cinema. Dopo il grande successo della prima edizione del 2016, abbiamo replicato con la seconda edizione del 2017, che si è rivelata altrettanto soddisfacente in termini di presenze.
È possibile partecipare a tutte le nostre iniziative sottoscrivendo una tessera annuale al costo di 20 € che dà diritto di ingresso a tutti gli eventi senza ulteriori costi.

Qual è il vostro spettatore-tipo?
Il nostro pubblico è molto vario, dai veri amanti del cinema, ai curiosi che poi si appassionano entrando in un luogo che non è semplicemente un salotto, ma un punto di incontro e di scambio di opinioni. Abbiamo conservato un buon numero di soci trentennali guadagnando un nuovo pubblico – anche giovane – che negli ultimi due anni segue con regolarità le nostre proposte.

Qual è il vostro rapporto con il territorio e la città di Oderzo?
Da quando il circolo Enrico Pizzuti ha riaperto nel 2015 abbiamo stretto diverse collaborazioni con realtà del territorio, come associazioni giovanili e di volontariato, fondazioni culturali, biblioteche, festival locali. L’obiettivo è quello di tenere viva la rete culturale della città stabilendo relazioni virtuose.

Uno dei problemi che da anni affliggono le piccole realtà come il cinema Turroni di Oderzo è il confronto con i multisala e con le nuove forme di cinema casalingo dei servizi di streaming, che portano sempre meno persone al cinema. Abbiamo chiesto a Paolo Pizzuti se anche il loro circolo soffre di questa concorrenza.
Non ci poniamo il problema, poiché il nostro ambiente non è solamente un cinema, ma un luogo in cui si compie un rito, in cui ci si sente a casa e si ritrovano volti familiari. È vero, molte delle nostre proposte sono già disponibili in formato DVD, ma quello che offriamo noi è il valore aggiunto della cultura cinematografica che dà il cineforum. Siamo consapevoli che è una proposta di nicchia, ma incontrare ogni settimana un pubblico nutrito ed entusiasta non può che incentivarci ad andare avanti.

Quali sono le prossime attività e rassegne che avete in programma?
Il 21 ottobre apriremo la stagione con una serata inaugurale dove un’ensemble multietnica farà da colonna sonora a una serie di spezzoni di film a tema.
Il 27 ottobre avrà inizio la rassegna autunnale Cose di questo mondo, una serie di film le cui trame sono accomunate dall’assurdità e imprevedibilità della vita e e degli individui coinvolti.
L’anno prossimo, dedicheremo il mese di febbraio a quattro eventi speciali, anche questi in fase di organizzazione, mentre marzo e aprile saranno dedicati alla seconda rassegna, di nuovo composta da sei film.
Visto il successo dello scorso anno riproporremo il corso di linguaggio cinematografico Effetto cinema, che l’anno scorso ha visto la partecipazione di ben 30 iscritti.
La stagione poi si chiuderà a giugno e luglio con la terza edizione di Fuori dal cinema per la quale abbiamo già qualche idea.

E, visto che i membri del circolo Enrico Pizzuti sono stati alla Mostra del Cinema di Venezia, abbiamo salutato Paolo Pizzuti chiedendogli quali film della nuova stagione valga la pena di vedere.
Andiamo alla Biennale cinema di Venezia ogni anno, è un appuntamento imprescindibile per noi. Tra i film visti recentemente ci sentiamo di consigliare l’ultimo film di Andrea Segre “L’ordine delle cose”, che abbiamo messo in rassegna il 3 novembre e “Tutto quello che vuoi” di Francesco Bruni, due opere italiane che nelle sale hanno lasciato il segno.
La nostra rassegna del 27 ottobre sarà aperta dal film belga “Kings of the Belgians”, presentato alla Biennale Cinema 2016, un’opera divertente e intelligente che ha riscosso un ottimo successo a Venezia, ma è stata poco considerata dalle sale italiane.

Per contribuire alla campagna Adotta un proiettore è possibile fare una donazione con carta di credito tramite PayPal o con bonifico bancario direttamente sul conto del circolo (IBAN IT10W0890461860014000003027). Tutte le informazioni si possono trovare nell’area dedicata del sito del circolo.

Stranger Things Upside Down

Pronti a tornare nel Sottosopra?

La scorsa estate sono successe due cose. Una è già tristemente terminata, l’altra sta tenendo tutti in agitazione per il suo attesissimo seguito.
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La prima era The Get Down, cancellata dopo solo una stagione, a causa dei costi esorbitanti e dello scarso appeal sul pubblico. Io per non sbagliare continuo ad ascoltare la colonna sonora. Ma di serie cancellate prima ancora che me ne rendessi conto ho già parlato un bel po’.

Il secondo fenomeno del 2016 è stata Stranger Things, che da omaggio affettuoso agli Anni Ottanta è diventata un fenomeno e un cult che ha superato ogni aspettativa.
A Halloween tutti vogliono essere Eleven.


E proprio a Halloween uscirà la seconda stagione, anticipata mesi fa dalle prime immagini dal set che erano un nuovo esplicito omaggio ai film degli Anni Ottanta.

Stranger Thinks kids in Ghostbusters costumes

Anche con Stranger Things, tutto quello che fa da contorno alla serie, dai gadget all’attività promozionale, diventa quasi più importante delle puntate stesse. Ci permette di non dimenticarla, di tenere alte le aspettative e di continuare a parlarne. Game of Thrones è maestra in questo, ma Stranger Things nel suo piccolo non è da meno.

Qualche settimane fa sono uscite delle finte locandine (o meglio, delle meta-locandine) in cui i protagonisti sono stati ritratti come i poster dei più famosi film horror del passato. Chiaramente le vorrei tutte, perché, si sa, il gadget è il mio punto di non ritorno.


E venerdì 13 ottobre (quando, sennò?) è uscito il trailer finale della seconda stagione, che io non ho visto perché ho paura mi rovini la sorpresa, ma lo lascio qui per i meno sensibili agli spoiler.

Ma il vero fenomeno di questa serie sono i suoi giovani protagonisti.
Hanno fatto una quantità di servizi fotografici promozionali uno più bello dell’altro: se avessi dodici anni avrei i loro poster in camera, altroché boyband.


Non per nulla se la sono spassata anche con Nicolas Ghesquière, il direttore creativo di Luis Vuitton, che durante una sfilata ha anche usato uno dei finti poster su una t-shirt.

La maglietta fa schifo, ma il messaggio è chiaro: il Sottosopra va con tutto.

Luis Vuitton Stranger Things Tee

Nicolas Ghesquière and Stranger Things kids
I miei preferiti, comunque, sono questi tre.

Gaten Matarazzo. Che dire di lui? È un caratterista nato e ha un nome che lo porterà lontano (ti prego, Gaten, non usare mai uno pseudonimo).

Gaten Matarazzo

Il suo personaggio è stato anche oggetto di un’operazione di marketing in cui tanti Dustin in bicicletta hanno invaso New York per accompagnarei fan in risciò al Comic-On.

E guardate il suo riassunto in 7 minuti della prima stagione. Quanti cuori.

Poi c’è Finn Wolfhard, che è anche nel cast del remake di IT, uscito nella sale in questi giorni, e che ha una faccia facciosa alla Charlie Brown che per me è adorabile.

E, per ultima, la vera star, Milly Bobby Brown, che oltre a essere una giovane Natalie Portman, ad avere uno stile che LEVATEVE TUTTI, canta, balla e recita come un’attrice navigata.


Ah, è in arrivo anche il Monopoly della serie.
Cosa c’è di più Anni Ottanta di un board game?

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Aspettando Blade Runner 2049

Quand’ero piccola la Disney faceva uscire un film all’anno durante le feste di Natale, ed ero forse più emozionata per quello che per i pacchetti che avrei trovato sotto l’albero.

Negli ultimi anni il mio regalo di Natale è diventato il nuovo episodio di Star Wars, ma quest’anno c’è un’uscita che lo ha superato nel mio cuore per livello di agitazione adolescenziale: Blade Runner 2049.

Nel momento in cui scrivo mancano poche ore prima che io vada a vederlo al cinema, immaginatevi come sto.

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Sono una fan di Blade Runner piuttosto recente  ma perdutamente innamorata.
Il che non è strano, visto che il fantastico e la fantascienza, da qualunque angolazione li prenda, mi hanno sempre appassionata.
Ne ho parlato diverse volte anche qui (di mostre che ho visto, serie tv del mio cuore, storie di maghi).

Di Blade Runner sono indimenticabili le atmosfere cupe, il futuro senza speranza su cui piove senza sosta, i temi filosofici e il grande interrogativo finale a cui non è mai stata data una risposta univoca.

Ma la vera una cosa che mi fa impazzire di questo film è la presenza di Harrison Ford. Se mi dicessero che posso scegliere un unico attore da incontrare una volta nella vita, vi direi lui.

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Diciamoci la verità: in pochi possono dire di essere stati in una sola vita Han Solo, Indiana Jones e Rick Deckard.

E come fare a non perdere la tramontana dietro a quei tre?
Sono i classici tipi che ti fanno incazzare tanto quanto ti fanno girare la testa.

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Siccome mi sono convinta che dietro alla creazione di personaggi del genere deve esserci una personalità altrettanto unica, ne ho cercato le prove. E sì, ho avuto la conferma di che razza di canaglia è ancora quest’uomo.

Così posso mostrarlo anche a voi, celebrando il ritorno di Deckard con alcune interviste sue e di Ryan Gosling per promuovere Balde Runner 2049 in cui si capisce che non è per niente facile avere a che fare con lui.

Il povero Ryan vi dice com’è lavorare con lui.

Un altro attestato di stima.

Poi, all’improvviso, nasce la bromance.

Gosling è chiaramente innamorato di lui.

E ha tutte le ragioni per esserlo.

The Handmaid’s Tale e l’importanza delle parole

Ho finalmente preso coraggio: ho visto The Handmaid’s Tale. E a dirla tutta l’ho anche finito in meno di una settimana.
Sono stata bloccata per mesi perché il tema mi sembrava talmente forte che credevo di non essere in grado di affrontarlo. Non ho problemi con i drammi o i film violenti (amo Tarantino, fate voi) ma qui la faccenda è più complicata.

Poi ci sono stati gli otto Emmy e la consacrazione definitiva a una delle serie migliori degli ultimi tempi e la curiosità ha superato la paura.

Arrivata alla fine, confermo entrambe le cose: è una serie molto dura, anzi, durissima, e allo stesso tempo molto bella.
Penso che la vicenda della serie tratta dal libro di Margaret Atwood sia nota a tutti, per il riassunto eccellente come al solito mi affido a Serial Minds.

(…) il contesto è quello di un presente distopico, in cui inquinamento e radiazioni hanno reso sterili gran parte delle donne. Uno sconvolgimento radicale, che rischia di portare all’estinzione della razza umana (…) il governo degli Stati Uniti è stato rovesciato dagli appartenenti a un culto che rivendica una lettura letterale dell’antico testamento e che si prefigge un ritorno alle origini per salvare l’umanità. Questo ritorno alle origini comporta una totale sottomissione delle donne fertili, che vengono rese schiave dei maschi alfa della popolazione e costrette ad avere con loro rapporti sessuali per rimanere incinte. Sono le handmaids del titolo, tradotte in italiano come ancelle(…)
Vederla da donna è come beccarsi un pugno nello stomaco (e non immagino da madre), ed Elizabeth Moss (la Peggy Olson di Mad Men) è talmente brava che arrivi a sentirti dentro di lei.

Aiutano molto la voce fuori campo che ci fa entrare nei suoi pensieri, i primissimi piani sul viso stravolto dal dolore e dal terrore, per non parlare della fotografia, la regia, le performance di tutti gli altri attori, tranne Joseph Fiennes che fa schifo sempre (bravissime Samira Wiley, ex Poussey di Orange is the new Black e Alexis Bledel, Rory di Una mamma per amica), che ti sbattono dentro la storia senza nessun filtro.

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La degenerazione autoritaria inventata dall’autrice è così spaventosa perché il germe di quello che è descritto lì è già insito nella nostra cultura.

Non parlo dell’America di Trump né dei regimi islamici a cui è stata paragonata, anche qui tante altre penne più autorevoli di me hanno già discusso delle somiglianze.

Sto parlando di qualcosa di meno evidente ma che serpeggia nel nostro quotidiano.

Facendo le debite proporzioni, non è che The Handmaid’s Tale ci spaventa così tanto, come, per altre cose, spaventa Black Mirror, perché ci sembra qualcosa che dall’oggi al domani potrebbe capitare anche a noi (ed è già la vita quotidiana delle donne in molti Paesi del mondo)?

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Per me parte sempre tutto dalle piccole cose. I piccoli gesti, le virgole, il tono di voce: sono loro che fanno la differenza. Sono il punto di partenza da cui poi potrebbe partire la degenerazione.

Per il lavoro che faccio so quanto un testo ben scritto sia il risultato di un fine lavoro artigianale, e non è mai la prima cosa che ti viene in mente. Perché un testo va lasciato risposare un po’ e ripreso in mano più volte, per vederlo con occhi diversi, snidare le magagne e renderlo scorrevole, chiaro.

Se una cosa piccola come una virgola può cambiare il significato intero di una frase, che forza incredibile può avere una frase intera?

Purtroppo mi sembra che in molti se lo stiano dimenticando, sia quando scrivono che, soprattutto, quando parlano.

Vi faccio qualche esempio.

Un po’ di tempo fa è uscito questo video sulla forza e l’importanza delle parole, nel senso proprio dei termini scelti per descrivere le donne.

 

E poi. Qualche giorno fa mi è stato detto: “femmine, tu provi a spiegarglielo dove sta la destra ma non lo riescono proprio a capire”. Era una frase completamente fuori contesto, che in un soffio aveva fatto due delle cose che detesto di più: generalizzare e categorizzare.

O ancora. Magari vi è capitato sul lavoro (o in qualsiasi altro posto, tipo il carrozziere) di avere a che fare con qualcuno che vi trattava con sufficienza e che ha cambiato completamente atteggiamento quando si è rivolto a un uomo.

Oppure di provare a parlare tranquillamente di sesso e sessualità ma venir bollata per sempre come la fissata, la pervertita, una di cui ridere, ma a te proprio non veniva da ridere e la volta successiva hai preferito startene zitta.

Beh, a me queste cose sono successe. Sono sciocchezze, direte, rispetto a violenze psicologiche e fisiche ben più gravi. Ma siamo sicuri che sia giusto ridere di questi atteggiamenti, invece di dar loro un peso diverso? Siamo sicuri che non sia da queste parole, da questi gesti che dovremmo ripartire per porre le basi di un vero rispetto?

Io vorrei sentirmi libera di esprimermi, nei limiti di quello che voglio condividere e con chi voglio condividerlo, senza che qualcuno mi dica che donna dovrei essere.

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Perché è partendo da un’affermazione innocente, come dire a una donna che è una pervertita, che poi si arriva a giustificare cose più gravi (era lei che non doveva mettersi la minigonna).

Ed è per questo che un universo degenerato come quello di The Handmaid’s Tale non è poi così impensabile.

Dimmi dove vai e ti dirò quale film e serie guardare

Ho raccolto alcuni luoghi raccontati nel magazine di Sgaialand e ho abbinato un film e una serie tv sulla base del tema del viaggio.
Ecco un estratto del pezzo.

La Terra delle Meraviglie offre scorci inaspettati e sorprese incantevoli per tutti i gusti e le passioni. Volete sapere quali sono le serie tv e i film perfetti per voi sulla base dei vostri luoghi preferiti? Scoprite quale film e serie guardare!

Dimmi dove vai e ti dirò chi sei…”: quante volte abbiamo letto questo invito su giornali e siti web, che ci prometteva di raccontarci qualcosa in più su di noi sulla base dei nostri ultimi viaggi?

Ebbene, Sgaialand Magazine fa molto di più: diteci quali sono i vostri luoghi preferiti della Terra delle Meraviglie e vi suggeriremo quali film e serie guardare.
Pronti a partire per il vostro prossimo viaggio?

1. Il Vittoriale degli Italiani
La maestosa villa che fu di Gabriele D’annunzio, sulla sponda bresciana del Lago di Garda, sarebbe perfetta come set per una storia fantasy, o addirittura un horror.

Film: Crimson Peak di Guillermo del Toro, 2015, con Mia Wasikowska, Jessica Chastain, Tom Hiddleston e Charlie Hunnam.

Siamo nell’Inghilterra del Diciannovesimo Secolo.
Il regista messicano, genio del genere fantasy, ci porta in una casa degli orrori, gotica e fatiscente, in cui la protagonista (Mia Wasikowska), aspirante scrittrice tormentata dalla morte della madre, si troverà intrappolata, succube dei suoi stessi fantasmi e del misterioso marito (Hiddleston).

Serie tv: Una serie di Sfortunati Eventi, 2017 (prima stagione, rinnovata, su Netflix), con Neil Patrick Harris, Patrick Warburton, Malina Weissman e Louis Hynes.

Tratto dalla serie di romanzi di Lemony Snicket, la serie racconta le sfortunate avventure dei tre fratelli Baudelaire, orfani e vittime del temibile Conte Olaf, che fa di tutto per ereditare la loro fortuna.
Neil Patrick Harris, che è stato l’indimenticabile Barney di How I Met your Mother, qui dà prova del suo talento camaleontico nelle diverse trasformazioni del Conte Olaf.

2. Le Ville Palladiane
La terra delle Meraviglie è costellate da ville maestose, opera di uno dei più grandi architetti della Storia. Queste ville erano la residenza delle famiglie nobili dell’epoca, e allora la mente vola subito a serie e film in costume, vero sfoggio di ricchezza e opulenza.

Film
: Maria Antonietta di Sofia Coppola, 2006, con Kirsten Dunst, Jason Schwartzman, Judy Davis.

Un classico del genere da vedere e rivedere, una Maria Antonietta pop e con la passione per i cupcake e le scarpe (ve le ricordate le Converse All Star che sbucano nella collezione della regina?). Il sodalizio tra la Coppola e la Dunst è uno di quelli più stretti della storia del cinema, e continua fino al 2017 con L’inganno, ultimo film della regista.

Serie tv: Z, the Beginning of Everything, 2015 (una stagione, non rinnovata, su Amazon Prime Video), con Christina Ricci, David Hoflin, David Strathairn.

Altra epoca, altra icona femminile: Christina Ricci è Zelda Fitzgerald, compagna dello scrittore Francis Scott Fitzgerald, essa stessa scrittrice, icona della moda e figura spregiudicata e libera nella New York degli Anni Venti.

Extra: “Palazzi del Potere – Palladio, l’architetto del mondo”. Presentato da Magnitudo Film alla 74^ Mostra del Cinema di Venezia, è un docufilm d’arte che racconta come lo stile dell’architetto vicentino abbia fatto il giro del mondo.
Potete leggere il resto dell’articolo su Sgaialand Magazine.

 

 

I film con l’acufene

Acu… che?

L’acufene è una sensazione di ronzio o fischio che si percepisce continuamente in uno o in entrambe le orecchie.
Ecco, l’ho raccontato centinaia di volte e per la prima volta lo scrivo: anche io convivo con questo ospite, che è comparso in una giornata di dieci anni fa senza apparenti motivi e ha deciso di non andarsene più.

All’inizio è stato traumatico: che roba è, sto diventando sorda, non mi fa dormire, non mi fa studiare, non mi fa ragionare. Visite, controlli, centri specializzati: signorina, non c’è nulla da fare, si abitui e cerchi di non impazzire.

Nell’ultimo anno sono stata al cinema per due film i cui anche i protagonisti, casualmente, hanno un acufene.

Uno è Orecchie, di Alessandro Aronadio, con Daniele Parisi, Silvia D’Amico e, tra gli altri, Rocco Papaleo e Piera Degli Esposti.

L’altro è Baby Driver, di Edgar Wright, con Ansel Elgort, Kevin Spacey, Jamie Foxx, Jon Hamm, Jon Bernthal.

Entrambi i film mi sono piaciuti da subito proprio perché simpatizzavo per i loro protagonisti con cui condivido la patologia.

 

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Orecchie è una commedia italiana piuttosto grottesca, girata in bianco e nero.

Il protagonista si sveglia una mattina con un fastidioso fischio all’orecchio e con un post-it sul frigo, lasciato dalla fidanzata, dove c’è scritto che è morto il suo amico Luigi. Il problema è che lui non si ricorda di aver mai conosciuto nessun Luigi.

Inizia così una giornata all’insegna degli incontri surreali, di cui l’acufene sembra quasi la causa scatenante, il sovvertimento di tutte le leggi della normalità.

La storia è quotidiana e tenera, anche se completamente assurda (due vere perle sono il colloquio con la direttrice di un giornale interpretata da Piera Degli Esposti e l’incontro con il prete, Rocco Papaleo).

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In Baby Driver, invece, l’acufene, e il tentativo di controllarlo, scatenano rabbia e violenza.

Baby è un ragazzo che, per un grave incidente in macchina avuto da bambino, ha subito un trauma all’orecchio che è causa del fischio.

Per non impazzire, ascolta costantemente musica ad altissimo volume. Nel frattempo è costretto, per saldare un debito, a fare da autista per gruppi di criminali capeggiati da Doc (Kevin Spacey). Praticamente, il nipotino con disturbi ossessivo-compulsivi del pilota di Drive di Nicolas Winding Refn.

Baby Driver è un film d’azione stilosissimo, intelligente, saturo e pieno di citazioni e di omaggi al cinema.

E, ovviamente, tutto ruota intorno alla colonna sonora che è al centro di tutto, è studiata nel minimo dettaglio e dà il ritmo a tutte le scene.

 

Io, invece, alla fine non sono impazzita, non mi sono messa alla guida di macchine sportive né sono diventata una criminale, ma ho fatto pace con il mio rumore di fondo.
Sì, è vero, il mio silenzio è sempre un pochino disturbato, ma in fondo quale silenzio è perfetto?

La biblioteca dei libri non letti

I libri accumulati sugli scaffali, mai aperti o appena sfiorati, lasciati a metà sul comodino, quelli che giacciono lì da anni e a cui prometto periodicamente che prima o poi li leggerò: la mia libreria ne è sommersa, e sono molti di più rispetto a quelli effettivamente letti.

I soldi spesi in libri non sono mai soldi buttati (tranne quando vengono usati per Fabio Volo o Moccia, ma questa è un’altra storia), però mi hanno fatto lo stesso sentire sempre un po’ in colpa, soprattutto quelli abbandonati dopo poche pagine. Del resto, non si dovrebbe giudicare un libro solo dalla copertina, no?

Qualche giorno fa, però, sono incappata in un bell’articolo su Rivista Studio che si chiama proprio Comprare libri per non leggerli.

L’autrice fa un calcolo approssimativo basandosi sull’aspettativa media di vita, che in questo periodo storico arriva circa a ottant’anni. Chi riesce a leggere un libro a settimana potrebbe arrivare a 4.000 in tutta una vita. Mentre chi, più realisticamente, ne legge uno al mese, si fermerebbe a 920.
A vedere questa cifra ho pensato subito che fossero troppo pochi, e che non ce la farò mai a leggere tutto quello che mi piacerebbe.

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Ma nello stesso tempo questo pezzo mi ha tranquillizzata, perché subito dopo cita Umberto Eco e dice:

Una biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro”.

Quindi io sono sia i libri che ho terminato, ma anche quelli che ho scelto di acquistare e che sono a casa con me, a comporre la mia biblioteca dei non letti.

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Partendo da questo pensiero, ho deciso di spulciare la mia libreria ed elencare tutti quei libri che nell’ultimo paio di anni ho comprato e che hanno avuto due destini: non venire letti o essere mollati a metà. Eccoli.

Abbandonati
– Giulia 1300 e altri racconti di Fabio Bartolomei
– Trilobiti di Breece D’J Pancake
– La stranezza che ho nella testa di Orhan Pamuk
– Prendila così di Joan Didion
– La leggenda del trombettista bianco di Dorothy Baker
– Le notti di Salem di Stephen King.

Ancora intonsi
Il celestiale Bibendum (finito!)
Amica della mia giovinezza di Alice Munro
Non avrete il mio odio di Antoine Leiri
L’uomo nell’armadio di Pietro Grossi
Libertà di Jonathan Franzer (in vorace lettura)
Gli sdraiati di Michele Serra (Sì, M., ce l’ho ancora io!)
To kill a Mockingbird di Harper Lee
Qualcosa di Chiara Gamberale  (finito!)
Una cosa piccola che sta per esplodere di Paolo Cognetti

Passarli in rassegna è stata un’operazione catartica che ha fatto superare i sensi di colpa nei loro confronti (sono convinta che alcuni di loro prima o poi emergeranno dal mucchio e riceveranno da me l’attenzione che si meritano).
Se vi va, scrivetemi i vostri, e magari fondiamo il book club dei non lettori.

Nelle puntate successive.

Ultimamente il rinnovo o la cancellazione di una serie sono diventati dei problemi piuttosto seri per gli appassionati i fissati come me.

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Gli Upfront negli Stati Uniti (la settimana di maggio in cui i network presentano in anticipo i palinsesti della stagione successiva) sono diventati un appuntamento fisso, atteso con trepidazione da noi drogati di serie per capire se e quando avremo la nostra dose.

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La prima serie che mi è piaciuta particolarmente e di cui ho vissuto la cancellazione prematura è stata Bored to Death. All’epoca ero ancora una pivella in materia, era forse una delle prime che vedevo dopo aver imparato cosa fosse il binge watching da Mad Men e, nonostante il dispiacere (è una serie molto carina, recuperatela!) ancora non vivevo l’interruzione di una serie tv come una vera crisi.

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Ultimamente, invece, che ho una lista lunga così di serie da vedere, mi succede di non fare nemmeno in tempo ad aggiungerne una, che è uscito l’annuncio che era stata cancellata.

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Ho iniziato Sense8 quando già era stato concesso ai fan un finale extra di due ore, poi è arrivata Gypsy, la serie tv con Naomi Watts che fa la psicanalista con il vizietto dello stalking nei confronti dei suoi pazienti, e che ho visto nonostante sapessi che non sarebbe andata oltre la prima stagione.

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E adesso, neanche il tempo di scaricare la prima puntata, mi arriva l’annuncio della cancellazione di Blood Drive, quella che dovrebbe essere la Grindhouse delle serie tv.

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Non ho ancora adottato una strategia di difesa a riguardo: l’ultima puntata di Gypsy mi ha lasciata a bocca asciutta perché non era naturalmente pensata come una vera conclusione, ma un finale aperto a una stagione successiva. Nonostante sia una serie interessante e Naomi Watts valga sempre il prezzo del biglietto, ha senso usare ore della mia vita per una cosa che so che non avrà un seguito?

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A questo punto mi sento di fare un appello ai network.

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HBO, NBC, AMC, Netflix, CBS, Hulu, Showtime, e tutti gli altri, cercate di capirci. Il bello delle serie tv un tempo era la trepidazione con cui ci lasciavate alla fine della stagione. Non vedevamo l’ora che iniziasse quella successiva.

Ma ora, in un mondo di totale incertezza, in cui non siamo più sicuri se ci sarà, quella stagione successiva, non potete più tenerci sulle spine senza dirci cosa dovremmo fare della nostra vita e delle nostre serate.

Date una speranza a noi che vorremmo provare a guardare tutte le cose che producete ma che ormai abbiamo l’angoscia del finale aperto. Aiutate noi poveri addict, imparate anche voi a vivere ogni giorno con l’incertezza del domani, terminate ogni stagione come se fosse l’ultima.

Imparate a chiudere meglio quei maledetti finali.

Con affetto sincero, una vostra fan.

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